«Per la chiesa cattolica cubana, il problema principale non è il partito comunista, bensì le sette pentecostali». Così si esprimeva nel 2007 il cardinale cubano Rodriguez davanti alla delegazione parlamentare svizzera, i cui componenti lo guardavano attoniti, in quanto allora solo pochi si rendevano già conto dell’enorme crescita delle sette pentecostali, finanziate dai circoli reazionari statunitensi, in America Latina. Ben presto però ce ne rendemmo conto, quando Roma, proprio per contrastare quest’invasione protestante, scelse l’argentino Bergoglio quale nuovo Papa. Mi sono ricordato di questo episodio a causa della feroce opposizione che le chiese pentecostali stanno sviluppando attualmente a Cuba, per evitare che il prossimo 25 settembre il popolo dell’isola caraibica accetti in occasione del referendum il nuovo codice di famiglia.

 

Cosa vuole il nuovo codice?

Molte sono le disposizioni previste dal nuovo codice, che non posso discutere qui in dettaglio. Fondamentale però sono gli articoli che permettono il matrimonio per tutti, riconoscendo così definitivamente l’uguaglianza totale alla comunità omosessuale e LGBT. È la felice conclusione di una lunga storia, iniziata negli anni 80 quando, seguendo l’esempio tardo-sovietico, a Cuba gli omosessuali venivano discriminati, anche nella prima fase dell’epidemia di SIDA. A poco a poco la situazione cambiò e Fidel Castro addirittura si scusò ufficialmente davanti alla comunità omosessuale. Un grande ruolo nella lotta per il riconoscimento dei diritti degli omosessuali l’ha giocato Mariela Castro, figlia dell’ex presidente Raúl, da anni alla testa di tutte le manifestazioni di Gay Pride all’Avana.

Il nuovo codice familiare prevede però anche riforme molto profonde per quanto riguarda i diritti delle donne e soprattutto dei bambini: quest’ultimo aspetto è probabilmente il più sorprendente ed innovativo. Ai bambini vengono, già in età abbastanza tenera, riconosciuti una serie di diritti, che da noi non sono ancora codificati. Questo sorprenderà soprattutto coloro che non sono mai stati a Cuba e che non hanno quindi potuto vedere l’enorme investimento che lo Stato fa nell’educazione e nella cura dei  bambini. Ancora più innovativo è forse il fatto che una serie di diritti vengono riconosciuti anche ai nonni che in determinate situazioni possono opporsi ai genitori (non all’altezza della situazione), nonni che nelle famiglie latinoamericane spesso giocano un ruolo molto attivo. 

Ed è contro tutti questi nuovi diritti che le chiese pentecostali stanno imbastendo una campagna denigratoria molto demagogica. 

 

La democrazia cubana

Da mesi di tutto ciò si discute ampiamente in tutti media cubani e in un’infinità di riunioni a livello dei quartieri, dei comuni, dei villaggi. Il voto del 25 settembre sarà quindi semplicemente la conclusione di un dibattito nazionale molto ampio. Tutto ciò sorprenderà coloro che credono ai nostri media che continuano a martellarci sull’assoluta mancanza di democrazia che vi sarebbe a Cuba. Di solito la democrazia per questi pennivendoli si limita ad un’accezione estremamente primitiva: c’è se ci sono più partiti, al di là che siano poi magari delle semplici fotocopie e che il gioco democratico, cioè il dibattito nella società, sia ridotto all’osso o inesistente.

Certo a Cuba la democrazia non è perfetta, anche perché Washington investe centinaia di milioni per sobillare attraverso i social media e tutti i canali immaginabili l’opinione pubblica cubana. Già nel 2007 l’allora ministro degli esteri cubano Felipe Roque disse alla delegazione parlamentare svizzera “quando Washington la smetterà di volerci affamare e voler distruggere il nostro socialismo, amplieremo tutte le possibilità democratiche”. Ma già ora, come dimostra la discussione sul nuovo codice di famiglia, a Cuba esiste un ampio dibattito pubblico: basterebbe leggere le “lettere del venerdì” nell’organo ufficiale del PC Granma, lettere nelle quali si protesta contro tutto e tutti.

 

Situazione molto tesa

Già in un numero precedente abbiamo commentato il fatto che mentre Cuba è riuscita grazie ai suoi vaccini a controllare in modo quasi perfetto la pandemia, la crisi economica continui invece ad essere molto grave, a seguito dell’azzeramento durante quasi due anni del turismo e del tentativo di Washington di sfruttare la situazione, rendendo il blocco economico, dove possibile, ancora più asfissiante. La situazione attuale non è molto migliore di quella degli inizi degli anni 90 (il famigerato “período especial”), quando a seguito della scomparsa dell’Unione Sovietica e dell’impossibilità di trovare alternative a causa del blocco statunitense, il PIL cubano crollò di più del 50%. Ma allora a sostenere moralmente i cubani c’era Fidel Castro e gli abitanti dell’isola non avevano ancora il diritto di partire.

Oggi la situazione è un po’ meno grave, ma più complessa e soprattutto tra i giovani c’è un grosso senso di mancanza di prospettive. Ciò spiega che dall’inizio dell’anno quasi 50 000 persone, spesso molto ben formate, hanno abbandonato l’isola. Ed anche le condanne eccessive, dopo le manifestazioni violente dell’11 luglio 2021, hanno appesantito il clima soprattutto tra i giovani. Il governo sta tentando in tutti i modi di riallacciare ed intensificare i contatti con la società civile, finalmente lottando seriamente contro la burocrazia e realizzando anche molte riforme economiche che finora esistevano solo sulla carta. 

È probabile che il futuro del socialismo a Cuba si decida nei prossimi mesi. Per questa ragione, alla fine di luglio mediCuba-Europa e la sua sezione svizzera hanno lanciato un appello urgente per aiutare concretamente il sistema sanitario cubano, vittima della crisi economica. Quest’appello lo riportiamo altrove in questo numero. Cuba ha bisogno di tutti i suoi amici per superare questa ennesima crisi. Non lasciamola sola.