È una felice coincidenza che questa discussione su Marx e il Capitale a partire dal libro di Paolo Favilli, avvenga in un momento di grandi mobilitazioni sociali in Inghilterra come in Francia, i due Paesi che giocarono un ruolo fondamentale nello sviluppo del pensiero economico e politico del pensatore di Treviri. È l’occasione per presentare Marx come pensatore critico rivoluzionario, così come Favilli ce lo restituisce magistralmente nella rivisitazione storico analitica della sua opera principale. Ed è anche una coincidenza interessante che, non solo da sinistra, si riconosca l’attualità di Marx, quasi che il suo spettro aleggi di nuovo in Europa e nel mondo. Ogni qual volta il capitalismo entra in crisi – e ciò si verifica sempre più frequentemente, fino a diventare uno stato permanente – Carlo Marx, dato per morto e sepolto, regolarmente ricompare, al punto che prima Time, poi l’Economist e il Financial Times, e da ultimo Spiegel, se ne sono usciti con titoli come “Aveva ragione Marx”. Il problema, per nulla secondario, è che da tempo la Sinistra non se la sta passando bene. Una ragione più che sufficiente per chiedere lumi a Marx.

In via necessariamente interlocutoria, riassumo quelli che per me sono gli aspetti principali dello studio marxiano di Favilli per abbozzare qualche elemento di riflessione sulla Sinistra al suo stato attuale e nel suo tentativo di riconquistare politicamente la dimensione del futuro. In primo luogo, è dalla definizione di capitale che mi sembra importante partire. Che cos’è il capitale? Una cosa materiale o immateriale? Un insieme di macchinari e di materie prime? Di conoscenze scientifiche e tecnologiche? È un algoritmo? Un  accumulo di mezzi finanziari nascosti nei paradisi fiscali? “Il capitale – ci dice Marx – non è una cosa, bensi un determinato rapporto di produzione sociale, appartenente ad una determinata formazione storica”. È sullo sfondo di questa definizione del capitale che il sottotitolo de Il capitale è Critica dell’economia politica. “La critica marxiana – dice Favilli – concerne appunto il problema della naturalizzazione delle relazioni economiche, delle relazioni di dominio” (laRegione, cit.)

Il capitale è un rapporto sociale, un rapporto tra capitale e lavoro, capitalisti e operai, forza lavoro. In quanto tale, la natura del capitale è profondamente antagonistica, è conflitto, lotta, soggettività. A me sembra che questa dimensione conflittuale del capitale, che è poi quella all’origine delle questioni sociali più importanti di questi ultimi decenni, sia andata perduta in gran parte della Sinistra, più preoccupata a governare dall’alto o dall’esterno le trasformazioni economiche e sociali che non ad agire dal loro interno, dal basso. Col risultato che i soggetti che storicamente hanno costituito la spina dorsale del movimento operaio, si sono allontanati, non sentendosi più rappresentati dalla Sinistra. Come ha scritto recentemente M. Tronti: “Una cosa è certa: mai come in questo frangente si sente la necessità e l’urgenza di ridare al mondo del lavoro una rappresentanza politica: esattamente quello che manca oggi a una sinistra per essere riconosciuta come tale”.

Il secondo aspetto che ritengo centrale è la dimensione storica del capitalismo, che Favilli rielabora nel senso del “lungo presente”. Il “presente come storia” è essenziale per riflettere sull’attualità di Marx (come dice Favilli nell’intervista su laRegione del 2 febbraio scorso), è un presente al quale si arriva tra continuità e discontinuità, tra sviluppo e crisi del capitale. Come in Walter Benjamin, nel tempo presente, nell’adesso, vi è l’irruzione di un’esigenza che viene dal passato. In determinate occasioni, il passato irrompe con le sue esigenze nel presente facendolo saltare rivoluzionariamente. È un’indicazione molto preziosa per interpretare la crisi che stiamo vivendo oggi, una crisi del modello liberista di accumulazione del capitale, una crisi in cui la globalizzazione, la finanziarizzazione, la digitalizzazione, il cambiamento climatico, insomma la policrisi di cui parla Adam Tooze, fa i conti con l’irrisolto del nostro passato: l’ingiustizia sociale, le disuguaglianze, la povertà, la sofferenza.

Il ritorno della guerra nel cuore dell’Europa ne è il segno più eloquente: non è un incidente della storia, è la storia stessa che torna a far valere la tragica regolarità del suo cammino. Solo una grande politica, una politica che sappia guardare oltre le liti di cortile, può contrastare questa tragica regolarità della storia.

L’attualità di Marx sta tutta dentro l’ordine economico e la distruzione dell’ambiente. Come ha scritto l’economista ecologista giapponese Kohei Saito, la crisi climatica va interpretata in termini marxiani come “una manifestazione della produzione capitalista”. Già il giovane Marx, quello dei Manoscritti economici-filosofici del 1844, aveva scritto: “Che l’uomo viva della natura vuol dire che la natura è il suo corpo, con cui deve stare in costante rapporto per non morire”. Dall’incremento indefinito del profitto privato ne deriva inevitabilmente che il capitalismo distrugge la terra, la sua ‘base naturale’. Il capitalismo va quindi superato, non più per ragioni ideologiche, ma per salvare il pianeta, per salvare l’umanità. La Sinistra oggi può rinascere solo se, dietro il Marx maturo de Il capitale, riscopre il giovane Marx, cosi come negli anni ’70 ha ritrovato slancio grazie alla lotta femminista.

Il Marx de Il capitale è il Marx della teoria del valore-lavoro come teoria dello sfruttamento, dell’estrazione di plusvalore (che dello sfruttamento è la misura). Favilli ci riporta nel laboratorio del plusvalore, nella storia della giornata lavorativa come storia della lotta tra “capitale collettivo e (...) lavoratore collettivo”. L’economia di Marx è di fatto l’economia della classe operaia, della sua organizzazione. “Organizzazione operaia – scrive Favilli – per conquistare mediante la lotta nei luoghi della produzione migliori condizioni di lavoro, organizzazione operaia, per agire nella sfera politica onde dare sanzione legislativa ai miglioramenti ottenuti e dare corpo e spessore generale al grande compito della ‘emancipazione’”.

Nei Grundrisse (1858), il laboratorio intimo in cui porta alle estreme conseguenze i lineamenti della critica dell’economia politica, Marx ci offre la possibilità di affrancarci dal rischio di industrialismo (fabbrichismo) e sviluppismo insito ne Il capitale, una interpretazione che ha caratterizzato tanta parte della storia del movimento operaio. Nei Grundrisse, Marx ci dice che all’apice dello sviluppo capitalistico, “la potenza delle macchine non sta in alcun rapporto con il tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende piuttosto dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione di questa scienza alla produzione”. Nel momento in cui, come oggi, la conoscenza e la scienza diventano una forza produttiva a sé stante, enormemente più importante del lavoro vivo impiegato, la grande questione non è più la liberazione del lavoro, ma la liberazione dal lavoro. È della critica della crescita che la Sinistra ha urgente bisogno.

 


Relazione presentata il 5 febbraio scorso alla Filanda, durante 
la giornata di Studio sull’ultimo libro di Paolo Favilli (vedi Recensione Quaderno 35)