A tre mesi dagli accordi di Sharm el-Sheikh che hanno certificato l’entrata in vigore della tregua a Gaza dopo due anni di feroce offensiva israeliana, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato i primi membri del Board of Peace, creatura nata tra Washington e Tel Aviv, con tante teste di cui una sola davvero in controllo e l’obiettivo palese di gestire la Striscia – la sua governance politica e la ricostruzione – secondo un novello mandato coloniale.
È così che si apre la cosiddetta Fase 2 del cessate il fuoco tra Israele e Hamas, senza che la prima si sia mai realmente compiuta: sono oltre 1.300 le violazioni israeliane degli accordi dal 10 ottobre scorso, abusi fatti di cecchini e raid che hanno ucciso oltre 460 palestinesi e ne hanno feriti oltre un migliaio, di blocco di aiuti salvavita fermi ai valichi come lo erano durante l’offensiva, di mancato ritiro delle truppe israeliane che ogni giorno avanzano mangiando territorio con l’utilizzo di un confine unilaterale e invisibile (la linea gialla).
Se già all’epoca era apparso chiaro quale tipo di entità avesse in mente Trump e quali i reali scopi dietro la sua costituzione, la pubblicazione della lettera inviata dall’inquilino della Casa Bianca ai leader del mondo che vorrebbe vedere nel Consiglio fa cadere ogni maschera: Gaza è di nuovo laboratorio, primo test di una nuova governance globale privatistica che annulla qualsiasi finzione di multilateralismo per piegarsi agli interessi politici, militari e di business economico di una manciata di paesi.
Lo si coglie dalle parole con cui Trump ha presentato il suo Consiglio della Pace e dall’assenza di qualsiasi riferimento alla Striscia, mai nominata: il Board lavorerà per «ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto», in sostituzione delle Nazioni Unite, «istituzioni che troppo spesso hanno fallito» e che vanno dunque superate da «un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace».
Il piano in venti punti sarà realizzato, secondo quanto emerso, da una struttura piramidale che avrà al suo vertice il presidente Trump, a seguire il Gaza Executive Board composto da fedelissimi leader e imprenditori multimiliardari, e l’Ufficio dell’Alto Rappresentante. In fondo, il National Committee for the Administration of Gaza, ovvero il governo tecnico palestinese nato a metà gennaio al Cairo dall’incontro tra le varie fazioni palestinesi.
Una creatura di cui Donald Trump sarà leader e manager indiscusso. Se già tre mesi fa, presentando l’idea del Board, se ne era autonominato presidente, ora tale nomina si definisce per quel che è: una carica personale senza limiti di tempo. Il tycoon ne sarà capo indiscusso a vita, non in quanto presidente degli Stati Uniti ma in quanto Donald Trump: non sarà rimosso alla fine del mandato presidenziale, ma resterà vita natural durante a meno di un voto di rimozione unanime degli altri membri, tutti politici fedelissimi, alleati di ferro e amministratori delegati di aziende amiche. Al presidente del consiglio sono concessi poteri assoluti: può decidere chi entra e chi esce, può porre il veto sulle decisioni del Board, può imporre risoluzioni senza timore di vederle bloccare, può nominare il suo eventuale successore o scogliere l’intero organismo.
L’ingresso è a pagamento, membership salata che riafferma la natura commerciale della transazione: ogni Stato membro resterà nel Board per un massimo di tre anni, con la possibilità di un mandato a vita nel caso versi un miliardo di dollari entro i primi dodici mesi. È il superamento definitivo di qualsiasi presunta uguaglianza degli Stati nel consesso internazionale, la certificazione di un’élite occidentale di potenza che impone la propria volontà (e i propri interessi) a chi considera popolo subordinato e inferiore. A partire, come spesso accaduto nella storia del dopoguerra, dai palestinesi, privati del proprio diritto ad autodeterminarsi e laboratorio di una «nuova» ONU, ristretta e clientelare, dove a dettare le coordinate dei rapporti internazionali non è il diritto ma la forza.
Quale sia l’idea di nuova ONU agli occhi statunitensi lo si coglie dalla lista dei primi membri del Consiglio della Pace, a cui ne seguiranno altri. C’è mezza amministrazione USA, soggetti noti per le loro posizioni visceralmente anti-palestinesi e sponsor della colonizzazione israeliana su tutto il territorio della Palestina storica: il segretario di stato, Marco Rubio; l’inviato speciale in Medio Oriente nonché immobiliarista, Steve Witkoff; il genero del presidente Jared Kushner; il vice consigliere alla sicurezza nazionale Robert Gabriel. Alla lista si aggiunge Aryeh Lightstone, architetto degli Accordi di Abramo e oggi presidente dell’Abraham Accords Peace Institute, oltre che figura chiave nella nascita della Gaza Humanitarian Foundation, l’ente che l’estate scorsa ha «distribuito» aiuti umanitari a Gaza trasformando i suoi centri in luoghi di massacro pianificato.
C’è poi l’ideatore del progetto originario di mandato coloniale su Gaza, Tony Blair, l’ex premier britannico noto per il suo ruolo centrale nel disfacimento della regione. C’è il presidente della Banca Mondiale, Ajay Banga; e ci sono leader politici amici, dall’argentino Javier Milei all’ungherese Viktor Orbán. Ma anche il presidente turco Erdogan (quello che genera più proteste a Tel Aviv) e il suo ministro degli esteri Fidan, il diplomatico qatarino Ali Thawadi, il capo dell’intelligence egiziana Rashad e la ministra emiratina per la cooperazione internazionale al-Hashimy. Domenica 18 gennaio i giornali israeliani hanno riportato dell’invito a partecipare recapitato al primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, nell’ultima e definitiva torsione di ogni decenza.
Nel Board ci sarà, a fingere multilateralismo, un ex funzionario delle Nazioni Unite, il bulgaro Nickolay Mladenov, già inviato ONU per il Medio Oriente e insignito del ruolo di Alto Rappresentante per Gaza. Di fatto, non avrà alcun potere se non fare da volto e “ambasciatore” delle decisioni di Trump presso il governo tecnico palestinese.
E ci sono, infine, gli amministratori delegati di aziende immobiliari e di investimento privato che svelano, ancora una volta, l’interesse commerciale dietro una simile stortura: la ricostruzione di Gaza, devastata da oltre due anni di genocidio, rasa al suolo quasi nella sua interezza, è un lauto bottino di guerra. Tra loro Marc Rowan di Apollo Global Management, una delle più grandi compagnie di investimento privato al mondo, e fondatore di diversi gruppi pro-israeliani negli Stati Uniti; e Yakir Gabay, cittadino israeliano-cipriota, finanziarie e immobiliarista multimiliardario.
Saranno loro, nelle intenzioni dichiarate della Casa Bianca, a guidare dentro il tesoro, attraverso la gestione di «ricostruzione, attrazione di investimenti, finanziamenti su larga scala e mobilitazione di capitali». Resta nebbiosa l’aria intorno alla International Stabilization Force, la forza multinazionale - anche questa voluta da Trump – dai membri sconosciuti e la missione anche: al momento nessun paese alleato si è fatto davvero avanti per inviare soldati a Gaza, in assenza di un quadro chiaro e preciso delle regole di ingaggio. Disarmare Hamas? Fare da forza di interposizione? Monitorare il rispetto dei termini della tregua? Di certo c’è solo il nome di chi quella forza dovrà comandarla: il generale statunitense Jasper Jeffers, già a capo delle operazioni in Iraq e Afghanistan, da cui è uscito con un curriculum sanguinoso e lo sdegno dell’intera regione.
Intanto nella Striscia la tregua è solo nominale. Israele ha tramutato un’offensiva militare aperta in una guerra a bassa intensità, mentre gli occhi delle cancellerie internazionali si voltavano altrove. Il valico di Rafah, la principale porta di ingresso e uscita dalla Striscia, rimane un luogo fantasma. Serrato, blindato. I camion di aiuti non passano se non con il contagocce dal valico di Karem Abu Salem, in un numero nettamente inferiore ai 600 giornalieri stabiliti dagli accordi. Il cibo e i medicinali non sono sufficienti alle necessità di due milioni di persone alle prese con una crisi strutturale. Tende e caravan marciscono al di là del confine, un divieto di ingresso non scritto che sta provocando morti per congelamento (per lo più bambini) e condizioni di vita bestiali in un inverno particolarmente piovoso. La maggior parte della popolazione è tuttora sfollata e sono decine le vittime nei crolli degli edifici danneggiati e degli scheletri traballanti dei palazzi. Le scuole non sono in grado di riaprire e insegnanti volontari tentano di tamponare il terzo anno consecutivo senza educazione inventandosi classi sotto le tende o tra le macerie delle abitazioni. Migliaia di palestinesi, forse decine di migliaia, sono ancora dispersi: chi tra le rovine, chi nelle fosse comuni, chi seppellito nelle prigioni israeliane con Tel Aviv che non ha mai fornito numeri o dettagli sugli arresti e i rapimenti compiuti in questi due anni. Centinaia i corpi riconsegnati nelle prime settimane dal cessate il fuoco, donne e uomini senza nome e identità, sfigurati, cadaveri con i segni evidenti di torture ed esecuzioni sommarie, ormai decomposti.
In tale contesto di barbarie e in attesa di nuovi dettagli, il Board of Peace ha già rivelato la sua natura e lo sguardo sul futuro di Gaza. Lo ha spiegato bene, su Al Jazeera, l’analista politico palestinese Iyad al-Qarra: «Trump non tratta Gaza come una patria, ma come un’azienda in bancarotta che ha bisogno di un nuovo consiglio di amministrazione. Ha affidato il processo decisionale strategico a investitori e politici stranieri, trasformando la sovranità in un’impresa commerciale... La gente di Gaza vuole un governo nazionale palestinese, non un’amministrazione fiduciaria statunitense. Chiunque fallisca nell’affrontare l’occupazione, gestisce la crisi ma non la risolve».
Sta qui l’essenza del progetto: garantirsi profitti stellari e mantenere intatto il dominio israeliano sul popolo palestinese. Nessun riferimento al futuro libero di Gaza e del resto della Palestina.
di Chiara Cruciati, vicedirettrice de il Manifesto

