Che cosa accade in Venezuela dopo l’operazione militare Usa Absolute resolve del 3 gennaio – e il conseguente rapimento di Nicolas Maduro e moglie –, non si sa bene. Può essere in corso una resa totale e incondizionata del governo di Caracas (ovvero dei due fratelli Rodríguez: Delcy, presidente ad interim, e Jorge a capo del parlamento) alle imposizioni del presidente Trump. Oppure che il governo bolivariano stia tentando di guadagnare tempo per vedere se riesce a trovare una via d’uscita dalla situazione di protettorato imposta dagli Usa.

È chiaro che The Donad vuole il governo delle risorse naturali del paese (to run Venezuela), non occuparlo ed esportarvi la democrazia made in Usa. Quello che gli interessa è la stabilità. E Trump sa che per garantirla c’è bisogno di un governo che goda dell’alleanza delle Forze armate bolivariane, cosa che l’opposizione, almeno quella che rivendica la leadership della recente premio Nobel, María Corina Machado, non può garantire. Per questa ragione, dopo il primo contatto telefonico, Trump ha lodato Delcy Rodríguez, affermando che può tenere in mano la situazione venezuelana. E mettendo in luce che la presidente ad interim ha accettato di affidare al medesimo Tycoon di Washington un primo e consistente invio di petrolio venezuelano da amministrare (Trump ha dichiarato di averlo venduto per 500 milioni di dollari). Inoltre, la presidente ad interim ha dato il via libera per il ripristino dell’ambasciata Usa a Caracas (chiusa nel 2019) e di recente ha fatto pace con Elon Musk ed è ritornata a usare X – messo al bando da Maduro.

La strategia di The Donald è dunque di gestire il Venezuela come un protettorato funzionale agli interessi degli Usa. Il suo progetto di far investire dalle compagnie petrolifere nordamericane fino a 100 miliardi di dollari per riammodernare il settore petrolifero venezuelano sta però incontrando resistenze e scetticismo – per esempio dal boss di Exxon. Molto dipenderà anche dall’esito del processo, in corso a New York, dell’ex presidente Nicolas Maduro e di sua moglie. Anche in questo caso l’esito non è scontato. L’accusa a Maduro di essere stato alla testa del Cártel de los Soles – e che quest’ultimo sia un’organizzazione terroristica pericolosa per gli Usa – sono già cadute. Inoltre, la liberazione e il ritorno di Maduro sono rivendicate ormai apertamente dai due Rodríguez.

La strategia del segretario di Stato, Marco Rubio – al quale secondo alcune fonti Trump starebbe affidando la diplomazia Usa nei confronti del subcontinente latinoamericano – è di continuare a mettere pressione al governo di Delcy e Jorge Rodríguez perché facciano sempre maggiori concessioni. E dopo, quando lo riterrà opportuno, imporre la sua linea: nuove elezioni politiche. Insomma, Rubio sembra puntare sulla Machado e sull’opposizione filo-Usa per una “transizione”, ovvero la trasformazione del modello politico venezuelano. Trump sembrerebbe, invece, operare come un businessman, puntare sulla stabilità del Venezuela e sul controllo delle sue risorse naturali. Di Machado e di una democrazia conflittuale, The Donald non sembra fidarsi e comunque non gliene importa.

L’incertezza su come evolverà la situazione in Venezuela viene confermata dal fatto che, almeno fino a quando scriviamo, il governo cubano non abbia ancora ritirato dal Venezuela i membri delle varie missioni, soprattutto quella più numerosa dei medici.

A proposito del coinvolgimento di Cuba nel Venezuela bolivariano si è sollevato un gran polverone su un fatto noto, ovvero l’aiuto che l’isola ha sempre prestato a governi progressisti, dal Cile di Allende (1970-73), al Nicaragua sandinista (1979-90), a Grenada dopo la vittoria del premier progressista Bishop (1979-83), al Venezuela di Chavez e Maduro. Con quest’ultimo gli accordi dell’inizio del XXI secolo prevedevano anche una collaborazione di intelligence e di istruttori militari, oltre che di personale civile (medici, sportivi, insegnanti). E di fatto l’unica difesa che ha funzionato è stata quella dei 32 militari cubani che operavano come parte della sicurezza di Maduro. Si sa che hanno impegnato la Delta Force Usa in due ore di combattimento. E che si sono arresi (e sono stati uccisi) solo dopo che avevano finito le munizioni e non avevano ricevuto rinforzi da parte dei venezuelani. Dunque, le “infiltrazioni” della Cia non hanno funzionato con i cubani. E questo i servizi segreti di Trump lo sanno.

Secondo la CIA (Cuba Military 2024, CIA World Factbook), “Le Forze armate rivoluzionarie (FAR) sono un pilastro centrale del regime cubano e si considerano i guardiani della rivoluzione… Cuba mantiene livelli di difesa efficaci e appropriati per le sue necessità”, ovvero fini dissuasivi e di resilienza difensiva. Inoltre, le FAR sono sotto controllo politico e istituzionale cubano. Nessuna piattaforma dedicata a questioni militari come MilitarySphere.com, Globalmilitary.net, Globalfirepower – registra la presenza di basi militari straniere nell’isola (nonostante le fake news di presenza militare russa o cinese diffuse dai cosiddetti “media seri” internazionali). Per finire, tra Cuba e Usa da molti anni sono in corso gruppi di lavoro bilaterali per affrontare in modo congiunto problemi di terrorismo, traffico illecito di migranti e frodi migratorie, lavaggio di denaro, tratta delle persone, cibersicurezza e lotta alla droga. Tra sistemi di sicurezza Usa e cubani, dunque, vi è un rapporto consolidato.

In conclusione, sia Trump che Rubio sembrano contrari a un intervento militare a Cuba dagli esiti incerti e preferire invece la strategia dello strangolamento economico, commerciale e finanziario che porti “alla caduta del regime” cubano a causa della gravissima crisi economica e sociale indotta. Anche nel caso cubano, il presidente Trump ha poca o nulla fiducia nei confronti di un’opposizione politica che, oggi come oggi, non appare in grado di organizzare nemmeno una protesta nazionale, figurarsi di governare l’isola in modo stabile. L’unica possibilità di un intervento dei marines è in caso di manifestazioni nazionali più o meno spontanee – come quelle del luglio 2021 – che siano represse dalle forze di sicurezza cubane.

Dunque, Trump e i suoi falchi prevedono di insistere nella guerra economica unilaterale, perversa e illegale che dura da più di 60 anni, ma che oggi, dopo l’attacco al Venezuela, potrebbe funzionare. Anche perché – secondo l’ex diplomatico e oggi molto citato analista cubano, Carlos Alzugaray- tale strategia della Casa Bianca “pare sostenuta dagli errori del governo cubano, che oggi è in piena crisi politica, che ha a che vedere con una sua crisi di credibilità dovuta agli errori commessi in tema di politica economica e dal rifiuto della dirigenza” - o di parte di essa viste le recenti autocritiche del presidente Diaz-Canel, “di riconoscere di aver commesso errori... Il risultato di tale atteggiamento – prosegue Alzugaray – è che parte della popolazione – e io stesso – pensiamo che il governo sia incapace di gestire la crisi economica” e dunque sia vulnerabile alle pressioni di Washington. Inoltre, a livello regionale, “salvo il Messico, che continua a fornire petrolio, vi sono pochi paesi che possono somministrare a Cuba quello che riceveva dal Venezuela”.

Quali devono essere le riforme del governo cubano per affrontare i gravi problemi del momento, rafforzare un consenso in crisi ed evitare una esplosione sociale nell’isola? E senza arroccarsi in posizioni da fortezza assediata, e dunque puntare sull’ordine e non sulla governabilità? Sono domande che il direttore della prestigiosa rivista Temas, Rafael Hernández, ha rivolto a un gruppo di analisti ed economisti cubani. Ecco alcune delle risposte che ha avuto:  

  1. Riformare e ristrutturare il settore imprenditoriale, che è fondamentalmente statale, ampliando le facoltà decisionali di queste imprese e introducendo meccanismi di mercato per superare l’immobilismo burocratico e renderli produttivi, soprattutto per la produzione di alimenti.
  2. Politica di risanamento e trasparenza finanziaria e bancaria (includendo una riforma tributaria) assieme a una nuova politica monetaria che possa garantire una tassa di cambio unica e fluttuante per tutta l’economia.
  3. Sostituire la pianificazione centralizzata di assegnazione di risorse materiali e finanziarie ereditata dall’Urss. Stabilire che il mercato funzioni come regolatore. Mantenere la pianificazione statale centralizzata per decidere lo sviluppo strategico dell’economia e per evitare problemi col mercato che possano danneggiare la parte più vulnerabile della popolazione.
  4. Stimolare le esportazioni attraverso ogni via possibile. Rafforzare le relazioni commerciali con Cina e Russia e attivare una diplomazia economica con altri paesi (Mexico, Iran, Algeria, Angola) per assicurare rifornimento in combustibili ed esportare servizi medici.
  5. Generare nuove iniziative per pagare il debito estero, includendo emissione di buoni e altri mezzi per acquisire crediti. Apertura più decisa agli investimenti esteri, compresi quelli di cubani residenti all’estero.
  6. Applicare diverse modalità di democrazia diretta. Nelle elezioni generali del 2028, le Comisiones de Candidaturas dovranno proporre due candidati per ogni seggio del parlamento, e ugual procedimento dovrà essere applicato per le prossime elezioni del Pcc e delle organizzazioni di massa.

Le raccomandazioni ricevute da Hernández mettono in chiaro che “le misure tecniche non possono essere separate da un processo di rinnovamento politico per ricostruire consenso dal basso e per far intendere alla popolazione i rischi che devono essere assunti”. Per parte sua il direttore di Temas aggiunge che “è necessario rinnovare il patto sociale”, dunque di riforme che possono essere raggiunte solo col consenso della società.

E questa è la parte più difficile. L’idea del socialismo dall’alto, diretto e centralizzato – anche se non si è più recuperata dalla caduta dell’Urss – sembra rimanere valida per una parte della direzione politica dell’isola. Di certo, un sistema partecipativo dal basso può essere caotico e comportare rischi, ma di fronte all’implacabile politica aggressiva di Trump e dei suoi falchi cubano-americani è assolutamente necessario recuperare il consenso e la partecipazione dei cubani. Dunque, rinnovare il patto sociale tra Pcc e popolazione.