Un primo elemento da sottolineare riguarda l’origine dell’iniziativa e il modo in cui è stata trattata. Dichiarata valida il 31 gennaio 2020, verrà sottoposta al voto popolare solo dopo oltre sei anni: un ritardo inaccettabile, che dimostra quanto poco le richieste popolari contino per il Parlamento cantonale. Altro che democrazia diretta!
Sul dumping salariale, del resto, il Parlamento è recidivo. Già nel 2011 un’iniziativa simile (anch’essa lanciata dall’MPS) aveva dovuto attendere cinque anni prima di essere votata ed era stata affossata da un controprogetto che, pur approvato di stretta misura, aveva come unico scopo quello di far fallire l’iniziativa.

Il dumping salariale non è un fenomeno recente: da oltre vent’anni si è radicato nella realtà economica e sociale del Cantone. La questione salariale, con tutte le sue implicazioni sociali, economiche e fiscali, è oggi il problema centrale del Ticino. Ce lo hanno ricordato di recente anche alcuni articoli degli economisti Marazzi e Greppi. La perdita di controllo sul mercato del lavoro ha creato il terreno ideale per la diffusione del dumping.

Lo dimostra anche l’azione della stessa maggioranza politica, che negli ultimi anni ha approvato numerosi contratti normali di lavoro: strumenti che non hanno combattuto il dumping, ma lo hanno di fatto legittimato, rendendo “normale” (e legale) un salario mensile attorno ai 3’000 franchi.

Il dumping non si nutre solo di bassi salari, ma di un mercato del lavoro ormai fuori controllo. Un piccolo ma significativo esempio recente: in una discussione pubblica sui costi delle casse malati è emersa la necessità di sapere quanti salariati e quante salariate lavorino nel settore della fisioterapia. Le autorità cantonali hanno ammesso di non sapere quanti professionisti operino negli studi ticinesi né a quali condizioni, nonostante le prestazioni siano fatturate alla LAMal. Se non si conosce nemmeno chi lavora, è facile immaginare quanto sia impossibile sapere quanto viene pagato, con quali orari e con quali diritti. Una situazione imbarazzante per chi afferma di voler controllare i costi e regolare il settore.

Proprio per questo, uno dei punti centrali dell’iniziativa è l’obbligo di notificare all’Ispettorato cantonale del lavoro ogni contratto di lavoro e le relative condizioni, così come la cessazione dei rapporti di lavoro. Ciò permetterà controlli immediati e impedirà che si continui a rispondere: “non sappiamo”.

Salari indecenti, finti impieghi a tempo parziale, lavoro non retribuito, licenziamenti abusivi, discriminazioni di genere: i casi di abuso si moltiplicano in tutti i settori, in particolare nel terziario. Il mondo del lavoro in Ticino è diventato un vero Far West, dove lo Stato non riesce più a garantire il rispetto delle leggi, dei regolamenti e dei contratti.

La storia degli ultimi venticinque anni mostra quanto sia profondo il legame tra il mancato controllo del mercato del lavoro e l’aumento del dumping salariale e sociale. L’intero dibattito sugli accordi bilaterali – e le votazioni sui due principali pacchetti del 1999/2000 e del 2004/2005 – era infatti incentrato sulla necessità di introdurre le cosiddette misure di accompagnamento, che avrebbero dovuto impedire l’emergere del dumping salariale, ossia una spinta dei salari verso il basso (o, come è avvenuto complessivamente a livello nazionale, una stagnazione del sistema salariale).

Questa esigenza nasceva dal fatto che, con la liberalizzazione del mercato del lavoro, i controlli effettuati al momento del rilascio dei permessi di lavoro per i lavoratori stranieri (in particolare i frontalieri, per quanto riguarda il Ticino) venivano aboliti. Un datore di lavoro non doveva più dimostrare di offrire un salario usuale o contrattuale (per professione o settore), né di aver svolto ricerche di manodopera sul mercato locale.

Il controllo veniva così rinviato, come si diceva, ex post. Solo sulla base di indicazioni persistenti e chiare dell’emergere di una dinamica salariale al ribasso in un determinato settore o professione, le commissioni tripartite avrebbero potuto decretare, tramite contratti normali di lavoro, salari minimi obbligatori. In Ticino ciò è avvenuto in una quindicina di settori. Ma proprio questo meccanismo, seppur limitato ad alcuni ambiti, si fonda sull’analisi dei salari di un determinato settore. L’iniziativa, in realtà, non fa altro che generalizzare questo tipo di analisi salariale.

L’iniziativa introduce inoltre una novità fondamentale: la creazione di una sezione dell’Ispettorato del lavoro dedicata alla lotta contro le discriminazioni di genere. A trent’anni dalla sua entrata in vigore è ormai evidente che la Legge sulla parità è rimasta in gran parte lettera morta. Servono strumenti concreti per applicarla davvero, dai salari alle molestie sul lavoro. Basta parole: le donne aspettano fatti.

Un altro elemento chiave è l’utilizzo dei dati raccolti per costruire statistiche affidabili sul mercato del lavoro. Non è solo una questione tecnica, ma democratica: non si possono prendere decisioni cruciali – come la fissazione dei salari minimi – sulla base di dati parziali e discutibili. Con informazioni complete e trasparenti, il dibattito salariale potrebbe finalmente fondarsi sulla realtà.

Certo, l’iniziativa non risolve da sola i problemi dei salari, delle condizioni di lavoro e delle discriminazioni di genere. Come sempre, la risposta fondamentale potrà venire solo dall’azione delle lavoratrici e dei lavoratori e dalla loro organizzazione nei luoghi di lavoro e nella società.

Ma non vi sono dubbi che l’approvazione dell’iniziativa consentirà di dotarsi di strumenti utili per questa battaglia, in particolare perché mira a costruire un sistema efficace di controllo del mercato del lavoro, indispensabile per contrastare il dumping salariale e sociale e per restituire dignità e diritti alle lavoratrici e ai lavoratori del nostro Cantone.

di Matteo Pronzini, granconsigliere
del Movimento per il Socialismo (MPS)