LOS ANGELES – A fine anno il dipartimento americano per la sicurezza nazionale ha annunciato l’obbiettivo di ampliare la capacità di detenzione di immigrati di 80000 posti. 

Attualmente si stima che siano già 68000 gli immigrati irregolari detenuti in attesa di deportazione. Stima, giacché il governo non fornisce dati precisi ed impedisce a parlamentari e funzionari di esercitare la facoltà di ispezione che sarebbe costituzionalmente garantita. Nei rari casi in cui l’accesso è stato ottenuto via ordine giudiziario sono state accertate condizioni fatiscenti o, “disumane”.

Ciò che è noto è che la stragrande maggioranza dei detenuti non ha precedenti penali oltre l’infrazione civile dello stato migratorio. Non gli è tuttavia consentito accedere a legali o comunicare coi famigliari, sono, a tutti gli effetti “desaparecidos”. Nello scorso anno sono stati accertati 32 decessi fra i detenuti del gulag anti immigrati, non si prevedono indagini o conseguenze per i responsabili.

La finanziaria varata da Trump e dalla maggioranza repubblicani ha elargito alle agenzie per l’immigrazione un mastodontico budget di 170 miliardi di dollari di cui 45 da destinare alla costruzione dei cento nuovi CPR. La prossima espansione prevede anche 23 magazzini (il bando parla proprio di “warehouses”) della capienza fino a 5000 persone, in prossimità di aeroporti, per lo stoccaggio efficiente di migliaia di detenuti in attesa di deportazione.

La segretezza ed i soprusi sono caratteristiche intenzionali di un dispositivo che intende amplificare la paura nella popolazione immigrante. Ma il “deportation industrial complex”, come è stato definito, costituisce oggi anche un apparato parallelo allo stato, posto al di fuori della costituzione.

Le squadre mascherate di ICE rispondono direttamente alla Casa Bianca e sono protette dagli ordini giudiziari dei tribunali di primo e secondo grado da un’immunità garantita dalla Corte suprema blindata dai neoreazionari.

Le deportazioni continuano cioè a fungere da congegno per sdoganare un regime post-democratico. Con il collaudato pretesto dello “stato di emergenza” è stata creata una polizia segreta, mobilitati reparti militari, abrogato il giusto processo.

A questa inesorabile erosione dello stato diritto in una democrazia avanzata, contribuisce anche, in modo cruciale, il complesso tecnologico di Silicon Valley.

Un’inchiesta della Associated Press ha rivelato recentemente il livello di automazione di cui si avvalgono le operazioni condotte dalla US Border Patrol. L’agenzia per la “difesa dei confini” è fra le più aggressive della costellazione di enti preposti alla “grande deportazione”. Sebbene abbia tradizionalmente avuto giurisdizione sui valichi di confine ed entro le prime 100 miglia dalle frontiere nazionali, come parte dell’apparato anti immigrazione costituito dall’amministrazione Trump, gli agenti USBP sono in prima linea nelle operazioni paramilitari di rastrellamento di lavoratori “clandestini” nelle città USA e su tutto il territorio nazionale. Per citare il comandante Gregory Bovino, “Andiamo dove c***o ci pare, quando c***o ci pare!”

L’inchiesta della AP ha rivelato come la USBP sia anche impegnata nella sorveglianza su larga scala della popolazione attraverso il monitoraggio degli “schemi di guida” degli automobilisti.

Attraverso una rete capillare di telecamere, la USBP controllerebbe indiscriminatamente i tragitti di autovetture tramite l’identificazione delle targhe ed un sistema che segnala automaticamente percorsi “anomali”. Individuati i comportamenti “sospetti” in base ad origine, destinazione, percorso prescelto ed altri parametri, la segnalazione viene trasmessa ad agenti che fermano la vettura in questione con un pretesto, sottoponendo il conducente ad interrogatorio e possibile perquisizione. La procedura sarebbe in aperta violazione del quarto emendamento della costituzione USA che impone una “probabile causa” per il fermo, a tutela dalle “ricerche irragionevoli”.

Il sistema è predicato sulla massiccia capacità di reperire ed analizzare dati in tempo reale. A luglio il governo ha annunciato un appalto di $170 milioni di dollari alla Palantir per la fornitura e gestione di intelligenza artificiale per la sorveglianza ed il “controllo predittivo” dell’immigrazione non autorizzata. Il coinvolgimento dell’azienda è una finestra sulla convergenza fra regime Trump ed oligopolio tech in un’ottica autoritaria.

La Palantir è la società fondata da Peter Thiel, ex socio di Elon Musk e patriarca dei neoconservatori di Silicon Valley (nonché sponsor politico di JD Vance). Sotto la direzione del CEO Alex Karp, l’azienda persegue da anni il primato nel settore dell’intelligenza artificiale “applicata”, sviluppando sistemi di analisi automatica di dati per esercito e polizia. I software della Palantir per “l’integrazione ed analisi di dati” sono denominati Gotham per le applicazioni militari e di intelligence e Foundry per quelle commerciali e di amministrazione civili. In entrambi ii casi si tratta comunque di algoritmi che permettono l’analisi ed il “raffinamento” di quantità massicce di dati, permettendo di individuare dinamiche anche in chiave “predittiva”, che anticipa e prevede, cioè, mosse nemiche e fenomeni criminosi.

Lo scenario distopico della IA applicata a guerra e controllo sociale ha trovato alcune prime applicazioni sperimentali in selezionati corpi di polizia americani per beneficare poi della guerra ucraina, che lo stesso Karp ha definito di infinito valore per la ricerca e sviluppo di applicazioni belliche dell’azienda. I sistemi Palantir sono stati usati anche dal IDF a Gaza, per l’“acquisizione di bersagli” nella Striscia.

Karp è un convinto sionista che ha spesso perorato il ruolo delle aziende di Silicon Valley a fianco di Israele e più generalmente a servizio di una supremazia geopolitica occidentale. Se per Thiel la democrazia è “incompatibile con il libero mercato”, Karp ha dedicato un intero trattato “neoplatonico” (“The Technological Republic”) all’ideale di una società “ottimale” guidata da un benevolo tiranno coadiuvato dagli oracoli della tecnologia (i monopolisti di Silicon Valley). Nell’analisi di Karp i nemici della grande e benevola potenza occidentale devono vivere in uno stato di permanente “terrore dissuasivo”, obbiettivo che può essere conseguito se i signori della tecnologia forniscono gli strumenti adeguati.

La deportazione di massa è primo banco di prova pratico di questa collaborazione. Con gli appalti ricevuti dall’amministrazione, i sistemi di sorveglianza totale Palantir diventano ora operativi a tutti gli effetti su suolo americano, senza alcuna normativa o controllo. Uno dei decreti esecutivi di Trump, ad esempio, vieta espressamente agli stati di emettere regolamentazioni in materia di intelligenza artificiale, settore ritenuto essenziale per la “sicurezza nazionale” e la corsa agli armamenti col rivale cinese.

In quest’ottica i contratti alla società sono stati concessi dal governo senza supervisione o dibattito parlamentare. A settembre, è stato annunciato un ulteriore incarico del valore di 30 milioni di dollari, per la messa a punto di quello che è stato denominato “ImmigrationOS”, un sistema capace di integrare database ed operazioni di tutte le agenzie DHS più quelle di enti come l’agenzia delle entrate (IRS), motorizzazione (DMV) e sanità pubblica (HHS), in una sorta di “sistema operativo” generale per la “remigrazione”. In questo sistema, algoritmi di IA effettueranno analisi incrociate per individuare i “clandestini” ed efficientare le deportazioni, un panopticon estendibile ovviamente anche al dissenso, la cui soppressione è stato obbiettivo parallelo delle operazioni ICE.

Il tutto delinea la trasformazione del complesso anti immigrazione in dispositivo paramilitare di intelligence e controllo, in cui gli agenti mascherati sarebbero solo la manifestazione ultima di un più ampio apparato tecnologico di sorveglianza. Un complesso pubblico-privato, ma sempre più sbilanciato verso quest’ultima sfera “di mercato” che è in via di allestimento con mastodontici stanziamenti pubblici e virtualmente nessun controllo.

Un’accelerazione tecno-totalitaria che è stata recentemente e oggetto di “Authoritarian Stack”, un rapporto a cura di Francesca Bria che fa risalire l’atto di nascita di questa “infrastruttura del controllo” al mega appalto di 10 miliardi di dollari con cui il Pentagono ha affidato l’automazione dei sistemi militari sempre a Palantir.

L’azienda ricopre dunque un ruolo sempre più strategico come sistema operativo anche dello stesso del governo, aprendo la porta a quella che il rapporto definisce una forma di “sovranità privatizzata” che Palantir mira ad espandere sempre più anche in altri paesi.

Proprio il controllo esclusivamente americano dei dati solleva, però, questioni di sicurezza nazionale che hanno indotto, ad esempio, la Svizzera a non stringere accordi con l’azienda per la fornitura di software di difesa. La problematica si ripropone anche per i sistemi di comunicazione satellitari commercializzati dalla Space X e Starshield di Elon Musk a varie nazioni.

Anche queste tecnologie sono parte di un complesso monopolistico che vede porzioni sempre più sostanziali di governance appaltate ad inappellabili algoritmi. Scenari in cui la democrazia rischia di persistere unicamente come simulacro, conservato per proiettare l’illusione di stabilità, mentre la sua operatività è in realtà è procinto di essere svuotata e “automatizzata”.