Sabato 21 febbraio avrebbe dovuto tenersi a Lugano una manifestazione di estrema destra promossa principalmente dal Fronte nazionale elvetico1 insieme a gruppi della galassia identitaria e (neo)nazifascista attivi principalmente nella Svizzera tedesca come Active Club Helvetia e Schweizer Nationalisten2.

Non è la prima volta che il fronte dell’estrema destra locale cerca di organizzare una manifestazione simile a Lugano3 chiedendo un ‘regolare’ permesso a manifestare (accordato) per poi annullare il tutto a poca distanza dall’evento, proprio da parte di chi voleva manifestare. E questo a causa di paventati possibili rischi per l’ordine pubblico. 

Suona familiare? Certo, perché lo è. 

Il corteo previsto per metà febbraio non è stato autorizzato, questo poiché il Municipio riteneva non fosse possibile garantire (ancora una volta) la sicurezza della città e della cittadinanza. E questo a causa di una contromanifestazione antifascista, lanciata da diverse realtà di sinistra e vicine al movimento Soa il Molino. Un appello lanciato per mostrare apertamente e pubblicamente il proprio dissenso, ovvero riunirsi sul suolo pubblico per contrastare esplicitamente la presenza sempre più pesante dell’estrema destra. E questo, nota bene, senza chiedere per principio alcun permesso di sorta alla città.

Il diritto di manifestare, anche senza autorizzazione da parte delle istituzioni, è protetto dal diritto internazionale, come lo ricorda chiaramente Amnesty International nella sua guida “Conosci i tuoi diritti!” sulle manifestazioni e altre forme di protesta4. In sintesi: occupare lo spazio pubblico in maniera palesemente visibile è un atto politico teso ad influenzare il dibattito pubblico ed è un diritto fondamentale per il quale non è necessaria alcuna autorizzazione. Ciò non si estende però all’uso della violenza generale e all’incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza. 

Ma ritorniamo alla cronistoria. Ai primi di febbraio il sindaco di Lugano Michele Foletti giustificava ai microfoni di Modem la mancata autorizzazione ai bravi ragazzi di destra, ribadendo (ancora una volta) che si trattasse di un problema puramente dovuto all’ordine pubblico. Secondo la stretta maggioranza borghese dell’esecutivo luganese il problema di base sarebbe stato dunque da ricondurre a possibili scontri diretti (e potenzialmente violenti) tra i due gruppi.

Una decisione apparentemente ‘tecnica’ e dunque ‘neutrale’ ed ineccepibile? Sembra piuttosto un disperato mantra, ripetuto ad nauseam da parte di chi non ha ulteriori argomenti per esplicitare in maniera chiara e trasparente la propria posizione e si sta arrampicando sugli specchi. Suvvia, non facciamo polemica da bar.

Nel corso della trasmissione radiofonica Foletti ha più e più volte ribadito come solo una parte in questione avesse chiesto il permesso a manifestare, dichiarando che tutto fosse stato fatto rispettando il regolamento cittadino. Che un gruppo d’estrema destra, che promuove discorsi d’odio e apertamente razzisti possa tranquillamente sfilare per le strade del borgo non rappresenta dunque per il sindaco apparentemente alcun problema, finché tutto viene fatto a regola d’arte, con precisione e scrupolosità. Seguendo questa linea di pensiero verrebbe dunque logicamente da pensare che, in assenza del presidio antifascista il Fronte nazionale elvetico avrebbe persino potuto ‘marciare’ su Lugano con il beneplacito del Municipio.

Ritorna (ancora una volta ) l’uso del vittimismo strategico: avendo seguito alla lettera le regole del gioco non possono aver fatto nulla di male e sono pertanto evidentemente la parte lesa. Far parlare di sé e dunque piazzare in maniera ingombrante i propri temi e linguaggio nel discorso pubblico? Obiettivo pienamente raggiunto.

Riflettendo in maniera strategica viene inoltre da chiedersi per quale motivo la scelta sia ricaduta proprio Lugano come luogo dove tenere questa manifestazione. Perché non una delle altre città presenti sul suolo cantonale? Insomma cosa ha impedito un piano B e a far sì che il vostro amichevole gruppuscolo di destra di quartiere non abbia deciso di radunarsi ad esempio a Bellinzona?

Resta il forte sospetto che la scelta di Lugano come terreno di prova non sia causale, bensì determinata dal fatto che sia la città più più a destra di tutta la Svizzera (inutile girarci attorno come fa Foletti) e dove è presente un collettivo di persone autogestite, dichiaratamente di sinistra e militante antifascista. Il dubbio legittimo che uno degli scopi fosse proprio quello di fomentare lo scontro diretto verbale (e non) dunque persiste.

Ma ritorniamo a quel fatidico sabato di metà febbraio, perché come chi legge molto probabilmente sa, il presidio antifascista si è tenuto lo stesso, nonostante il Municipio di Lugano avesse comunicato im pompa magna che non avrebbe tollerato in alcun modo la protesta di piazza. L’appuntamento era per il pomeriggio di sabato, ma già da mezzogiorno il dispiego delle forze dell’ordine si dimostra sproporzionato: pattugliamenti costanti nel centro città e la presenza sul luogo del ritrovo previsto, Piazza Manzoni, di un’ottantina di agenti in tenuta antisommossa e persino rinforzi d’Oltralpe.

Qui vale la pena fare nuovamente un piccolo excursus sul ruolo della polizia in caso di manifestazione spontanea, ovvero il dovere di facilitare e proteggere l’esercizio del diritto di protesta, garantendo al contempo l’ordine pubblico e la sicurezza5. Teniamo bene a mente questi concetti mentre ritorniamo ai fatti di cronaca: qualche centinaio di persone, che si è data appuntamento a Piazza Manzoni si trova dunque costretta a fare un sit-in improvvisato, giacché la polizia ha nel frattempo creato un cordone in Piazza della Riforma e altri agenti hanno bloccato riva Albertolli per impedire un eventuale corteo sul lungolago, idem per quanto riguarda via Magatti e il centro cittadino.

Dopo circa un’ora di discorsi, cori, musica e colpi di battute accese tra persone presenti e polizia la svolta: un agente, megafono alla mano intima in maniera categorica e assoluta la dispersione delle protesta antifascista, pena l’uso di gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Sempre secondo Amnesty la polizia può disperdere una protesta in via eccezionale e solo come ultima risorsa in caso di violenza generalizzata. Minacciare di usare mezzi coercitivi pesanti contro un sit-in pacifico si è rivelato completamente eccessivo rispetto a quello che poteva essere qualsiasi sviluppo della situazione.

Tra la politica istituzionale di Lugano, la polizia e la piazza c’è stato alcun dialogo, bensì l’uso dimostrativo della forza e di una posizione di potere, arrivando persino a militarizzare lo spazio pubblico della città. 

La vicenda del 21 febbraio non è una semplice cronaca di piazza. È un sintomo profondo di una crisi a Lugano dove le istituzioni, anziché assumersi la propria responsabilità politica delle scelte concrete effettuate (ancora una volta), si rifugiano dietro una retorica ‘tecnica’ a primo sguardo, ma in realtà profondamente ideologica. Il rifiuto di autorizzare la manifestazione di estrema destra non è stato un atto di responsabilità civile, né una presa di posizione chiara contro l’odio e il razzismo. È stato, ancora una volta, un atto di defilata prudenza, giustificato con il solito mantra della “sicurezza pubblica”.

Ma chi è davvero a rischio? Chi promuove concetti come intrisi di razzismo ed odio come la remigrazione o chi si oppone a queste idee con cori, musica e presenza pacifica? La risposta è evidente. Eppure, è proprio chi ha protestato contro l’estrema destra a essere stato circondato dalla polizia, minacciato, trattato come un evidentem problema all’ordine pubblico. Ottanta agenti in tenuta antisommossa, rinforzi da altri cantoni, cordoni di polizia che bloccano ogni possibile percorso: un dispiegamento sproporzionato, che non ha nulla a che vedere con la protezione della protesta, come invece prevede il diritto internazionale, ma con la sua intimidazione preventiva.

Il paradosso è stridente. Da un lato, un gruppo che si ispira esplicitamente a ideologie nazifasciste, legato a reti internazionali come gli Active Clubs — organizzazioni che promuovono supremazia bianca, violenza simbolica e preparazione al conflitto — che chiede un permesso alla Città, lo ottiene (almeno inizialmente), e viene trattato come un attore legittimo del dibattito pubblico. Dall’altro, chi si oppone a questo progetto politico, senza chiedere permessi perché esercita un diritto fondamentale e viene trattato dal Municipio come un nemico pubblico numero uno.

Questa dinamica non è accidentale. È funzionale. L’estrema destra ha imparato a giocare con le regole: chiede permessi, rispetta le scadenze, usa un linguaggio ‘civile’  ma riempie quel linguaggio di contenuti altamente tossici. E quando viene negata, grida alla persecuzione. È una strategia collaudata, basata sul vittimismo strategico, e funziona perché le istituzioni, come nel caso del sindaco Foletti, preferiscono non entrare nel merito ideologico. “Non è un problema di contenuti”, si dice, “è un problema di sicurezza”. Ma così facendo, si nega il potere politico delle parole. Si finisce per trattare l’incitamento all’odio come un’opinione legittima, e la sua opposizione come un disturbo all’ordine. Fino a che punto lo Stato tollererà la provocazione? E fino a che punto reagirà con la forza contro chi si oppone?

La risposta è arrivata chiara: la piazza non è più uno spazio di confronto, ma di controllo. La polizia non è stata lì per facilitare il dialogo, né per proteggere il diritto di manifestare. È stata lì per impedire che la piazza diventasse visibile, rumorosa, scomoda. Per trasformare un sit-in pacifico in una questione di ordine pubblico. Per dire, senza parole, che certe voci non sono benvenute a Lugano.

Ma il silenzio non vince. Il presidio antifascista si è tenuto lo stesso. Non come una marcia, non come un corteo, ma come un atto di resistenza civile: le persone erano presenti nonostante il dispiego massiccio della polizia, nonostante le minacce, nonostante il tentativo di cancellarle. E in quel momento, la piazza ha ritrovato il suo senso: non come luogo di potere, ma come spazio di dignità collettiva.

Il futuro non si decide con i lacrimogeni, né con i divieti. Si decide con la memoria, con l’educazione, con la chiarezza politica. E con il coraggio di dire, una volta per tutte: alcuni discorsi non sono ammissibili in una democrazia. Non perché li reprimiamo, ma perché li respingiamo senza se e senza ma. Non perché abbiamo paura, ma perché sappiamo chi siamo. Lugano, il 21 febbraio 2026, ci ha mostrato incontro a quale futuro stiamo andando. Ma ci ha anche mostrato che un altro futuro è possibile. Basta volerlo.