L’attacco lanciato il 28 febbraio da Israele e Stati Uniti è ancora in corso mentre scriviamo e mostra tutte le caratteristiche di una guerra concepita da Benyamin Netanyahu e Donald Trump per durare settimane, se non mesi, con livelli di intensità variabili. L’uccisione della Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, assieme a decine di dirigenti politici e comandanti dell’esercito e della Guardia rivoluzionaria nel primo giorno di guerra, ha rappresentato uno shock per la Repubblica islamica. Non ha però scardinato il sistema di potere e di governo a Teheran, come il premier israeliano e il presidente americano avevano previsto nei primi giorni dell’attacco. Anzi, la nomina domenica 8 marzo di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida suprema uccisa, suggerisce che l’impalcatura del regime è sopravvissuta al colpo e ha scelto di irrigidirsi. La nuova Guida suprema è considerata più intransigente del padre e spingerà il paese a resistere a ogni costo. Anche con l’aiuto del movimento sciita libanese Hezbollah, sceso in campo contro Israele in risposta all’uccisione di Ali Khamenei.

Prevedere gli sviluppi successivi in questa fase è impresa ardua, anche alla luce della decisione di Teheran di prendere di mira le monarchie arabe del Golfo che ospitano importanti basi americane e che, con ogni probabilità, hanno appoggiato dietro le quinte l’attacco Usa-Israele proclamandosi allo stesso tempo favorevoli a un’iniziativa diplomatica. Ciò che appare indubbio è che Netanyahu, accusato anche negli Stati Uniti di aver trascinato Trump nella guerra, non è stato mosso soltanto dall’intenzione di mettere fine con le bombe al programma nucleare e missilistico iraniano, come desiderava fare con l’aiuto di Washington sin dal 2009, quando è tornato alla guida del governo israeliano. E neppure dalla volontà, colma di ipocrisia, di «cambiare il regime» a Teheran e «aiutare gli iraniani» a sollevarsi contro gli «ayatollah» responsabili della repressione delle proteste interne.

Lo scontro in atto, nella visione del premier israeliano, è destinato prima di tutto a ridefinire gli equilibri geopolitici di un Medio Oriente completamente ridisegnato, nel quale l’Iran non dovrà più esercitare un’influenza significativa né disporre di capacità di deterrenza in grado di sfidare la supremazia strategica di Israele.

Al premier israeliano non basta più il crollo della cosiddetta Mezzaluna sciita, ossia l’«anello di fuoco» che, a suo dire, Teheran avrebbe costruito negli anni intorno allo Stato ebraico insieme ai suoi alleati: Hezbollah, la Siria di Bashar Assad (uscita da questo schieramento dopo la caduta del regime), i ribelli Houthi yemeniti, le milizie sciite irachene oltre ad Hamas e alla Jihad islamica palestinese. A Teheran invece questo sistema veniva definito «cintura di deterrenza regionale», concepita proprio per impedire un attacco come quello lanciato a fine febbraio da Stati Uniti e Israele. Non sorprende perciò che l’indebolimento dell’Iran e dei suoi alleati negli ultimi anni abbia subito aperto la strada all’attacco del 28 febbraio, preceduto da quello dello scorso giugno.

Netanyahu punta ora a ridisegnare l’architettura di potere regionale costruendo una rete di alleanze regionali e transregionali a guida israeliana con l’India, gli Emirati, Cipro, la Grecia e altri paesi. Un sistema capace di contrapporsi a quello che viene descritto come un possibile «muro sunnita» guidato dalla Turchia, accusata di continuare a sostenere la causa palestinese e di condannare l’offensiva israeliana scattata dopo il 7 ottobre 2023, che ha distrutto Gaza e ucciso almeno 72 mila palestinesi.

L’allargamento degli Accordi di Abramo del 2020 tra Israele e alcuni paesi arabi si inserisce in questi piani sempre più ambiziosi. Un noto commentatore politico israeliano, illustrando indirettamente il pensiero del premier, sostiene che la guerra dovrebbe porre fine all’ordine regionale instaurato dopo il crollo dell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale. «La guerra israelo-americana contro l’asse del male iraniano non è solo uno scontro militare. Potrebbe essere il conflitto che cancellerà definitivamente la mappa disegnata da Gran Bretagna e Francia nel 1916», ha scritto Meir Swissa sul quotidiano Yediot Aharonot, ipotizzando l’indebolimento degli Stati nazionali e il rafforzamento di strutture politiche basate su tribù e clan.

«Stiamo assistendo in tempo reale al crollo degli accordi Sykes-Picot e al ritorno alla struttura autentica del Medio Oriente: un mosaico di tribù, clan ed emirati locali», ha aggiunto. Fino ad affermare che Israele, colpendo l’Iran, avrebbe agito anche per conto degli interessi arabi. «Qui sta l’affascinante paradosso: Israele è diventato di fatto l’appaltatore del mondo sunnita… Senza lo stivale della Guardia rivoluzionaria a Beirut, Damasco e Sanaa, l’asse sciita tornerebbe alla sua posizione storica: una minoranza perseguitata e indebolita in un mare sunnita ostile». Israele, ricordava nell’agosto 2025 l’inviato di Trump per Libano e Siria Tom Barrack, non ha mai riconosciuto realmente gli accordi Sykes-Picot né i confini che ne sono derivati. «L’inevitabile finale è già visibile all’orizzonte», conclude Swissa. «Se il cambio di regime a Teheran sarà completato, potremmo trovarci all’apertura di una storica conferenza di pace: Sykes-Picot 2026».

La realtà regionale, tuttavia, è molto più complessa di quanto suggeriscano queste previsioni. Gli ambiziosi progetti di Netanyahu rischiano di arenarsi nonostante la potenza dell’attacco contro l’Iran. I missili iraniani contro le monarchie del Golfo e contro obiettivi diplomatici americani hanno spinto gli Stati arabi a una posizione di cautela. Pur condannando Teheran, molti governi temono che un conflitto prolungato possa destabilizzare l’intera regione e danneggiare profondamente le economie locali e internazionali. Qatar, Oman e Kuwait mantengono rapporti con l’Iran. Gli Emirati, pur alleati di Israele, continuano a intrattenere importanti relazioni commerciali con la Repubblica islamica. Tutto questo rende difficile la formazione di una vera coalizione militare anti-iraniana. Diversi esperti sottolineano inoltre che la pressione militare esterna tende spesso a rafforzare la coesione interna delle società sotto attacco. È quanto starebbe emergendo anche in Iran, dove la popolazione appare più impegnata a sopravvivere alla guerra che a ribellarsi, come invece sperava Netanyahu.

Il ricercatore israeliano Danny Citrinowicz, con un passato nell’intelligence militare, osserva che uno dei pochi elementi capaci di unire la società iraniana, nonostante profonde divisioni politiche ed etniche, è proprio la paura della frammentazione dello Stato. L’intervento militare esterno, spiega, verrà utilizzato dal regime per rafforzare la narrativa nazionalista e consolidare il potere. In altre parole, ciò che dovrebbe indebolire la Repubblica islamica rischia invece di rafforzarla.

La nomina di Mojtaba Khamenei alla guida del paese si inserisce in questa dinamica. Considerato vicino alla Guardia rivoluzionaria, il nuovo leader rappresenta una scelta di fermezza. Molti osservatori ritengono che la sua leadership rafforzerà ulteriormente il potere degli apparati militari, dello Stato e delle gerarchie religiose. Sotto Mojtaba Khamenei l’Iran potrebbe puntare su una strategia di guerra di logoramento regionale, capace di spingere Tel Aviv e Washington a ridimensionare le proprie ambizioni geopolitiche, anche alla luce dei costi enormi del conflitto, stimati in uno-due miliardi di dollari al giorno per i due alleati.

La guerra porterà davvero ai cambiamenti geopolitici radicali immaginati da Netanyahu? I dubbi sono forti. Anche per la variabile libanese. Per la leadership iraniana Hezbollah non è soltanto un alleato ideologico ma uno strumento strategico. Il movimento sciita libanese è in grado di minacciare direttamente il territorio israeliano con migliaia di razzi e missili. Questa capacità ha rappresentato per anni uno dei pilastri della deterrenza iraniana.

E nonostante si sia indebolito, Hezbollah resta una carta fondamentale. Citrinowicz sottolinea che la forza del gruppo non deriva solo dal suo arsenale missilistico ma anche dal radicamento sociale e politico nel sistema libanese, che rende estremamente difficile eliminarlo completamente dal paese, come vorrebbe Netanyahu.

Hezbollah dispone di una significativa rappresentanza parlamentare, influenza nelle istituzioni e di una vasta rete sociale fatta di scuole, ambulatori sanitari e organizzazioni umanitarie. In un Libano devastato dalla crisi economica e finanziaria, il movimento continua a rappresentare per una parte della popolazione una struttura di sostegno e protezione.

Per questo l’idea di metterlo completamente fuori gioco appare velleitaria e Israele rischia di impantanarsi in un conflitto lungo e costoso.

Mentre l’attenzione internazionale è concentrata sulla guerra tra Israele e Stati Uniti da una parte e Iran e Hezbollah dall’altra, la questione palestinese rischia di scivolare ai margini del quadro regionale. Ed è proprio questo che sembra favorire la strategia del governo israeliano.

Mai come in questi giorni appaiono vuote e irrealistiche le dichiarazioni di Trump sul ruolo del suo Board of Peace, incaricato di amministrare la ricostruzione e la governance della Striscia di Gaza. I finanziamenti promessi dagli Stati Uniti e da altri paesi, già insufficienti, potrebbero essere congelati di fronte ai costi della guerra in corso. Ancora più vaghe appaiono le prospettive politiche per il futuro di Gaza, ormai ridotte a ipotesi scollegate dalla realtà sul terreno. Netanyahu, che non ha mai creduto davvero nell’iniziativa americana né nel piano in venti punti proposto da Trump, sembra pronto a rilanciare l’offensiva israeliana «per disarmare con la forza Hamas».

Intanto, lontano dai riflettori, la situazione in Cisgiordania si deteriora rapidamente. Israele ha intensificato le operazioni militari e i coloni conducono raid sempre più violenti contro comunità palestinesi. Solo nei primi giorni di marzo i colpi sparati da coloni hanno ucciso cinque palestinesi nei pressi di Nablus, Ramallah e Hebron. Si tratta di violenze che si inseriscono in una dinamica più ampia di espansione degli insediamenti nei Territori occupati. La guerra rischia così di accelerare processi già in corso: la marginalizzazione della questione palestinese e la progressiva trasformazione della Cisgiordania in un territorio frammentato e dominato dalle colonie israeliane. I palestinesi temono di diventare una variabile secondaria nel nuovo equilibrio regionale che sta emergendo. La prospettiva di uno Stato indipendente, già gravemente compromessa da anni di politiche israeliane sul terreno, potrebbe allontanarsi definitivamente.