Più la guerra in Iran si allunga più Volodymyr Zelensky teme per le sorti dell’Ucraina. I sistemi anti-missilistici statunitensi che Kiev chiede da mesi sono stati destinati al Medio oriente ed è difficile che saranno spostati finché lo scontro con Teheran non giungerà a una vera conclusione. Il problema è temporale. Quando gli Usa potranno iniziare il disimpegno dal Golfo non è al momento prevedibile, ma è probabile che se si combatterà – come Donald Trump ha lasciato intendere – per «almeno quattro settimane», o forse di più, e la Difesa a stelle e strisce dovrà fare bene i conti prima di essere impegnata altrove. Inoltre, il tycoon ha già dovuto affrontare i primi malumori dei Maga che iniziano a criticare una politica giudicata oltremodo interventista. «Non doveva essere America first?» si chiedono sui social.
La guerra in Ucraina doveva essere terminata in 24 ore, poi in qualche settimana, e oggi, a più di un anno, nessuno crede più ai proclami della Casa Bianca sulla «fine imminente» del conflitto in Europa dell’Est. Anche perché, puntualmente, ci pensa il Cremlino a smentire l’ottimismo trumpiano. «Finché non si troverà un accordo sulle cause profonde del conflitto è inutile organizzare un incontro tra i presidenti» continua a ripetere Dmitri Peskov, il portavoce di Vladimir Putin.
Quali siano queste “cause profonde”, che dal 24 febbraio del 2022 sono il leit motiv delle dichiarazioni pubbliche russe non è facile stabilirlo con esattezza. A volte, ad esempio, la libertà di culto per la Chiesa ortodossa russa (bandita dagli ucraini come «collaborazionista») è nel novero, altre volte scompare. Periodicamente si menziona la necessità di reintrodurre il russo come lingua ufficiale dell’Ucraina, del resto la guerra è iniziata sotto il vessillo della difesa delle «minoranze russofone», ma poi dagli incontri con la delegazione statunitense non escono mai dichiarazioni su questo tema. In estrema sintesi in questa fase le trattative si concentrano su due punti fondamentali: i territori e le garanzie di sicurezza.
Mosca vuole tutto il Donbass, anche la parte di Donetsk che ancora non è riuscita a conquistare (circa il 20% della regione). Probabilmente ne reclama anche il passaggio ufficiale sotto la bandiera della Federazione e il riconoscimento da parte della comunità internazionale. Gli Usa si sarebbero già detti disponibili a questo passo. A proposito di status giuridici, anche la Crimea dovrebbe definitivamente essere riconosciuta come russa. Sulle altre due regioni occupate parzialmente, Zaporizhzhia e Kherson le notizie sono contrastanti, ma probabilmente i belligeranti si sono già accordati per lasciare la situazione com’è, ovvero congelare i confini sull’attuale linea del fronte senza passaggi ufficiali. Inoltre, a Zaporizhzhia c’è la questione ulteriore della centrale nucleare più grande d’Europa che i russi occupano quasi dall’inizio del conflitto.
La prima proposta degli inviati di Trump era stata di sottoporla al controllo congiunto di un organismo a metà russo e a metà Usa. Questi ultimi avrebbero poi concesso le proprie quote agli ucraini e, in sostanza, la centrale sarebbe stata in territorio occupato russo ma avrebbe fornito energia a entrambi gli stati. Ma Washington ha cambiato idea e non sembra più intenzionata a cedere potere decisionale agli ucraini. La nuova formula dovrebbe essere una sorta di co-gestione Russia-Usa che destini parte dell’energia prodotta dall’impianto per le imprese di ricostruzione dopo la guerra. Che, guarda caso, saranno a maggioranza statunitense. Quando si dice che la Casa Bianca sta conducendo i negoziati sulla fine del conflitto in Ucraina come una trattativa d’affari non è un’esagerazione.
Meriterebbe un approfondimento a parte la questione delle terre rare, sancita da un trattato tra Ucraina e Usa che sostanzialmente annichilisce le capacità di Kiev di poter sfruttare le ricchezze del proprio sottosuolo dal giorno dopo la firma della tregua ai prossimi 50 o 100 anni. Senza contare i numerosi abboccamenti con l’emissario di Putin, Kirill Dmitriev, Capo del fondo sovrano di investimenti russo, consigliere economico del presidente e inviato speciale per le trattative con gli Usa. Dmitriev e il suo omologo statunitense, Steve Witkoff, negoziano sulle terre rare russe, sul petrolio e il gas, sulla creazione di joint-venture per l’estrazione di idrocarburi nel pacifico e per l’Artico. E tra la possibilità per gli ucraini di poter vivere in un Paese autosufficiente e i contratti miliardari con Mosca Trump non si pone neanche il dubbio.
Il secondo punto, le garanzie di sicurezza, comportano diversi problemi, non ultimi quelli legati all’intervento in Iran. Garantire a Kiev che in caso di recrudescenza del conflitto per colpa di Mosca gli Stati Uniti interverranno non è affatto semplice. Primo perché si avrebbe uno scontro diretto tra le due massime potenze nucleari del pianeta. Secondo perché gli Usa sono la Nato e quindi l’Europa occidentale. Un intreccio di ruoli e responsabilità che finora non sono state ben chiarite, nonostante secondo Zelensky e la sua squadra negoziale l’accordo con Trump c’è già, manca solo la firma.
Negli ultimi due incontri a Ginevra questa firma non è mai arrivata. Alcune indiscrezioni lasciano intendere che Washington abbia subordinato le garanzie di sicurezza alla cessione del Donbass in modo da ottenere la fine del conflitto. Ma Kiev non vuole e non si fida. In ogni caso Zelensky ha dichiarato più volte che «non si può premiare l’aggressore» regalandogli territori e che «gli ucraini non sarebbero d’accordo». Sull’eventuale referendum che dovrebbe ratificare la cessione dei territori occupati ai russi i pochi sondaggi disponibili (per quanto parziali e realizzati nel mezzo di un conflitto) ci dicono che almeno il 60% dei civili voterebbe per il no, tuttavia non è difficile immaginare una spaccatura netta nel Paese, con l’Est a favore e l’Ovest contrario.
Alle trattative si è aggiunto un ulteriore fattore di rischio. Diversi analisti statunitensi, tra cui ex-generali, ritengono che gli arsenali del Pentagono non siano così ben riforniti come Trump vuole far credere a suon di «tremendous e incredible». E gli acquisti che i Paesi occidentali compiono dagli Usa per l’Ucraina all’interno del piano Purl (Prioritized Ukraine Requirements List) sono condizionati dalla produzione dell’industria bellica di Washington e dalle sue scorte. Meno disponibilità per gli Usa comporta un’infima o nulla disponibilità per Kiev. Certo, gli affari sono affari, il tycoon lo ripete in continuazione, e quindi si cercherà in ogni modo possibile di continuare a fare cassa, soprattutto sulle armi meno necessarie alle forze armate per attaccare l’Iran e difendersi dalla sua reazione. Ma sono proprio le altre che Kiev vuole. I Patriots, i Thaad, gli Stinger, e i vettori compatibili con le batterie già ricevute. Al momento sono gli unici sistemi, ad eccezione del tedesco Taurus e dell’italo-francese Samp-t, in grado di proteggere obiettivi particolarmente sensibili dalla potenza devastante dei missili russi. Lo sforzo che Stati Uniti e Israele stanno compiendo per tentare di costringere i pasdaran alla resa impegna a pieno gli apparati militari e l’intelligence dei due Paesi, ma l’investimento maggiore (e quindi il rischio maggiore) è di Donald Trump, che come da tradizione si impegna anche nella difesa di Israele.
Gli attacchi iraniani, condotti con stormi di decine di droni kamikaze (gli Shahed 136) a copertura dei missili, sono deleteri per i tradizionali sistemi di contraerea che impiegano missili da milioni di dollari per colpire velivoli che ne costano decine di migliaia. Zelensky ha dichiarato che Trump avrebbe chiesto il supporto degli ucraini contro i droni iraniani. Le forze armate di Kiev, infatti, in questo momento sono le meglio addestrate e le più equipaggiate contro questo tipo di raid in virtù del fatto che hanno subito attacchi con gli Shahed per anni. Inizialmente Teheran li forniva alle forze armate di Mosca, poi ha concesso una licenza al governo russo che gli permette di produrre una sua versione riadattata, ribattezzata Geran-2. Ogni giorno al fronte e nelle retrovie operano migliaia di droni russi e gli ucraini in questo momento sono i migliori al mondo nel contrastarli. Si consideri, ad esempio, quando lo scorso settembre sono entrati in Polonia diversi droni, probabilmente russi, e i Paesi della Nato hanno utilizzato per contrastarli gli F-35 e altri jet: uno scontro tra una mosca e un uccello, con un dispendio economico sproporzionato.
Zelensky vorrebbe un ruolo in Iran per provare a usarlo come leva negoziale con gli Usa, sia per quanto riguarda le forniture di sistemi d’arma di cui Kiev ha bisogno, sia per le trattative. Tuttavia, nonostante le difficoltà del momento l’atteggiamento del tycoon rispetto alla guerra in Europa orientale è ancora soggetto a cambiamenti repentini. In una recente intervista a Politico è tornato a dichiarare che è il presidente ucraino a non volere la pace e che dovrebbe accettare le proposte che gli sono state fatte. Contemporaneamente i rapporti con l’Unione Europea sono viziati dalle proteste ungheresi e slovacche per la mancata riparazione dell’oleodotto di Druzhba (che riforniva di gas russo i due Paesi) e dal veto di questi due Paesi sul nuovo prestito da 90 miliardi di euro e sul 20° pacchetto di sanzioni alla Russia.
Zelensky si è spinto fino a dichiarare che «se una persona blocca» le misure a favore di Kiev «il suo indirizzo sarà fornito alle forze armate che sapranno come parlargli». La frase ha destato significativi malumori a Bruxelles, nonostante Viktor Orbàn non goda di particolari simpatie, ed è stata interpretata come un’ammissione di difficoltà indiretta. Se persino il grande performer che in tutti i momenti di difficoltà è riuscito a uscire dall’angolo e realizzare un colpo di scena oggi si trova ridotto a minacciare per tentare di convincere chi lo osteggia vuol dire che a Kiev la preoccupazione di essere abbandonati è molto più grande di quanto si lascia trapelare.

