Altro che «Friendly take over», proposto a fine febbraio da Donald Trump. L’asfissia economico e sociale di Cuba si avverte con drammatica evidenza ogni giorno. Il primo marzo una bolsita di pane, poche piccole pagnotte, costava 300 cup (pesos cubani, la pensione minima arriva a stento ai 2000 cup). Il giorno prima costava 250 cup. Un aumento del 20% in un solo giorno! «Non c’è farina, né lievito. Dell’energia non ne parliamo» è il triste commento del titolare della microimpresa che rivende il pane nel mio quartiere a Cojimar.
Il dato è nazionale: alla fine di febbraio circa l’80% delle Mipymes (micro, piccole e medie imprese) di Cuba era in forte crisi. A causa della drammatica scarsezza di carburante si produce molto poco, il trasporto è molto costoso, i Prezin ne risentono al rialzo, si vende meno, vi è meno valuta per comprare all’estero: dunque scarseggiano i prodotti di prima necessità e costano di più.
All’inizio di marzo, all’Avana, molti dei negozietti (timbiriches) che vendono prodotti alimentari importati (ormai quelli che permettono di sopravvivere, naturalmente per chi ha i soldi per comprarli) usavano i resti di magazzino. «Poi chiudo», mi dice sconsolata la titolare di una piccola impresa privata.
Di amichevole nell’intenzione di Trump di «prendere possesso» di Cuba c’è dunque molto poco. Come ha commentato il rappresentante Onu per i diritti umani, Volker Türk: «Nulla giustifica l’asfissia di un’intera popolazione». Ma è quanto sta avvenendo a Cuba.
La prospettiva della “proposta” di The Donad è comunque meno traumatica di un government changing attuato con la Delta Force o con grappoli di bombe, come avvenuto in Venezuela e in corso in Iran.
Il vertice politico dell’Avana ne è consapevole. Politicamente si rifiuta «di trattare cambi politici sotto la minaccia militare». Nei fatti è assai più prudente e cerca di tenere i toni bassi. E probabilmente ha contatti, se non trattative in corso con il Dipartimento di Stato. Questo è evidente. Quale siano però i dibattiti e i rapporti di forza all’interno del Pcc, il partito-governo-Stato è molto difficile saperlo. Non certo attraverso i giornali –che nei prossimi giorni, forse già quando leggerete questo articolo, chiuderanno per mancanza di carta. E nemmeno in Tv. Per quanto riguarda “le voci” –radio bemba- è meglio lasciar perdere.
Di fatto il malumore è forte, e viene espresso ormai a voce alta. Ma Cuba è tutt’altro che «uno Stato fallito» come affermano Trump e il suo capo della diplomazia, Marco Rubio. È sicuramente uno Stato in drammatica crisi, in gran parte per il più che sessantennale bloqueo Usa reso uno strangolamento dalle Amministrazioni Trump (la prima con più di 200 misure presidenziali a integrare la legge Helms-Burton, la seconda, quella attuale, con il blocco militare dei rifornimenti di greggio all’isola). Ma in parte è in crisi per errori (drammatici) di programmazione: aver mantenuto una produzione di energia elettrica con impianti obsoleti e altamente costosi: di fatto il costo dell’elettricità è insostenibile col magro bilancio statale e senza “aiuti” esterni (in greggio). Mentre scrivo, le previsioni dell’Ente statale dell’energia elettrica sono che il 53% dell’isola oggi resterà al buio.
Per la verità i programmi per aumentare la quota di energie rinnovabili ci sono da tempo. Ma solo da poco – e con aiuto soprattutto della Cina- è in atto il ricorso a pannelli solari per generare energia, specialmente per persone vulnerabili (poveri), per impianti sanitari come l’ospedale universitario Quiñones all’Avana e altri 500 policlinici e in luoghi dove in provincia è più difficile estendere la fornitura di energia – e che ormai patiscono blackout talmente lunghi che si è creato il neologismo alumbron (illuminamento), esclamato quando arriva la corrente.
Questa è la situazione attuale. Cupet, il monopolio statale, produce circa il 40% del greggio che il paese necessita. Oltretutto è un greggio difficile da raffinare per produrre carburante. Senza l’altro 60% la prospettiva è quel piano “energia zero” che fu preparato già alla fine del secolo scorso nel Periodo especial dopo l’implosione dell’Urss e ripreso dall’attuale governo. Il quale ha ereditato la capacità (e volontà) di distribuire il più equitativamente quello di cui dispone. L’abnegazione di parte della popolazione, come medici e infermieri, fa il resto. Ma in queste circostanza la, seppur proverbiale, solidarietà dei “cubani de a pie” è in crisi. Il salvense quien pueda (si salvi chi può) è purtroppo una necessità.
Dunque è possibile, e anche probabile, che siano in corso contatti e colloqui con l’Amministrazione Trump per quei «cambiamenti nel settore economico» che, secondo Marco Rubio, sarebbero «il primo passo» per trovare un accordo con gli Usa. Le tesi del portale Us-Cuba Trade and Economic sono chiarissime: una volta che l’economia cubana è penetrata ( e dipendente) da imprese statunitensi, la forma di governo «importa poco: fate pure come il Vietnam e la Cina».
Se questa è la base di discussione vi sono imprenditori cubano-americani, “amici” del governo cubano come pure “interlocutori” di Rubio, che si dicono pronti a fare la loro parte come mediatori. È il caso di Hugo Cancio, imprenditore con base in Florida ma da tempo attivo in Cuba sia come esportatore di beni (con la società Katapulk) sia nell’informazione, con la piattaforma online OnCuba (che da mesi, secondo chi scrive, sta facendo un ottimo lavoro di informazione). Per Cancio, l’Amministrazione Trump «ha preso l’iniziativa di proporre incontri e negoziati» e «il governo cubano dovrebbe approfittare dell’occasione» per «riforme economiche ...che permettano il ritorno (a Cuba) della diaspora e l’estensione del settore privato».
Per una parte almeno del vertice politico di Cuba, aprire uno spiraglio significa (anche se non lo dicono in pubblico) trovarsi in una situazioni come in Venezuela, dove ormai il settore petrolifero è gestito interamente dagli Stati Uniti, che si preparando anche a gestire minerali rari e preziosi del paese. Così, pensano, avverrà per il cobalto e il nichel prodotti da Cuba. Oltre al turismo, una risorsa alla quale gli Usa guardano con grande interesse.
Sono già entrati, o stanno per farlo, nell’isola isotanques (piccole cisterne) con carburante e diesel destinati al settore privato. È l’energia che gli Usa intendono far filtrare per evitare il collasso completo dell’isola e per mettere in chiaro che trattative sono urgenti. La pazienza di Trump non è molta: lo dimostra l’attacco all’Iran. Vedremo se la minaccia della Casa Bianca funziona o se Cuba riuscirà a resistere e reagire.
Molto dipenderà da quando e come si concluderà l’aggressione Usa all’Iran. Se durerà due o tre settimane come nei piani di The Donald, allora il presidente ne uscirà rafforzato e avrà mano libera per il suo take over su Cuba, con trattative capestro o con la forza.

