Sin dall’inizio la posizione dei Quaderni e del ForumAlternativo è stata “né con Putin, né con la NATO”. Dopo quattro anni di un massacro totalmente insensato (si parla di almeno 1.5 milioni di morti), siamo tuttora convinti che sia la posizione corretta. Facciamo un passo indietro. L’aggressione russa all’Ucraina è indubbiamente criminale e Putin è senza dubbio alcuno un autocrate reazionario e sanguinario, come aveva già dimostrato in altre occasioni, p. es. in Cecenia.

Altrettanto sicuro è però che la NATO ha fatto tutto quanto poteva per provocarlo. Basterebbe ricordare la promessa fatta a Gorbaciov al momento della riunificazione tedesca (“la NATO non si muoverà di un pollice verso Est”), quando poi, come con una bella immagine descrisse Papa Francesco, la NATO è andata ad “abbaiare alle porte di Mosca”.  Meno chiari sono tuttora altri importanti fatti, tra i quali ne citiamo almeno due: chi è stato soprattutto responsabile della guerra civile tra il 2014 e il 2022 nel Donbass, con 15.000 morti? Chi ha sparato a Maidan, scatenando il rovesciamento del governo ucraino filo-russo?

“L’operazione speciale” secondo i comandi russi doveva durare qualche giorno: nelle prime ore del 24 febbraio i paracadutisti russi avrebbero occupati uno degli aeroporti di Kiev, nelle ore seguenti sarebbero sbarcate varie divisioni, il governo di Kiev sarebbe caduto e ce ne sarebbe stato uno nuovo, filo-russo. Informati dai servizi segreti occidentali, gli ucraini li stavano aspettando ed hanno facilmente eliminati i paracadutisti russi.

Fallita questa fondamentale sorpresa, la famosa colonna di carri armati diretti a Kiev si è poi impantanata. Dopo questa sconfitta iniziale, Putin era disposto al compromesso: ad Istanbul nell’aprile (il tutto confermato anche dall’ambasciatore svizzero Ruch) ci si mise d’accordo. L’Ucraina non sarebbe entrata nella NATO, riconosceva la Crimea come russa, la Russia accettava garanzie occidentali contro eventuali future aggressioni all’Ucraina, sul Donbass si sarebbe deciso più tardi (nel Donbass Kiev non aveva mai rispettato gli accordi di Minsk del 2014 che davano alla regione una certa autonomia, anzi aveva cancellato il russo come seconda lingua ufficiale dell’Ucraina).

Prima che si apponesse la firma all’accordo, arrivò però il primo ministro inglese B. Johnson (inviato da Biden) che fece fallire il compromesso: dopo il disastro iniziale russo la NATO era convinta che Mosca poteva essere definitivamente sconfitta o perlomeno fortemente indebolita. Questo obiettivo, soprattutto per quanto riguarda l’Eurasia, era stato da tempo fissato come uno dei principi della politica statunitense.

La NATO prese quindi definitivamente in mano la conduzione della guerra (già dal 2014 aveva massicciamente riarmato Kiev): però nel 2023 la controffensiva ucraina, che avrebbe dovuto portare alla vittoria, fallì e l’esercito di Kiev s’indebolì vieppiù, soprattutto per la fuga all’estero di buona parte di coloro che avrebbero dovuto essere coscritti. Reclutando con allettanti contratti economici soprattutto migliaia di giovani dalle provincie asiatiche, l’esercito russo come un rullo compressore ha poi ripreso ad avanzare, anche se molto lentamente.

Dopo quattro anni gli manca ancora circa un quarto del Donbass. Nonostante tutte le gesticolazioni istrioniche di Trump, alla pace non ci siamo ancora: ma ci si dovrà pur arrivare fra non molto. Ed è molto probabile che la soluzione non sarà molto diversa da quella che si sarebbe potuto trovare per via diplomatica prima dello scoppio delle ostilità: Ucraina nell’UE, ma non nella NATO, Crimea russa, Donbass congelato nella situazione attuale, garanzie di sicurezza all’Ucraina da parte degli USA.

Ecco perché riteniamo che il tutto sia stato totalmente insensato, che la posizione “né con la NATO, né con Putin” sia quella corretta e che entrambi verranno condannati dalla storia per quanto hanno provocato sulla pelle del popolo ucraino. Ciò che è anche chiaro è che la Russia è ora al limite del fallimento e che chi sostiene che i “carri armati di Putin potrebbero arrivare sino a Lisbona”, se non ci riarmiamo (Rutte, segretario generale della NATO), racconta delle fandonie colossali, usate come specchietto per le allodole onde convincere l’opinione pubblica ad accettare le spese astronomiche previste per il riarmo.

Questi investimenti sono in realtà pensati per far uscire il capitalismo europeo dalla crisi economica in cui si è cacciato. E la Svizzera in tutto questo? Ci siamo penosamente subito allineati alle sanzioni e alla politica della NATO, abbiamo buttato miliardi (e ne stiamo tuttora buttando) nella corrottissima macchina statale ucraina e mentre respingevamo rifugiati afgani e siriani, abbiamo steso il tappeto rosso a migliaia di fuggiaschi ucraini.

L’ineffabile Cassis ha guidato le marce di protesta contro l’intervento russo: sul genocidio a Gaza, dove le vittime civili sono infinitamente più numerose che in Ucraina, non solo ha taciuto, ma evitando ogni sanzione ha in pratica sostenuto i crimini israeliani. Un nutrito gruppo di giuristi svizzeri l’ha perciò giustamente denunciato alla Corte Internazionale dell’Aja.