La Legge sul salario e relativo regolamento di applicazione sono entrati in vigore il primo gennaio 2021 dopo un lungo e faticoso iter politico. Va detto che la legge, quando fu approvata dal Gran Consiglio, non entusiasmava molto nemmeno noi promotori, considerando i salari previsti e la tempistica di crescita degli stessi. Ma era comunque un risultato storico, frutto di un compromesso, che permetteva di avere una legge e quindi di poter aprire finalmente una porta sul discorso dei salari in Ticino con una base legale consolidata.

Contro la Legge è stato, come era logico aspettarsi, presentato un ricorso che il Tribunale federale ha respinto, per cui la Legge è diventata realtà. Parallelamente alla sua introduzione era previsto che l’Istituto di ricerche economiche (IRE) facesse una valutazione dell’impatto del salario minimo sugli altri salari, sulla sostituzione della manodopera residente con frontalieri, sulle ricadute sull’economia ticinese, ecc.

Le verifiche dell’IRE hanno dimostrato poche infrazioni e quasi nessuna ricaduta significatamene negativa a livello generale. Un tema complesso è risultato essere quello del rincaro che, nelle mani esclusive del Consiglio di Stato fino al 2024, di fatto ha ridotto gli importi salariali reali, già modesti, previsti dalla Legge. Di fronte a questo stato di cose e soprattutto di fronte agli importi riconosciuti troppo bassi, nell’ottobre del 2021 il Partito socialista ha lanciato l’iniziativa costituzionale elaborata “Per un salario minimo sociale” che oggi tiene banco in Gran Consiglio.

Sulla stessa si sta lavorando da tempo per cucire un’intesa con tutti i partiti di governo, intesa che nei giorni scorsi sembra aver dato i suoi frutti. Grazie a questo compromesso, infatti, il salario minimo crescerebbe dagli attuali 20-20,50 franchi ai 21,75-22,25 franchi del 2029, cosa che tradotta in soldoni, vorrebbe dire che in tre anni i salari più bassi in Ticino crescerebbero di 320 franchi al mese.

A beneficiarne sarebbero oltre 20mila lavoratrici e lavoratori. Inoltre, cosa molto importante, il riconoscimento del rincaro diventerebbe automatico, senza più dover passare dal Consiglio di Stato, a partire dal 2030. Restano ancora sul tavolo di lavoro dei partiti alcuni punti importanti come il fatto che le decisioni della Commissione tripartita sulle eventuali deroghe sui contratti collettivi a salari inferiori al minimo previsto nei prossimi tre anni siano prese a maggioranza qualificata e che gli aggravi lavorativi (come il lavoro notturno o domenicale) non siano compresi nel salario reale riconosciuto.

Ma anche su questi fondamentali punti l’accordo sembra possibile, per cui non resta che aspettare l’esito finale delle trattative, l’approvazione parlamentare, il lancio di eventuali referendum, l’effettiva entrata in vigore della legge dopo gli eventuali ricorsi e poi ritirare, se tutto dovesse rispondere davvero alle aspettative degli iniziativisti, l’iniziativa stessa. Una storia lunga quella del salario minimo, insomma. Ma una storia che oggi sembra avviarsi verso un buon risultato politico per tutte e tutti. Un risultato che va oltre lo stretto tema dei salari più bassi perché dimostra che la politica può, se vuole e se ne è capace, avere un impatto significativo anche sulle regole del gioco economico.