Da una parte una potenza militare sempre più imponente, dall’altra le continue rimozioni di ufficiali che lasciano dubbi sulle capacità operative. L’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) si avvicina al 2027, snodo cruciale in cui celebrerà il suo centesimo anniversario e dovrebbe raggiungere la piena prontezza al combattimento. Ma la sua lunga marcia presenta anche degli ostacoli. Basti pensare alle ultime due date simbolo. La prima è quella del 3 settembre scorso, quando in occasione dell’80° anniversario della vittoria nella Guerra di resistenza contro il Giappone, la Cina ha messo in scena una delle più imponenti dimostrazioni di forza militare della sua storia recente. Nella cornice solenne di Piazza Tiananmen, sotto lo sguardo di Xi Jinping, colonne di mezzi corazzati, missili balistici intercontinentali, droni a lungo raggio e reparti d’élite dell’EPL hanno sfilato con precisione coreografica, offrendo al mondo l’immagine di una potenza moderna e avanzata tecnologicamente.
Dietro quella scenografia perfetta montava però un malessere interno, sfociato nella seconda data chiave, quella del 24 gennaio. È il giorno in cui la Cina ha annunciato l’indagine contro Zhang Youxia, generale più alto in grado del Paese e vicepresidente della potentissima Commissione Militare Centrale, secondo solo a Xi. Il contrasto è emblematico della fase che la Cina sta attraversando. Da un lato, la leadership vuole proiettare l’immagine di un esercito ormai trasformato in strumento tecnologicamente avanzato e capace di operazioni congiunte su vasta scala. Dall’altro, la necessità di continue epurazioni suggerisce che la modernizzazione non è solo una questione di piattaforme e algoritmi, ma anche di controllo politico, disciplina interna e lealtà personale.
L’indagine contro Zhang rappresenta uno dei passaggi più delicati nel rapporto tra EPL e Partito Comunista Cinese (PCC) degli ultimi decenni. Nato nel 1950, veterano della guerra sino-vietnamita del 1979, apparteneva a quella ristrettissima generazione di comandanti con esperienza diretta di combattimento reale, in un esercito che da oltre quattro decenni non ha più conosciuto guerre convenzionali su larga scala. Figlio di un rivoluzionario, cresciuto nel mondo dei “principini rossi”, Zhang condivideva con Xi un retroterra familiare che affonda nella guerra civile contro il Kuomintang e nella mitologia fondativa della Repubblica Popolare. Questo legame generazionale e simbolico lo aveva reso uno degli anelli di congiunzione tra potere politico e apparato militare.
Dopo la grande riforma strutturale avviata da Xi nel 2015, che ha smantellato le vecchie regioni militari sostituendole con comandi di teatro congiunti, Zhang aveva supervisionato snodi chiave della trasformazione dell’EPL: l’integrazione interforze, il rafforzamento delle forze missilistiche, l’espansione delle capacità aerospaziali, l’istituzione della Forza di supporto strategico per guerra informativa e dominio spaziale, lo sviluppo degli equipaggiamenti. Zhang non era soltanto un comandante politico, ma un architetto operativo della modernizzazione.
L’indagine annunciata con la formula rituale delle “gravi violazioni della disciplina” è stata però accompagnata da un linguaggio insolitamente duro. Il PLA Daily ha scritto che Zhang avrebbe “gravemente calpestato” il sistema di responsabilità del presidente della Commissione militare centrale, cioè di Xi, e di aver minato le fondamenta politiche del controllo del Partito sull’esercito. In un sistema in cui le parole sono calibrate con precisione chirurgica, il verbo “calpestare” non evoca semplici tangenti o abusi, ma una sfida politica.
Per capire se si tratti di un conflitto personale, di un regolamento di conti interno o di qualcosa di più strutturale, bisogna collocare la vicenda dentro la lunga traiettoria della campagna anticorruzione. Sin dal XVIII Congresso del PCC del 2012, Xi ha promesso di colpire “tigri e mosche”, cioè alti ufficiali e militari semplici. Le prime grandi tigri a cadere sono stati gli ex vicepresidenti della Commissione militare centrale Xu Caihou e Guo Boxiong, simboli di un sistema in cui le promozioni si compravano e le reti clientelari deformavano la catena di comando. La loro caduta ha segnato un punto di non ritorno: nessuno è più intoccabile.
Negli ultimi anni, però, la scala delle purghe ha assunto dimensioni senza precedenti. Secondo il Center for Strategic and International Studies, dal 2022 sono stati ufficialmente epurati 36 generali e tenenti generali, mentre altri 65 risultano scomparsi o potenzialmente rimossi, per un totale che supera le cento figure tra confermate e probabili. Sui 176 incarichi di vertice designati nell’EPL, oltre la metà delle posizioni risulta colpita da purghe o avvicendamenti forzati. La sequenza è impressionante. Nel 2023 i vertici delle forze missilistiche sono stati silurati. Nel 2024 è caduto l’ex ministro della Difesa Li Shangfu. Nel 2025 sono stati rimossi altri alti ufficiali, tra cui il numero tre della Commissione militare centrale, He Weidong. A febbraio, alla vigilia delle “due sessioni” legislative e consultive, l’Assemblea nazionale del popolo ha espulso nove generali dalla delegazione militare.
La caduta di Zhang, annunciata insieme a quella del capo del Dipartimento di Stato congiunto Liu Zhenli, rappresenta il vertice di questa piramide. Quali sono le ipotesi sulle motivazioni? La prima è quella formale della corruzione. Zhang ha guidato per anni il Dipartimento per lo sviluppo degli equipaggiamenti, uno dei settori più esposti a tangenti legate a programmi missilistici, navali e aerospaziali. È plausibile che vulnerabilità esistessero. Ma la corruzione è stata per decenni una costante sistemica, e la scelta del momento suggerisce che non sia la sola variabile per sbarazzarsi in modo così roboante di una figura apicale come Zhang, peraltro promosso al XX Congresso del 2022 nonostante avesse già abbondantemente superato i tradizionali limiti d’età: un segnale di inequivocabile gradimento da parte di Xi.
Secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, Zhang avrebbe passato agli Stati Uniti informazioni sensibili relative all’arsenale nucleare cinese. Una ricostruzione che impone cautela. I vertici militari sono sottoposti a un sistema di controllo politico e di sicurezza estremamente stringente, tale da rendere poco plausibile un’operazione di reclutamento da parte di Washington ai livelli più alti della gerarchia. La diffusione di una simile narrativa potrebbe persino rispondere a esigenze interne. Attribuire la caduta di Zhang a un presunto tradimento nazionale, piuttosto che a una dinamica di competizione o frizione ai vertici del potere, consentirebbe alla leadership di incorniciare l’episodio in termini meno politicamente delicati. Trasformare una possibile sfida alla catena di comando in un caso di slealtà verso la patria sposterebbe il baricentro del discorso pubblico dalla stabilità del sistema alla necessità di difenderlo. Se tali voci avessero effettivamente origine in ambienti militari cinesi, significherebbe che l’operazione contro Zhang non è stata neutra né indolore, ma ha richiesto una costruzione narrativa capace di legittimarla agli occhi dell’apparato. Di certo, il calcolo di Xi include elementi politici.
La caduta di Zhang sembra chiudere una stagione nei rapporti tra vertice politico e leadership militare: Xi dà l’impressione di aver deciso di superare anche quell’ultimo spazio di equilibrio, accettando l’impatto simbolico di sacrificare una figura chiave pur di ribadire un principio non negoziabile: nessun rapporto individuale, per quanto consolidato, può limitare il primato del Partito sull’esercito. Nell’autunno del 2027 si terrà il XXI Congresso del PCC, appuntamento che potrebbe aprire la strada a un quarto mandato per Xi. In Cina, le decisioni cruciali si preparano con largo anticipo: la partita per quell’appuntamento non solo è già iniziata, ma probabilmente è in una fase avanzata. Dopo aver disarticolato il tradizionale sistema delle fazioni per le nomine apicali, Xi sembra ora voler marginalizzare il ruolo politico dell’unico altro potenziale polo di potere alternativo: l’esercito, appunto. Creandosi dunque un percorso meno accidentato. Questo vale non soltanto per un’eventuale riconferma, ma anche per la gestione di una futura successione, che si muoverà in un territorio inesplorato dopo il superamento di diverse consuetudini introdotte dai predecessori di Xi. La caduta di Zhang avrebbe così una duplice funzione: consolidamento immediato e mossa preventiva.
Sul piano operativo, le implicazioni sono ambivalenti. Il pensiero va subito a Taiwan. Un’operazione complessa come un blocco navale o un’invasione richiede sincronizzazione tra Marina, Aeronautica, forze missilistiche, cyber e spazio. Ma, nel breve termine, l’assenza di figure con esperienza sistemica può rallentare il coordinamento tra i teatri, indebolire la coesione delle forze armate e generare cautela nelle catene di comando. Nel medio termine, però, la dinamica potrebbe invertire il segno. Xi potrebbe ritrovarsi con una nuova generazione di comandanti cresciuti interamente sotto il suo mandato, più giovani, più ideologicamente allineati e meno inclini a mettere in discussione le valutazioni politiche. Questo potrebbe aprire a una struttura più omogenea e pronta a eseguire decisioni rischiose senza resistenze interne. In sintesi, la caduta di Zhang non chiarisce se la Cina sia più o meno vicina a un conflitto, ma modifica la natura del processo decisionale e lo rende più dipendente da un singolo centro. In un sistema così concentrato, l’imprevedibilità cresce: non perché manchi controllo, ma perché il controllo è sempre più verticale e meno mediato.
Se il 2027 sarà davvero l’anno della piena prontezza al combattimento dipenderà anche o soprattutto dal bilanciamento tra disciplina e realismo, tra fedeltà e competenza. L’indagine contro Zhang è il simbolo di questo complicato equilibrio, in cui la forza e la fragilità del sistema possono talvolta anche coincidere.

