Il mese scorso sono circolate diffusamente in rete le immagini dell’inaugurazione dell’effige dorata del presidente istallata nel Trump National Doral golf club di Miami. A benedire il monumento raffigurante il capo dello stato col pugno alzato in posa vagamente “nordcoreana”, c’era un gruppo di religiosi le cui preghiere hanno restituito ancora una volta la particolare dimensione religiosa che contraddistingue l’attuale amministrazione. 

Alla coalizione che dietro Trump unisce destra suprematista, plutocrazia e tecno feudali, la compagine evangelica fondamentalista aggiunge una fondamentale componente di fanatismo religioso. Dalle sedute di preghiera nello studio ovale con eventuali imposizioni delle mani all’iconografia pseudo religiosa più o meno sacrilega che continua ad apparire sui social presidenziali, fino alla polemica accesa con il papa (compresi i consigli teologici gratuitamente elargiti a quest’ultimo da JD Vance), il fondamentalismo è una costante del regime, una novità per una nazione che si appresta a celebrare 250 anni come stato laico. 

La religione è tuttavia elemento intrinseco della storia nazionale. Dall’insediamento di Plymouth in Massachusetts (1630), le prime colonie nordamericane furono, oltre che imprese commerciali, comunità teocratiche fondate dalla diaspora di profughi calvinisti. scismatici nordeuropei. L’integralismo puritano importa nel continente le basi della religiosità che rimarrà sempre contraltare della componente illuminista della rivoluzione e del razionalismo laico e scientifico che seguirà. 

A supplire la mancanza di una religione di stato c’è l’epopea nazionale improntata al “destino manifesto”, una sorta di religione civica in cui il protestantesimo carismatico confluisce nella mitologia di predestinazione americana, in una sorta di fervore escatologico che oggi per la prima volta intravede l’opportunità concreta di imporre la propria visione sul paese.

Nella storia della nazione si sono susseguite ondate di fervore religioso, i cosiddetti “grandi risvegli” o revival. A metà Settecento una reazione al razionalismo illuminista produce conversioni a denominazioni protestanti nelle prime colonie. Ad inizio Ottocento un secondo revival amplia l’influenza di battisti e metodisti attraverso campagne come la temperanza. Il fervore deborda dalle denominazioni ortodosse e esonda in sette apocrife ed eretiche. A metà Ottocento i Mormoni diventano la prima religione “autoctona” ed inscenano una rappresentazione dell’esodo di Mosè, rifugiandosi dalle persecuzioni per fondare il proprio Zion nel deserto dello Utah. 

Il concetto di America come terra promessa e compimento di un occidente cristiano discende direttamente da concetti puritani, quello, ad esempio, della “fulgida città sulla collina” famosamente formulato in un sermone di John Winthrop primo governatore del Massachussetts nel ‘600. Quella famosa frase verrà riesumata da Ronald Reagan negli anni ‘80 come parte del suo progetto di arruolare le sette evangeliche. Sono gli anni in cui termini “religious right”, “destra evangelica” e “teocon” diventano parte del lessico politico. 

Il patto reaganiano con figure come il telepredicatore Pat Robertson ed il crociato antiabortista Jerry Falwell segna l’inizio di un’alleanza destinata a influenzare sempre più marcatamente il partito repubblicano. In era neocon Karl Rove, stratega di Bush, acuisce le “guerre culturali” cooptando le concezioni integraliste di patria, famiglia e giustizialismo “divino” (e armato) a valori politici, designando di contro il liberalismo laico come eresia “anti americana”. 

Nei think tank della nuova destra, come la Heritage Foundation, l’estremismo religioso diventa elemento centrale di un progetto egemonico, quello ultradecennale, ad esempio, della Federalist Society per blindare la Corte suprema promuovendo le nomine di togati cattolici vicini all’Opus Dei, il cui “originalismo” costituzionale affianca il “letteralismo” biblico degli evangelici. 

Con lo zelo proprio del fondamentalismo carismatico la destra evangelica ha un’incomparabile capacità di mobilitare la base. Sarà in prima linea nell’opposizione a Clinton, Obama e Biden convogliando le proprie crociate politico religiose nel Tea Party prima, ed infine nel movimento maga, il partito personale di Trump.

Il matrimonio fra fanatismo religioso e populismo disegna dunque un perimetro ideologico sempre più intransigente caratterizzato da rancore, reclamo e paranoia che Trump fomenta e ricollega alla sfera religiosa. Il mondo teocon adotta una concezione sempre più esplicitamente “politica” della fede, una deriva espressa da nuove dottrine: il “ricostruzionismo” ed il “dominionismo” che promuovono l’antico testamento come legge terrena, oggi vi aderiscono governatori, giudici federali parlamentari del GOP.

La commistione di ideologia e dottrina religiosa predispone alla venerazione personale del presidente. L’effige dorata è solo l’ultima manifestazione di un’idolatria già in evidenza nei comizi di Trump. Di fatto il rapporto della base con il leader ricalca molto quello dei culti religiosi in cui si sviluppa una retroazione auto rinforzante, per cui, ad esempio, gli attentati scampati confermano la protezione divina di un “profeta imperfetto”. Nel nome della sua presunta utilità nel favorire l’avverarsi delle profezie bibliche, a Trump, titolare di un curriculum non esattamente pio, gli evangelici perdonano anche la più scandalosa delle trasgressioni ai “valori cristiani”.

Il fanatismo che sarebbe fino poco fa stato relegato alle propaggini esoteriche del fondamentalismo è oggi parte a pieno titolo della coalizione governante della superpotenza occidentale. Gli adepti ricoprono ruoli dirigenziali di molti ministeri chiave, dal ministero per la sicurezza (DHS/ICE) al Pentagono alla presidenza della Camera. Paula White-Cain, “consigliera spirituale” del presidente, esperta in glossolalia e imposizione delle mani, oggi ha un ufficio a pochi passi dallo studio ovale. La cerchia di predicatori teocratici ha verosimilmente più influenza sul presidente dei suoi consiglieri politici. 

Il 17 maggio scorso molti di loro hanno guidato un revival religioso sulla spianata monumentale di Washington e sponsorizzato (in parte con fondi pubblici) dalla Casa Bianca, nove ore di preghiera e “comunione con lo Spirito Santo” a cui hanno partecipato 15000 adepti e sono intervenuti maggiorenti del regime (compresi Trump, Vance, Hegseth e Johnson oltre ai figli di Falwell e Robertson). L’’obbiettivo della preghiera di massa era di “rifondare il paese come nazione cristiana.” È il necessario passo finale per sdoganare la dottrina teocratica come volontà originaria dei padri fondatori e siglare la definitiva sovrapposizione fra stato ed oltranzismo religioso.

È una manovra a dir poco audace considerando che la costituzione americana dichiara esplicitamente nel primo articolo che il governo “non farà legge alcuna atta a porre una religione” al di sopra delle altre. Ma il revisionismo storico è praticamente un marchio di fabbrica della destra integralista, che nel secondo mandato Trump ha sistematicamente attaccato scienza, cultura, istruzione e medicina.

Gli evangelici costituiscono solo ¼ delle confessioni in America (circa due terzi della popolazione si dichiara cristiana, ma con l’attuale amministrazione sono esattamente le sette più oltranziste (che rappresentano il 15% circa della popolazione) ad avere una linea diretta al potere politico. Nella concezione fondamentalista la “rinascita cristiana” è precondizione al ritorno del messia ed il compimento delle profezie, il pluralismo religioso è dunque inaccettabile. Gli oltranzisti sentono che l’ora della definitiva rivalsa sull’”eresia laica” è vicina, la vittoria e a portata di mano e così il compimento del destino americano che credono fermamente sia stato profetizzato dall’antico testamento la grandezza originale a cui vorrebbero riportare l’America è quella di Abramo e Mosè o almeno prima del laicismo illuminista. 

Nella teocrazia americana non vi è posto per compromesso o dialettica ma solo per l’unica “verità rivelata”, quella che lo speaker della Camera Mike Johnson ha nuovamente reiterato ai pellegrini accorsi a Washington: che la libertà degli Americani, come il potere dei presidenti, discende direttamente dalla provvidenza divina. 

Su questo punto fondamentale non è ammessa mediazione ma solo conversione e nella destra evangelica la politica viene vista come “guerra spirituale” dei giusti contro forze demoniache, una retorica che oggi è normalizzata dalle alte cariche istituzionali come il ministro della difesa. Hegseth è noto per aver istituito cerimonie di preghiera obbligatorie al Pentagono, invitando il pastore di cui è seguace (Douglas Wilson, leader di una congregazione neotradizionalista di ispirazione calvinista dell’Idaho, la Communion of Reformed Evangelical Churches) a predicare al Pentagono. 

Il radicale progetto teocratico investe ampi settori dell’amministrazione pubblica con la revisione dei programmi scolastici, la distorsione della storia per conformarla alla narrazione spuria del popolo eletto, l’epurazione di libri di testo e lo stravolgimento del bilancio per allineare le priorità di governo all’egemonia evangelica. Quest’ultima operazione è diretta da Russel Vought, capo dell’ufficio del bilancio, a volte definito “presidente ombra” per l’influenza che ha per sottrarre fondi da dicasteri che considera fautori di una “eresia laica”. 

L’idea di predestinazione eccezionalista accomuna il cristo nazionalismo al sionismo sancendo l’alleanza con un governo israeliano ugualmente controllato da fazioni oltranziste ha prodotto l’attuale conflagrazione mediorientale.

È difficile insomma sovrastimare la portata ed il pericolo che la dottrina rappresenta per il mondo. Un progetto radicale e senza precedenti che al potere militare e geopolitico della superpotenza abbina lo zelo dottrinario delle sette religiose e la volontà di ottenere la “vittoria finale” nei tempi del secondo mandato Trump.