A metà maggio per tre giorni all’Avana, e più in generale a Cuba, si è temuto il peggio: il collasso della produzione di energia elettrica che è da cinque mesi l’obiettivo del presidente Donald Trump e della sua decisione di attuare un blocco energetico dell’isola.

Con due grandi centrali fuori produzione per guasti, gli apagones all’Avana sono durati fino a 20 ore al giorno. Il sistema di trasporto pubblico, già in grave crisi, è collassato: sono rimasti attivi quasi solo i tricicli elettrici, atti però solo a brevi tragitti. La crisi dei trasporti si è trasferita velocemente sui prezzi dei generi di prima necessità, già alti. In queste condizioni, anche chi a caro prezzo si è procurato del cibo è stato in ansia per paura che andasse a male in frigoriferi senza corrente.

La tensione sociale era evidente, nelle notti buie e in strade inospitali. Tensione che in alcuni quartieri della capitale è esplosa: come nel popoloso San Miguel del Patrón dove i cacerolazos – le pentole battute con cucchiai – sono risuonati per ore assieme a urla per avere «cibo e luce».

È in questo clima di acutissima tensione che giovedì 14 maggio è sbarcato all’aeroporto dell’Avana niente meno che il direttore della Cia, John Ratcliffe, per incontri con il vertice politico e militare dell’isola. L’iniziativa, hanno precisato all’Avana, ha avuto luogo per richiesta dell’Amministrazione Trump. La quale ha voluto dare una inusuale pubblicità all’evento: foto di Ratcliffe sono state pubblicate nel sito dell’Agenzia di spionaggio nordamericana. Una di queste lo mostrava in una riunione, seduto a un tavolo ovale, con auricolari per la traduzione simultanea e assieme a personaggi i cui volti erano opportunamente sfumati. Ma è stato reso noto che il capo della Cia ha incontrato il suo omologo cubano, il generale di brigata Ramón Romero Curbelo, come pure il ministro dell’Interno (Minint) generale Lázaro Alberto Álvarez Casas.

Militari e politici hanno ribadito all’ospite che «Cuba non rappresenta alcuna minaccia per la sicurezza degli Usa» e che il governo dell’Avana è da tempo impegnato a contrastare il terrorismo internazionale. Per cui l’inclusione di Cuba nella lista nera dei paesi che – secondo gli Usa – favoriscono il terrorismo è di fatto una decisione politica aggressiva. Infine, specie i militari, hanno negato che in territorio cubano vi siano basi straniere (la Cia ha rispolverato all’inizio di maggio vecchie accuse che riferivano di quattro basi cinesi con apparecchiature per l’ascolto di trasmissioni – mail e telefonate cellulari comprese – negli Usa).

Nella linea politica di discredito del vertice cubano voluta dal Segretario di Stato Marco Rubio, Ratcliffe ha incontrato anche Raúl Guillermo Rodríguez Castro, il nipote di Raúl Castro, affarista e ufficiale del Minint, ormai noto come “El cangrejo” che non ha alcun incarico pubblico. Il capo della Cia si è fatto fotografare anche con l’incaricato di affari degli Stati Uniti, Mike Hammer, di fronte all’Ambasciata nordamericana sul Malecón dell’Avana.

Perché tutta questa inusuale pubblicità data a una missione di chi invece dovrebbe muoversi nella più assoluta discrezione, se non segretezza? La domanda se la sono posta vari commentatori. I quali hanno ricordato che nel 2015 una precedente missione in Cuba dell’allora capo della Cia, John Brennan, fu tenuta segreta, come pure i colloqui che ebbe con Alejandro Castro, allora capo dei servizi cubani.

Una ragione potrebbe essere che i colloqui in corso non stanno dando risultati. Almeno quelli pretesi dall’Amministrazione Trump, disposta a concessioni economiche (investimenti in Cuba) e a fornire la connessione gratuita al sistema internet Star link ma che pretende riforme politiche sulle quali invece la parte cubana mostra una chiusura totale. Anche di recente Marco Rubio ha ribadito che il governo di Cuba «è del tutto inefficiente e incapace di affrontare l’acuta crisi» e che dunque sono necessari cambi politici. Si tratta di una palese ingerenza, anche se, a differenza del suo capo Donald Trump e del ministro della guerra Usa, Pete Hegseth, Rubio non ha fatto ricorso a minacce militari.

Ratcliffe, sarebbe arrivato all’Avana in una missione straordinaria e dal carattere insolitamente ufficiale per dare un ultimatum al governo di Cuba: ovvero che il presidente Trump è interessato a trattative ma che si basino sulle proposte/dictat del tycoon. Il messaggio portato da Ratcliffe, in sostanza, sarebbe: queste sono le proposte di Trump, ai cubani resta solo l’alternativa prendere o lasciare.

Nel caso di rifiuto da parte del governo cubano, resterebbe aperta anche l’ipotesi di un’azione di forza. Ipotesi ripresa dopo una “fuga di notizie” da parte dell’agenzia Axios, secondo la quale le Forze armate cubane avrebbero 300 droni di fabbricazione russa o iraniana che potrebbero essere usati contro la base americana a Guantanamo Bay o per attacchi alle coste della Florida (distanti meno di duecento chilometri). Quasi contemporaneamente il New York Times diffondeva un’altra “fuga” di notizie: che il Dipartimento di Giustizia degli Usa si preparerebbe a mettere sotto accusa l’ex presidente cubano Raúl Castro (94 anni), responsabile dell’uccisione di quattro piloti del gruppo Hermanos al Rescate nel febbraio del 1996, quando il minore dei Castro, era Ministro della Difesa.

Si tratta questa di un’azione violentemente intimidatoria chiesta a gran voce dai parlamentari cubano-americani del partito Repubblicano che rappresentano l’area più radicale dell’anticastrismo della Florida, quello che rimane della tristemente nota – per le sue azioni di terrorismo contro Cuba – Fondazione cubano-americana di Mas-Canosa.

Cuba però non si arrende. L’hanno ripetuto prima il presidente Miguel Díaz-Canel e in seguito il ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez. In caso di attacco militare a Cuba vi sarebbe resistenza popolare e «un bagno di sangue» con «una crisi umanitaria», ha affermato Rodríguez. Come si vede, un linguaggio ben lontano dalla diplomazia. «Cuba ha il diritto assoluto di difendersi», ha scritto su X Díaz-Canel. Si riferiva alle rivelazioni del Pentagono via Axios sull’acquisto di 300 droni. Il presidente ha ribadito che «Cuba non rappresenta una minaccia né ha piani aggressivi contro nessun paese». Il segnale è comunque chiaro e ribadisce quanto era venuto a dire il capo della Cia: al governo cubano resta solo l’alternativa di accettare i «negoziati» di Trump.

La pressione su Cuba dunque si rafforza mentre continua il blocco energetico Usa (sia mediante navi militari, sia con sanzioni) contro l’isola e si continuano pure i segnali inquietanti di preparativi militari. Dall’inizio di febbraio sono stati realizzati su Cuba almeno 25 voli di ricognizione e spionaggio da parte di droni (e aerei spia) degli Stati Uniti. Anche il riferimento a basi militari straniere in Cuba, ostentatamente espresso sia dal ministro della Difesa, Pete Hegseth, sia da Marco Rubio potrebbe essere usato non solo per fare pressioni, ma anche come base legale per eventuali azioni belliche. «Non permetteremo che avversari degli Stati Uniti operino azioni di spionaggio o con basi militari a 90 miglia da noi» ha avvertito di recente il Segretario di Stato in un’intervista a Fox News.

La questione delle basi cinesi fu tirata in ballo da media della contra (organizzazioni anticastriste) nel 2014. Facevano riferimento all’ex base sovietica di ascolto di Lourdes, alla periferia della cittadina di Bejucal, poco più di venti chilometri dalla capitale. La base fu però chiusa per volere di Vladimir Putin nel 2001. 

Le affermazioni di Rubio e Hegseth sono state smentite nettamente prima dal viceministro degli esteri Carlos Fernández de Cossío poi dal presidente Díaz-Canel e dal ministro Rodríguez. E, come visto sopra, tali smentite sono state ribadite al capo della Cia. Ma la situazione di tensione rimane. Il Ministero della Difesa cubano ha pubblicato nei giorni scorsi una serie di indicazioni per la popolazione civile in caso di attacchi militari. Si tratta di norme sperimentate dalla protezione civile in caso di uragani: tenere a disposizione una borsa con acqua, cibo e medicinali per il primo soccorso, assieme a indicazioni di dove rifugiarsi e di come medicare piccole ferite.

L’altro grande pericolo per la sopravvivenza dell’isola è, come detto, la crisi energetica causata dal blocco statunitense. Come ha spiegato il ministro dell’energia, Vicente O Levy, sono state praticamente utilizzate tutte le riserve di greggio come pure di diesel e nafta (necessari per diluire il greggio pesante estratto dai pozzi cubani). 

Di recente il governo del Giappone ha stanziato aiuti per cinque milioni di dollari per fornire pannelli solari agli ospedali cubani. Anche organizzazioni internazionali, come MediCuba Europa, sono impegnate a fornire pannelli solari per la sanità cubana.

Ma anche il massiccio ricorso al fotovoltaico in corso da mesi, non serve più di tanto: la rete elettrica cubana, vecchia e obsoleta, non regge la carica fornita dai pannelli nelle ore di pieno sole: dunque il contributo del fotovoltaico non può essere usato a pieno regime fino a quando il paese non disporrà di costosi accumulatori da accoppiare ai pannelli fotovoltaici.

Chi scrive però può testimoniare che non si tratta di operazioni semplici, i pannelli vanno posti in opera con materiali che li connettano ai circuiti elettrici e possibilmente con accumulatori che forniscano la corrente di notte. Materiali difficili da trovare e costosi. Tra chi può permetterselo – in quelli che sono definiti capas medias o ceti medi cubani, o in chi ha parenti all’estero capaci di inviare valuta – è in corso una sorta di caccia ai pannelli solari. 

E questo è un altro aspetto inusuale e pericoloso della crisi, la generale tendenza al “salvense quien pueda”, si salvi chi può, che agisce a scapito della solidarietà sociale che era una delle caratteristiche più preziose della società cubana. Un aspetto favorito e ricercato dall’azione aggressiva del presidente tycoon degli Usa e dei suoi falchi : la volontà di colpire la popolazione per causare «fame e disperazione» e quindi l’abbattimento del governo. Ossia quanto il vice segretario di Stato, Lester D. Mallory raccomandava nel suo Memorandum del 1960 per provocare «The Decline and Fall of Castro».