Quando Donald Trump annunciò, a metà gennaio, la nascita del Consiglio per la Pace per Gaza (Board of Peace, BoP), lo fece con le sue abituali iperbole e il tono trionfalistico che accompagna le sue iniziative. Il Board of Peace, disse, sarebbe stato «il più grande e prestigioso consiglio mai formato, in qualsiasi parte del mondo». Per la Casa Bianca quell’organismo, concepito anche come un sostituto delle Nazioni Unite, avrebbe rappresentato il motore politico della ricostruzione della Striscia distrutta da due anni di offensiva militare israeliana, nonché la cornice diplomatica capace di favorire la piena applicazione del cessate il fuoco firmato da Israele e Hamas lo scorso ottobre e di preparare il terreno a una «nuova governance palestinese postbellica». A pochi mesi di distanza il progetto è vittima delle sue contraddizioni di fondo, dalle ambiguità insanabili dell’Amministrazione Usa e della chiara intenzione israeliana di continuare l’occupazione militare di Gaza usando come pretesto il mancato disarmo di Hamas previsto dalla seconda fase dell’accordo di tregua.

La distanza tra le promesse annunciate e la realtà sul terreno è enorme. La relazione presentata a metà maggio dal Consiglio per la Pace ai Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu costituisce, di fatto, la certificazione di un fallimento politico. L’organismo partorito da Trump e dal suo entourage ammette che la tabella di marcia per Gaza è bloccata da ostacoli che appaiono insormontabili.

Tuttavia, il documento pur confermando che a Gaza continuano le violazioni quotidiane del cessate il fuoco da parte di Israele (i palestinesi uccisi da ottobre 2025 fino a maggio sono stati circa 900), evita accuratamente di attribuire responsabilità al governo Netanyahu e di sottolineare che l’occupazione militare si espande e consolida sul terreno. Individua solo nelle armi di Hamas il «problema principale». E dedica spazio ridotto ai finanziamenti internazionali per decine di miliardi di dollari assicurati dalla Casa Bianca che non sono mai arrivati. Rivelazioni pubblicate nei giorni scorsi dal Guardian mostrano con particolare chiarezza la crisi che attraversa il BoP.

Fonti vicine all’organismo hanno confermato al giornale britannico che il progetto non ha fondi. Durante la riunione inaugurale del consiglio negli Stati Uniti, nove paesi promisero subito sette miliardi di dollari destinati alla ricostruzione della Striscia. In concreto, però, secondo le informazioni trapelate, il consiglio avrebbe ricevuto soltanto 23 milioni di dollari per le proprie attività operative, oltre a 100 milioni destinati alla futura «forza di polizia palestinese» al posto di quella di Hamas prevista dal piano; quindi, una frazione insignificante delle somme annunciate. Scomparsi nel nulla anche i dieci miliardi di dollari promessi personalmente da Trump.

A quanto pare molti governi hanno scelto di congelare i finanziamenti a causa dell’assenza di progressi concreti sul terreno. Alcuni paesi arabi avrebbero espresso irritazione per l’ambiguità della strategia statunitense e per il progressivo allineamento del BoP alle richieste israeliane. Inoltre, il Comitato tecnocratico palestinese (Ncag, National Committee for the Administration of Gaza) creato per amministrare Gaza «senza Hamas» resta parcheggiato in Egitto, dove i suoi membri – a quanto si dice già generosamente retribuiti - attendono da mesi le autorizzazioni israeliane per entrare nella Striscia. Secondo il Guardian «nemmeno una singola bottiglia d’acqua» è entrata a Gaza sotto l’egida del Ncag dalla sua creazione nel gennaio 2026. La guerra israelo-americana all’Iran ha fornito a molti governi un ulteriore motivo per congelare le donazioni. «Nessuno vuole investire in un progetto che non produce risultati».

Un’altra criticità è il ruolo di Nikolay Mladenov, ex inviato delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente e oggi Alto rappresentante del BoP. Mladenov ha assunto posizioni sempre più vicine a quelle del governo Netanyahu. Nelle sue dichiarazioni pubbliche ha sostenuto che non può esserci vera ricostruzione senza il disarmo totale di Hamas, arrivando ad accettare di fatto il principio israeliano secondo cui i progressi dell’accordo di cessate il fuoco debbano essere subordinati alla resa definitiva del movimento islamista.

Per i palestinesi questa posizione equivale a trasformare il cibo e gli aiuti umanitari in strumenti di pressione politica mentre vengono ignorate le continue violazioni della tregua da parte dell’esercito israeliano. Le critiche alla gestione di Mladenov si sono intensificate dopo le notizie pubblicate dal quotidiano Israel Hayom riguardo all’espansione delle cosiddette «zone di sicurezza» israeliane dentro Gaza.

Secondo il giornale, durante i sette mesi di cessate il fuoco l’esercito di occupazione avrebbe ampliato la «linea gialla» (che delimita il 53% della Striscia nelle mani di Israele) creando una nuova «linea arancione» che aggiunge circa 34 chilometri quadrati alle aree direttamente controllate dalle forze israeliane. L’operazione sarebbe avvenuta con l’approvazione del BoP e in coordinamento con l’Amministrazione Trump. Se confermate, queste informazioni mostrano il volto politico del progetto di Trump: pace e ricostruzione restano solo parole mentre Israele consolida il proprio controllo militare sulla Striscia e ridefinisce unilateralmente la geografia del territorio palestinese. La stessa stampa israeliana scrive che l’esercito controllerebbe ormai circa il 64% di Gaza, l’11% in più rispetto a quanto stabilito lo scorso ottobre. Considerando che la Striscia è un territorio di 365 chilometri quadrati, ciò significa che due milioni e trecentomila palestinesi vivono in appena un centinaio di chilometri quadrati, in condizioni di vita insostenibili.

Parallelamente, il sito israeliano Walla ha rivelato che l’esercito sta conducendo vaste operazioni di ingegneria militare nelle aree occupate: costruzione di nuove basi, strade militari, infrastrutture elettroniche, cancelli automatizzati e percorsi destinati a facilitare il rapido movimento delle truppe. Non si tratta di strutture temporanee. È un sistema destinato a consolidare l’occupazione. Secondo il piano in 20 punti di Trump, Israele dovrebbe trasferire la porzione di Gaza che occupa a una Forza di stabilizzazione internazionale anche in assenza del disarmo di Hamas. Tuttavia, il governo Netanyahu si rifiuta di applicare quella clausola e insiste sul fatto che il disarmo debba precedere ogni avanzamento politico. E non intende dare il via libera alla Forza di stabilizzazione. Tutto questo avviene mentre il Board of Peace continua formalmente a parlare di «transizione» e «stabilizzazione».

Il consiglio, perciò, è sempre di più una copertura diplomatica della nuova configurazione dell’occupazione israeliana della Striscia. La sua priorità di fatto è diventata la creazione di un nuovo assetto controllato direttamente da Israele. Anche le discussioni economiche in corso tra Washington e Tel Aviv sembrano confermare questa impostazione.

L’agenzia Reuters ha rivelato nelle scorse settimane che l’Amministrazione Trump starebbe valutando la possibilità di chiedere a Israele di trasferire al Board of Peace le entrate fiscali palestinesi trattenute sistematicamente dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. In tal caso la ricostruzione di Gaza distrutta da Israele, se mai avverrà, non sarà realizzata con finanziamenti internazionali come si era detto a gennaio. Piuttosto verrà impiegato il denaro palestinese secondo criteri definiti da Washington e dal governo Netanyahu. Mahmud Abbas, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, di recente ha rivelato che Israele trattiene circa cinque miliardi di dollari di tasse palestinesi.  La distanza tra la retorica della Casa Bianca e la realtà di Gaza si è fatta abissale. Trump e i suoi consiglieri avevano descritto una futura Gaza fatta di porti marittimi, aeroporti, turismo, città intelligenti e investimenti tecnologici. Invece la «Riviera del Medio Oriente» teorizzata dal tycoon nasconde un piano di espulsione graduale della popolazione di Gaza attraverso ciò che viene descritto come una «emigrazione volontaria».

Non è stato avviato neppure il lavoro preliminare di rimozione delle macerie. Imprenditori che avevano presentato offerte per lavori di sicurezza, costruzione e sgombero delle rovine hanno dichiarato di non aver ricevuto alcun incarico. Lo stesso Mladenov dichiara apertamente che «la porta verso il futuro di Gaza rimane chiusa». Per i palestinesi, dunque, il consiglio non rappresenta più un progetto di pace. Piuttosto è il tentativo di istituzionalizzare una nuova forma di controllo israeliano su Gaza attraverso strumenti diplomatici, economici e umanitari. 

E mentre si discute di fondi che difficilmente saranno stanziati, del comitato tecnocratico palestinese, della inesistente Forza di stabilizzazione e di nuovi accordi di sicurezza, i palestinesi di Gaza vivono tra macerie, fame e occupazione militare. Ogni giorno affrontano condizioni di vita durissime: la crisi umanitaria continua ad aggravarsi, gli aiuti restano limitati, l’acqua potabile non basta, le malattie infettive si moltiplicano e dalla Striscia persino gli ammalati gravi attesi da cure urgenti all’estero escono con il contagocce. Problemi che nascono dalle restrizioni imposte da Israele, ma il Board of Peace è sempre più schiacciato sulle posizioni del governo Netanyahu e sulle priorità securitarie israeliane.

Gaza, intanto, poco alla volta scompare dalle pagine dei media internazionali e vi torna solo occasionalmente o quando Israele ferma con la forza le imbarcazioni con gli aiuti umanitari della Global Sumud Flotilla e arresta in acque internazionali i suoi attivisti.