Per secoli, gli imperatori cinesi hanno governato un territorio immenso e frammentato inseguendo un’idea: mantenere l’armonia sotto il cielo. Il termine tianxia, “tutto ciò che sta sotto il cielo”, indicava sia uno spazio geografico che un ordine politico e morale centrato sul potere imperiale. Ai confini di quell’universo convivevano popoli diversi, lingue differenti, religioni lontane. Il compito del centro non era cancellare le differenze, ma assorbirle gradualmente in una forza motrice ordinata e stabilizzatrice.

La Cina contemporanea di Xi Jinping, pur profondamente diversa da quella imperiale, mantiene parte di quella logica storica. L’armonia è ricercata attraverso scuole, infrastrutture, sviluppo economico e misure normative. È qui che si inserisce la nuova legge sulla “promozione dell’unità etnica e del progresso”, approvata a marzo dall’Assemblea Nazionale del Popolo in chiusura delle annuali “due sessioni”. Sarebbe sbagliato parlare di una “svolta improvvisa”. L’iniziativa codifica e istituzionalizza un processo in corso già da anni, in particolare nelle regioni più periferiche dell’immenso territorio della Repubblica Popolare Cinese.

Dietro la legge c’è una precisa idea di Stato: l’armonia deve essere guidata dal centro. In Cina sono riconosciuti 56 gruppi etnici, di cui la stragrande maggioranza è rappresentata dall’etnia Han, che costituisce oltre il 90% della popolazione. Le differenze culturali possono coesistere, ma dentro una cornice comune. L’identità nazionale cinese è il tronco centrale a cui tutte le altre ramificazioni identitarie si collegano. Non è un caso che il testo parli ripetutamente della necessità di “forgiare un forte senso di comunità per la nazione cinese”. Per il Partito comunista, la stabilità politica, l’unità territoriale e la coesione sociale sono prerequisiti indispensabili al grande obiettivo del “rinnovamento nazionale”. La questione etnica è vista come una componente centrale della sicurezza nazionale, dello sviluppo economico e della costruzione dell’identità cinese contemporanea. Nel preambolo si legge infatti che “la nazione cinese è una famiglia diversificata ma unita, composta da vari gruppi etnici. L’unità etnica è la linfa vitale di tutti i gruppi etnici del nostro Paese”.

Nella storia cinese, le regioni di frontiera sono sempre state il punto più delicato di questo equilibrio. Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna sono territori di confine dove identità linguistiche, religiose e culturali differenti si intrecciano con questioni di sicurezza nazionale, risorse energetiche, rotte commerciali e ambizioni politiche. È proprio lì che la nuova legge dispiega i suoi effetti più profondi.

Il punto più delicato riguarda inevitabilmente il sistema educativo e linguistico. Il testo rafforza infatti il ruolo del mandarino standard come lingua fondamentale dell’insegnamento, dall’istruzione prescolare fino alla scuola superiore, relegando progressivamente le lingue minoritarie a un ruolo secondario, simbolico o culturale. La legge parla di tutela delle lingue etniche, anche se in pratica nelle regioni di Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna si sta procedendo a una standardizzazione dei programmi scolastici, a una centralizzazione dei contenuti storici e a una riduzione del bilinguismo.

L’articolo 15 stabilisce che “le scuole e le altre istituzioni educative utilizzano la lingua e la scrittura comuni nazionali come lingua e scrittura di base per l’istruzione e l’insegnamento”. E aggiunge: “Nessuna organizzazione o individuo può impedire ai cittadini di apprendere e utilizzare la lingua e la scrittura comuni nazionali”. Questo aspetto ha già fatto discutere negli anni scorsi nelle regioni di frontiera. Nel caso dello Xinjiang, la questione si intreccia con anni di tensioni legate al separatismo uiguro, al terrorismo e alle accuse internazionali di violazioni dei diritti umani. In Tibet, la nuova legge arriva mentre sullo sfondo incombe la questione della successione del Dalai Lama. Per Pechino, il controllo dell’evoluzione politica e religiosa della regione è fondamentale. Anche il progressivo utilizzo del termine “Xizang” al posto di “Tibet” nella comunicazione ufficiale internazionale va letto dentro il tentativo di ricondurre simbolicamente la regione dentro una cornice pienamente cinese.

La Mongolia Interna rappresenta forse il caso più emblematico di questa transizione graduale. Negli ultimi anni, la sostituzione del mongolo con il mandarino come principale lingua d’insegnamento per alcune materie ha provocato un certo malcontento locale. Anche in questo caso, la logica seguita da Pechino è quella della standardizzazione e dell’integrazione, non della cancellazione formale delle minoranze. Le culture locali continuano a essere celebrate sul piano simbolico (talvolta folkloristico), ma vengono progressivamente separate dagli elementi considerati politicamente sensibili: lingua quotidiana, religione, educazione autonoma e memoria storica indipendente.

Ed è proprio qui che emerge l’altro grande aspetto della legge, assai meno discusso rispetto alla questione repressiva o assimilativa: la dimensione dello sviluppo economico. La nuova normativa infatti non parla soltanto di integrazione culturale, ma anche di “progresso”, infrastrutture, modernizzazione e prosperità condivisa. In realtà, il cuore della strategia cinese nelle regioni periferiche è proprio questo doppio binario: da una parte sinizzazione, dall’altra massicci investimenti economici.

Per Pechino, questi due elementi sono perfettamente complementari. La leadership cinese ritiene che lo sviluppo economico sia uno strumento di stabilizzazione politica. L’idea è semplice: maggiore integrazione economica significa maggiore interdipendenza con il resto del Paese, maggiore interdipendenza produce minori spinte separatiste, la crescita materiale rafforza la legittimità del potere centrale.

Nella narrazione ufficiale di Pechino, il Tibet viene spesso presentato come uno degli esempi più riusciti di questo approccio. Anche nei documenti più recenti, come i “libri bianchi” dedicati alla regione, si insiste sull’idea che l’intervento dello Stato abbia posto fine a un passato definito arretrato, segnato da strutture feudali e da un sistema teocratico, aprendo invece una fase di modernizzazione economica e trasformazione sociale. Un ruolo centrale in questo percorso viene attribuito alle strategie di sviluppo avviate già all’inizio degli anni Duemila, come la campagna “Go West”, concepita per ridurre il divario tra le regioni costiere e quelle interne. Attraverso incentivi agli investimenti e politiche mirate ad attrarre imprese, l’obiettivo era quello di integrare più strettamente il Tibet nel sistema economico nazionale.

Negli ultimi decenni sono stati investiti centinaia di miliardi di dollari e avviati grandi progetti infrastrutturali, tra cui spicca la nuova linea ferroviaria tra Lhasa e Chengdu, destinata a diventare uno dei collegamenti più strategici della regione. Accanto alle infrastrutture, il governo centrale ha promosso politiche volte a rafforzare l’integrazione demografica ed economica del territorio, incoraggiando la mobilità interna e sostenendo il turismo domestico. Negli ultimi anni, il flusso di visitatori provenienti dal resto della Cina è cresciuto in modo esponenziale, passando da livelli molto contenuti nei primi anni Duemila a centinaia di milioni di presenze complessive tra il 2021 e il 2025. Secondo la prospettiva ufficiale cinese, questo processo avrebbe garantito condizioni di autonomia amministrativa e libertà religiosa, mentre eventuali criticità vengono ricondotte a fattori esterni, spesso associati a influenze straniere o alla figura del Dalai Lama, che Pechino continua a considerare un promotore di istanze separatiste.

Allo stesso modo, nello Xinjiang, infrastrutture energetiche, logistica e manifattura sono diventate centrali non solo per la crescita locale, ma anche per le strategie nazionali legate alla Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta) e alla sicurezza energetica.

La stessa legge collega esplicitamente coesione nazionale e trasformazione dello spazio sociale. L’articolo 22 afferma che i governi devono “promuovere la costruzione di ambienti comunitari interconnessi e migliorare le condizioni sociali affinché le persone di tutti i gruppi etnici possano vivere, studiare, costruire, condividere, lavorare e godere della vita insieme”. L’articolo 23 entra ancora più nel concreto, indicando che i governi locali devono “adottare misure specifiche in settori quali lo sviluppo urbano e rurale, la gestione della popolazione, le politiche abitative, l’occupazione e l’imprenditorialità, e i servizi sociali, al fine di promuovere l’unità e l’integrazione tra tutti i gruppi etnici”.

La norma insiste anche sulla necessità di “promuovere la convivenza armoniosa tra le persone di tutti i gruppi etnici”. La pluralità culturale viene anche valorizzata, nella misura in cui non mette in discussione la coesione dello Stato e il primato dell’identità nazionale cinese. Questo approccio emerge negli articoli dedicati alla cultura e all’educazione patriottica. L’articolo 13 stabilisce che “lo Stato sviluppa una cultura socialista avanzata, promuove la cultura rivoluzionaria, eredita la raffinata cultura tradizionale cinese e guida le persone di tutti i gruppi etnici a rafforzare la loro identificazione con la cultura cinese e la loro fiducia nella cultura cinese”.

Questo spiega anche perché Pechino continui a insistere sul concetto di “comunità dal destino condiviso”. La leadership cinese presenta il proprio modello come alternativo sia al multiculturalismo occidentale, percepito come frammentato e conflittuale, sia alle esperienze storiche che avrebbero portato al collasso dell’Unione Sovietica. Per Xi, la lezione sovietica è chiara: concedere identità troppo forti e autonome rischia di indebolire l’unità dello Stato. Ed ecco che, per Pechino, unità etnica e progresso diventano due rotaie dello stesso binario.