Da boicotto a compromesso. È il singolare passaggio della nuova legge sul salario minimo cantonale in pochi mesi, partito con la segnalazione a gennaio di una volontà di sabotare le urne dei partiti borghesi lanciato dal copresidente Fabrizio Sirica fino alla presentazione del rapporto sottoscritto dai quattro partiti di governo, Verdi e Udc approvato in Parlamento a fine aprile. La sola presenza del partito padronale da sempre contrario al salario minimo, lancia più di un sospetto sulla bontà del compromesso. Iniziamo dalle certezze fattuali.

Ventitremila persone dei lavoratori più poveri del Cantone avranno un aumento consistente nell’arco di tre anni, fino a 320 franchi mensili. Un rialzo di paghe collettivo impensabile con le lotte sindacali. Le donne saranno ben oltre la metà delle beneficiarie dell’aumento programmato. Un terzo del totale saranno lavoratori residenti, mentre i rimanenti sono frontalieri. A fine 2029, in Ticino non ci saranno paghe inferiori ai 4mila franchi. Un indubbio progresso sociale ed economico in un cantone dove il reddito da lavoro è strutturalmente basso e il divario col resto del Paese si è allargato ulteriormente negli ultimi decenni.

L’accordo blinda molte incertezze, lasciando spazio ad altre. A far stato sui ccl con paghe inferiori (che dovranno raggiungere il minimo entro il 2029), è il primo gennaio 2026. Ciò esclude la corsa alla firma di contratti inferiori da parte di sindacati o pseudo tali nel corso di quest’anno. La nuova legge prevede la supremazia del minimo salariale rispetto ai ccl.

Un fatto positivo, poiché il mondo del lavoro è pieno di sindacati gialli che firmano senza rappresentare dei lavoratori dei contratti schifosi solo per incassarne la trattenuta. Anche il ripetersi dell’eclatante caso del pseudo sindacato leghista Tisin è scongiurata. Su questo pesa l’offensiva nazionale della destra con la mozione Ettlin che darebbe la priorità dei ccl decretati d’obbligatorietà generale, già approvata dagli Stati e in programma a giugno al Nazionale. Una misura incostituzionale che cancellerebbe la volontà popolare delle urne nei cantoni o città dove il salario minimo è stato introdotto, sulla quale sindacati e sinistra hanno già promesso il referendum qualora fosse approvata.

Altro tema, le prestazioni di lavoro disagevoli per il salariato (turni, notte o fine settimana e festivi), non rientreranno nei benefit. Un punto positivo, anche se non è ancora chiaro quali benefit tenteranno d’includere alcune aziende nel calcolo del salario minimo. Di certo non sono molti i lavoratori poveri a cui le aziende danno dei benefit. Di norma, questi riguardano dirigenti o personale retribuito già ben oltre il minimo. La criticità segnalata da Unia è il fatto che i benefit, per essere ammessi nel calcolo, dovevano essere universali e non individuali dei singoli dipendenti. Non è stato così. Sembra un dettaglio, ma la difficoltà delle verifiche dei contratti individuali rende forse facilmente comprensibile la criticità non recepita. Qui si apre dunque un pertugio ai padronati furbetti, che la storia insegna non mancheranno, ma dovrebbero essere limitati nel numero. Su di loro poi, si potrebbe rovesciare una campagna mediatica negativa che li potrebbe far desistere.

Un’altra criticità è la possibilità di derogare al salario minimo, previa autorizzazione della Tripartita di cui fanno parte sindacati, Stato e padronato, con maggioranza decisiva due a tre. Se lo Stato dovesse avallarla, ne dovrà render conto pubblicamente. Le ditte che la invocherebbero inoltre, dovrebbero giustificare con dati economici seri il pericolo reale di dover sopprimere posti di lavoro se applicassero il salario minimo. Le ditte non mettono mai sul tavolo le carte economiche dell’azienda. Quelle numericamente più importanti nel Cantone, pensiamo alle centinaia di operaie del gruppo Zegna o Swatch, preferiscono pagare piuttosto di dichiarare pubblicamente delle presunte difficoltà economiche. A conti fatti, dal punto di vista materiale, il compromesso è un risultato certamente positivo, dagli effetti concreti con l’entrata in vigore rapida della nuova legge. Lo è per le migliaia di lavoratori poveri, le cui centinaia di franchi a fine mese supplementari costituiscono un bel sollievo. 

Veniamo ai dubbi politici dell’operazione. Se il Ps avesse mantenuto l’iniziativa chiamando gli aventi diritto al voto, la polarizzazione e il conflitto sociale su un tema tanto importante quale il reddito sarebbero emersi in modo chiaro. Un fatto positivo. Il conflitto, il motore dei progressi sociali, avrebbe messo a nudo le posizioni di classe e relativi interessi economici in un Cantone fortemente contraddistinto da una grande diseguaglianza economica, la cui ricchezza è concentrata in pochissime mani (l’uno per cento detiene quasi la metà dell’intera fortuna cantonale). In campagna, padronato e partiti eterodiretti, avrebbero scatenato il terrorismo mediatico paventando la strage di aziende e posti di lavoro con l’adozione di un salario minimo di 25 o 26 franchi. Una cifra resa possibile dal meccanismo di rincaro legato alle prestazioni complementari previsto dall’iniziativa.

I favorevoli avrebbero avuto non poche difficoltà a spiegare che la cifra sarebbe stata del salario minimo fosse da intendersi 22.50 perché a far stato nel calcolo sarebbe stata la media della unità domestica cantonale. Un argomento tecnico che difficilmente avrebbe retto all’onda d’urto del terrorismo padronale riassunto nella semplice cifra di 25 franchi, ben oltre il minimo di Zurigo e Ginevra per intendersi. Non a caso, nelle realtà urbane e cantonali dove il salario minimo è in vigore, il rincaro è legato alla inflazione ufficiale, quella che esclude i premi malattia. Senza dimenticare che il bazooka dei contrari avrebbe urlato il solito slogan: “ne beneficeranno i frontalieri!”. L’esito del voto sarebbe stato dunque altamente incerto. Ce la si poteva giocare, certo, ed era un’occasione per accendere il conflitto in un cantone dall’elettorato dormiente, quello che aveva approvato sgravi fiscali a raffica per pochi ricchi e imposto tagli alla socialità e servizi pubblici col Decreto Morisoli.

Un’occasione mancata dunque, politicamente parlando? Con pragmatismo sindacale, quello che cerca il risultato migliore dagli effetti concreti per la classe lavoratrice senza volerla illudere per propri tornaconti partitici, la legge sul nuovo salario minimo è un indubbio passo avanti. Se ne sarebbero potuti fare due di passi, migliorando di 25 centesimi le paghe su quanto ottenuto, vincendo alle urne? Forse. Ma si sarebbe anche potuti restare fermi per molti anni. A pagare sarebbero stati quei 23mila lavoratori rimasti a bocca asciutta.