Per quasi vent’anni Benyamin Netanyahu ha costruito la propria leadership attorno a un’idea semplice quanto efficace: nessuno, meglio di lui, poteva garantire la sicurezza di Israele e negare i diritti dei palestinesi con il pugno di ferro. Era il fondamento del suo consenso, la promessa che gli ha consentito di vincere una dopo l’altra le battaglie elettorali dal 2009 (tutte tranne una, nel 2021), di sopravvivere a processi per corruzione, proteste e crisi politiche apparentemente insuperabili. Quella promessa oggi appare profondamente incrinata. Le elezioni del 27 ottobre potrebbero segnare la fine del suo regno politico e il tramonto definitivo del mito di “Mr. Sicurezza”, costruito nell’arco di decenni e demolito dall’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023.
Lo scioglimento della Knesset, votato a metà luglio, ha chiuso una legislatura che verrà ricordata non solo per la devastazione della Striscia di Gaza seguita al 7 ottobre con almeno settantamila palestinesi uccisi. Gli ultimi anni di Netanyahu sono stati segnati da guerre infinite su più fronti: da quella di aggressione combattuta da Israele insieme agli Stati Uniti contro l’Iran, l’occupazione israeliana del Libano meridionale (con migliaia di civili uccisi anche lì) e di parti della Siria meridionale, oltre all’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania dove mentre scriviamo è in corso una escalation di violenza senza precedenti da parte dei settler israeliani sostenuta dalla maggioranza di estrema destra religiosa di Netanyahu. Parallelamente, il governo oltre ad avviare una contestata (a dir poco) riforma giudiziaria ha approvato negli ultimi mesi una serie di provvedimenti destinati a consolidare il blocco della destra religiosa: dal congelamento degli arresti per gli studenti delle yeshiva ebraiche renitenti alla leva militare al riconoscimento di uno status speciale per chi dedica la propria vita allo studio religioso. Si tratta di misure che rafforzano il patto politico tra il Likud, i partiti religiosi ultraortodossi e l’estrema destra nazionalista. Netanyahu conta che proprio gli ultraortodossi, tradizionalmente disciplinati nella partecipazione di massa al voto, possano garantirgli ancora una volta la sopravvivenza politica. Ma il problema, questa volta, non riguarda soltanto la matematica parlamentare. È la sua credibilità personale ad apparire compromessa agli occhi degli israeliani.
Per una parte crescente dell’opinione pubblica israeliana, il premier non è più il leader che protegge il Paese. È il capo del governo sotto il quale Israele ha subito il più grave fallimento della propria storia militare e di intelligence. Netanyahu continua a rifiutare qualsiasi responsabilità politica per il 7 ottobre e si oppone ancora alla creazione di una commissione statale d’inchiesta indipendente. Tuttavia, proprio questa scelta contribuisce ad alimentare la percezione che il premier sia interessato soprattutto alla propria sopravvivenza politica.
Su questo terreno sta costruendo la propria ascesa Gadi Eisenkot, colui che al momento rappresenta il suo avversario più credibile. Ex capo di stato maggiore, 66 anni, figlio di immigrati ebrei marocchini, fondatore del nuovo partito (presunto) centrista Yashar, Eisenkot rappresenta l’unica vera alternativa credibile all’interno del campo sionista. Non è affatto un uomo della sinistra, né del centro liberal, come già afferma qualche media occidentale. È un generale, profondamente identificato con l’apparato di sicurezza israeliano, ma sufficientemente distante come persona da Netanyahu da intercettare una parte consistente dell’elettorato conservatore.
Per anni gli osservatori si sono domandati chi potesse succedere a Netanyahu. L’assenza di una risposta convincente ha finito per rafforzare il leader del Likud. Benny Gantz, Yair Lapid e Naftali Bennett non sono riusciti a convincere gli elettori della destra che cambiare premier non significasse cambiare identità politica. Eisenkot sembra invece aver trovato questa chiave. Come ha scritto la giornalista Noa Spiegel su Haaretz, “Eisenkot permette agli israeliani di sostituire Netanyahu senza cambiare la propria identità politica”. È probabilmente la sintesi migliore del momento politico israeliano. Chi ha sempre votato Likud può scegliere Eisenkot senza sentirsi traditore della destra. Continuerà a sostenere una linea durissima contro i palestinesi, affidandosi a un uomo percepito come più competente, più sobrio e più onesto. La sua biografia rafforza questa immagine. Durante l’offensiva lanciata da Israele contro Gaza ha perso un figlio, un nipote il giorno dopo e successivamente un altro nipote. In una società fortemente militarizzata come quella israeliana, questo sacrificio personale pesa molto. Agli occhi di tanti elettori, Eisenkot appare come qualcuno che ha pagato direttamente il prezzo della guerra, mentre Netanyahu viene identificato con una classe dirigente rimasta alla scrivania.
I sondaggi fotografano questa trasformazione. L’ultima rilevazione disponibile del 24 luglio mentre scriviamo assegna al partito Yashar 23 seggi contro i 20 del Likud di Netanyahu. Ancora più significativo è il dato relativo alla scelta del primo ministro: il 59% degli israeliani ritiene che il prossimo capo del governo non debba essere Netanyahu; soltanto il 33% vorrebbe confermarlo. Anche la distribuzione dei blocchi politici evidenzia un indebolimento della coalizione uscente. L’opposizione sionista raccoglie il 39% delle intenzioni di voto contro il 34% della maggioranza di governo; il 7% va ai partiti arabi (rappresentativi dei palestinesi con cittadinanza israeliana), mentre il 15% degli elettori resta indeciso. In un altro sondaggio, il Blocco del cambiamento anti-Netanyahu raggiunge il 31%, quello favorevole al premier il 28, mentre quasi un quarto degli intervistati ritiene che nessuno dei due schieramenti riuscirà a conquistare una maggioranza stabile. Sono numeri che raccontano una realtà diversa rispetto a quella di pochi anni fa.
La politologa Dahlia Scheindlin, una delle più autorevoli analiste israeliane, invita a non trasformare questi dati in una previsione definitiva anche se per Netanyahu le cose sembrano essersi messe davvero male. Su Haaretz osserva che la coalizione di governo, capace di conquistare 64 seggi nel 2022, oggi “arriva a malapena a 52” nella media dei sondaggi. Si tratta di una perdita enorme, che spiega il tono sempre più allarmistico della campagna elettorale del Likud. Secondo Scheindlin, Netanyahu continua a ripetere lo stesso messaggio: soltanto lui e la destra possono garantire la sicurezza di Israele. Questa versione, scrive, oggi appare molto meno convincente perché “l’idea che questo governo possa proteggere la sicurezza di Israele dopo il 7 ottobre è davvero molto difficile da sostenere”. In sostanza è cambiata la percezione stessa della sicurezza. Per anni Netanyahu aveva convinto milioni di israeliani che fosse sufficiente mantenere una posizione di forza per evitare guerre su larga scala. Il 7 ottobre ha demolito quella convinzione. Nemmeno il conflitto con l’Iran sembra avergli restituito credibilità. Un sondaggio dell’Institute for National Security Studies (INSS) mostra che il 37% degli israeliani ritiene che l’Iran abbia ottenuto il risultato migliore dalla guerra, mentre soltanto il 15% parla di vittoria israeliana. Persino tra gli elettori della coalizione soltanto il 30% considera Israele vincitore.
Per recuperare consenso, il Likud e l’estrema destra stanno cercando di riportare il dibattito sul terreno tradizionale della paura, svolgendo una campagna fondata sull’idea che qualunque alternativa condurrebbe Israele al disastro. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich a luglio ha persino diffuso un video realizzato con l’intelligenza artificiale nel quale Eisenkot e l’ex premier centrista Yair Lapid sembrano sostenere uno Stato palestinese, evocando immagini che richiamano direttamente l’attacco del 7 ottobre. La stessa logica viene utilizzata per tentare di attribuire ai movimenti di protesta contro la riforma giudiziaria una responsabilità indiretta dell’attacco di Hamas. Una narrazione che Scheindlin definisce priva di fondamento storico, ricordando che i piani operativi di Hamas erano conosciuti dall’intelligence israeliana da molti anni e precedevano di gran lunga le proteste del 2023.
Nonostante questo, Netanyahu conserva una straordinaria capacità di recuperare terreno nelle campagne elettorali. Darlo già per sconfitto sarebbe un errore. Lo dimostrano le numerose elezioni vinte in condizioni che sembravano disperate. Anche qualora Eisenkot riuscisse a costruire una coalizione alternativa, il cambiamento riguarderebbe soprattutto lo stile della leadership e non la sostanza delle politiche israeliane. Su questo punto è netto lo stimato storico israeliano Ilan Pappé. “In ogni caso, qualunque sia l’esito di queste elezioni, non ci sarà alcun cambiamento fondamentale nelle azioni di Israele”. Per Pappé il genocidio progressivo di Gaza continuerà “in un modo o nell’altro”, salvo un intervento deciso della comunità internazionale o delle potenze regionali. Allo stesso modo, aggiunge, “anche la pulizia etnica in Cisgiordania proseguirà perché tutte le principali forze politiche sioniste condividono, in misura maggiore o minore, l’idea della Grande Israele”. È una valutazione che contrasta apertamente con la rappresentazione di Eisenkot proposta da una parte della stampa occidentale. Pappé respinge l’idea che il generale possa trasformarsi in un nuovo Yitzhak Rabin. “Non si occuperà in alcun modo dei palestinesi, la cui sorte non interessa praticamente a nessuno”, afferma. La sua campagna elettorale sarà invece centrata sulla leva obbligatoria per gli ultraortodossi, sulla richiesta di una commissione statale d’inchiesta sul 7 ottobre, sull’indipendenza della magistratura e sulla necessità di ricostruire la fiducia nelle istituzioni. Anche sul piano strategico Eisenkot sarà un uomo della destra. Considera “irrilevante” la prospettiva di uno Stato palestinese, ha criticato Netanyahu per aver accettato un cessate il fuoco in Libano sotto pressione americana e il suo nome è legato alla cosiddetta “Dottrina Dahiyeh”, elaborata durante la guerra del 2006 contro Hezbollah. Una strategia fondata sull’impiego di una forza sproporzionata e sulla distruzione sistematica delle infrastrutture civili per esercitare deterrenza, successivamente richiamata anche nelle operazioni militari a Gaza.
Nemmeno la rappresentanza politica della minoranza palestinese cittadina di Israele pare destinata a modificare gli equilibri. I partiti arabi, che rappresentano circa il 21 per cento della popolazione israeliana, arrivano alle elezioni profondamente divisi. Secondo Ilan Pappé “si trovano stretti tra il tentativo di rappresentare la propria comunità e un sistema politico che li utilizza più per abbellire lo Stato di apartheid che per offrire uguaglianza piena”. Le divisioni interne continuano inoltre a impedirne l’efficacia politica. L’unico modo in cui potrebbero risultare importanti il 27 ottobre è unendosi e conquistando un numero elevato di seggi. Ma questa prospettiva appare oggi remota. Né Netanyahu né Eisenkot intendono costruire una maggioranza facendo affidamento sui partiti arabi, che restano così esclusi da qualsiasi ipotesi di governo. Pertanto, anche se le elezioni del 27 ottobre segneranno davvero la conclusione dell’era Netanyahu, allo stesso tempo non inaugureranno una nuova stagione politica per il semplice motivo che buona parte dell’elettorato israeliano è di destra e profondamente anti-palestinese. L’alternativa che oggi prende forma non mette in discussione i presupposti fondamentali della politica israeliana: il ricorso sistematico all’uso della forza come soluzione di ogni “problema”, il rifiuto di affrontare la questione palestinese come priorità e il consenso trasversale sull’espansione della supremazia militare e strategica di Israele nella regione.
Se Netanyahu verrà sconfitto, sarà soprattutto perché una parte crescente degli israeliani non considera più credibile il leader che aveva promesso sicurezza assoluta. Il suo possibile successore non propone un’altra idea di Israele. Offre semplicemente un altro modo di amministrare il potere. Per i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania il 28 ottobre assomiglierà molto al 26.
Michele Giorgio, corrispondente da Gerusalemme

