Anche se il suo decesso risale ai primi giorni di giugno, con la Redazione abbiamo pensato fosse necessario ricordare nei nostri Quaderni la figura di Jean Ziegler, dato il suo ruolo fondamentale di intellettuale anticapitalista, conosciuto in tutto il mondo.

Era nato a Thun, in una famiglia protestante e conservatrice. Più tardi, quasi come protesta contro “il protestantesimo culla del capitalismo” si era convertito al cattolicesimo. Un aspetto della vita di Jean che molti ignorano e che spiega forse almeno in parte il tono un po’ missionario che spesso caratterizzava i suoi interventi. Si politicizza grazie all’incontro con Sartre e Simone de Beauvoir a Parigi alla fine degli anni Cinquanta, segue poi l’impegno a fianco dell’FLN per l’indipendenza dell’Algeria, il lavoro con l’ONU ai tempi della guerra civile in Congo negli anni Sessanta, un soggiorno a Cuba e l’incontro con Che Guevara, che era venuto a Ginevra alla Conferenza sullo zucchero nel marzo del 1964.

A questo proposito c’è un aneddoto ormai vintage, che egli sempre ricordava: avendo chiesto al Che di prenderlo con sé a Cuba, quest’ultimo gli rispose che doveva invece battersi in Svizzera “dove si trova il cervello del mostro mondiale del capitalismo”. Ha difatti poi passato tutta la vita a denunciare i danni prodotti da un capitalismo spietato, puntando i riflettori soprattutto sulla Svizzera, che “lava più bianco” e nonostante tutto è “al di sopra di ogni sospetto” (sono i titoli dei suoi due libri più famosi), raccattando soldi da tutto il mondo, generati spesso dalla violenza e dal crimine o, variante più “bonaria”, grazie ai miliardi sfuggiti al fisco di altri paesi. Dal 2000 al 2008 è stato Relatore speciale dell’ONU per il diritto all’alimentazione. In questa posizione non si stancava mai di ripetere che “il fatto che ogni 5 secondi un bambino di meno di 10 anni muoia di fame, rappresenta un crimine contro l’umanità”. Secondo Jean, i colpevoli sono soprattutto i “tre cavalieri dell’apocalisse”: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio, responsabili anche del fatto che, “mentre oggi si potrebbero nutrire 12 miliardi di esseri umani, i bambini continuano a morire di fame”.

Grazie al suo fantastico senso della comunicazione, Jean è riuscito a rendere facilmente comprensibili concetti talora ostici, tra cui il funzionamento dei fondi-avvoltoio, la speculazione mondiale sui prodotti agricoli, il debito pubblico che strangola i paesi del Terzo Mondo. Tra le sue ultime battaglie, la denuncia della situazione dei migranti alle porte dell’UE: uno dei suoi ultimi libri fu difatti “Lesbos, la vergogna dell’Europa”.

Avevo conosciuto Jean nel 1968, quando era venuto a guidare una manifestazione studentesca a Berna contro la nomina di un sociologo “conservatore”. Siamo stati assieme in Consiglio Nazionale, anche se lui non era tra i più assidui per quanto riguardava le presenze. Un po’ allergico alle “troppe” interpellanze e mozioni (spesso su argomenti un po’ marginali), a Jean interessavano avantutto le questioni di fondo e le dichiarazioni talora un po’ roboanti. Per questo non era sempre ben voluto nel Gruppo socialista, dove da sempre dominano i “secchioni”, ma questo suo atteggiamento me lo rendeva simpatico, perché in fondo anch’io sono un po’ così. L’avevo sottolineato nella prefazione del libro su di lui, che UNIA aveva pubblicato in occasione del suo 85° compleanno. A Jean quel mio commento era molto piaciuto: me lo aveva ripetuto in una delle ultime conversazioni telefoniche che avevamo avuto, a proposito della drammatica situazione a Cuba.

Jean, tante grazie per quanto hai fatto e per tutto quello che ci hai insegnato.