Spento dal nero-profondo di Alternative für Deutschland (AfD), che ha già offuscato nei sondaggi nazionali i partiti democratici e fra poche settimane si prepara a calare pure nelle urne, reali, di tre Land della ex DDR, fra cui la Citta-Stato di Berlino.

Ma anche illuminato dal rosso-vivo della Linke, tornata finalmente a far brillare la luce della Sinistra dopo il pesante blackout di due anni fa in cui rischiò di estinguersi non solo in Parlamento, nonostante le non poche resistenze interne al rinnovo del programma e della leadership che – per la prima volta – con Luigi Pantisano parla altresì italiano.

Così appare l’orizzonte politico della Germania. Destinato ormai a virare sugli unici due toni-forti anzitutto del consenso popolare: lo stesso perduto dalla maggioranza di governo formata da Cdu e Spd e come minimo traballante per l’opposizione incarnata dai Verdi; per non parlare dei liberali di Fdp e dei «conservatori di sinistra» del Bsw (la formula è della fondatrice Sahra Wagenknecht) attualmente sempre e comunque al di sotto della soglia di sbarramento parlamentare del 5%.

Fra queste due opposte gradazioni si profila il futuro della Bundesrepublik, orientata già, in buona sostanza, ad archiviare l’era del cancelliere Friedrich Merz, come dimostra il suo indice di gradimento fra i tedeschi crollato al 14% secondo la rilevazione dell’istituto “Forsa” dello scorso 20 luglio.  Per dare le dimensioni della caduta libera: il capo della Cdu vale meno della metà della quota di consenso di cui gode il presidente Donald Trump negli Usa.

Al contrario Afd, sotto la guida di Alice Weidel, è cresciuta fino a diventare ormai stabilmente nei sondaggi il primo partito a livello nazionale, dopo avere conquistato la fiducia del 26% degli elettori e superato di ben quattro punti la Cdu. Tradotto, significa che nel campo politico dei conservatori (più o meno) di destra i cristiano-democratici, di fatto, non sono più gli azionisti di maggioranza; ovvero che Alternative für Deutschland è davvero la nuova «Volkspartei» del paese.

Mentre in parallelo, in modo analogo, fra i progressisti di sinistra il faro di riferimento non è più la Spd, colata a picco nelle intenzioni di voto fino a quasi dimezzare il consenso incassato alle elezioni federali del febbraio 2025 (da 20% a 12%), bensì la Linke, che prima ha affiancato i socialdemocratici e poi è riuscita anche a superarli, seppure di un punto. Per il partito della sinistra internazionalista equivale anche a un peso tre volte superiore al Bsw della sovranista Wagenknecht, fino a ieri considerata (dall’informazione “liberal-oriented” ma anche da molti circoli comunisti) come l’ultima spiaggia della sinistra per non annegare nel mare dell’irrilevanza. Nell’algebra elettorale la proporzione matematica fra i vecchi medi e i nuovi estremi della politica tedesca suona così: Afd sta alla Cdu come la Linke sta alla Spd.

Eppure, statisticamente, le due possibilità di essere della Germania non sono due probabilità speculari, anzi. Da un lato, il boom di Afd corrisponde all’inquietante certezza che il suo piano di conquista del potere istituzionale procede a gonfie vele. A meno di non mettere il partito fuorilegge – come propone il ministro della Difesa, Boris Pistorius della Spd – il futuro della Bundesrepublik è già fatalmente appeso al corso fascio-populista.

Dall’altro, il contro-boato della Linke rappresenta invece la nutrita speranza che il partito possa divenire il modello di resistenza di fronte all’attacco al cuore dello Stato lanciato dall’ultradestra. Ma anche, allo stesso tempo, la ricetta di come si fa, prima di tutto, a recuperare gli iscritti all’attenzione dei leader di tutti i partiti della Sinistra europea. 

Tutto scandito in due congressi-chiave distinti e distanti. Due «Parteitag» però ugualmente all’insegna dell’affermazione politica e parimenti capaci di riassumere, con massima chiarezza, le direzioni contrarie verso cui si avviano l’enorme Volk che segue Afd e il piccolo-grande popolo che ingrossa le fila della Linke.

In questo modo la Germania si trova di fronte al bivio fra due percorsi incompatibili: a destra, la strada di «Prima i tedeschi», «Fuori i migranti», «Motore a scoppio» e «Uscire dall’Ue»; a sinistra, la via di «Pace», «Patrimoniale», «Lavoro», «Welfare per tutti», «Lotta di Classe» ma anche «Palestina» e l’inedita «Questione Etica» sui costi della “casta” dal sapore “grillino”.


La mutazione genetica di Potsdam

Finisce la politica di «equidistanza sulla questione mediorientale» e inizia la critica alla Ragione di Stato pro-Israele della Germania che impone di stare sempre dalla parte del governo di Tel Aviv.

Ma si chiude per sempre anche la stagione del dialogo con i «riformisti» avviata oltre un decennio fa dalla vecchia-guardia del partito e si apre il «conflitto sociale» contro i mega-ricchi e i padroni che macinano profitti in Borsa licenziando i lavoratori. Con la parola d’ordine diventata: si torna «davanti ai cancelli delle fabbriche», dove la sinistra era sparita «ad ascoltare prima di parlare». 

Basterebbe questo a definire la straordinaria rivoluzione programmatica avviata dal congresso della Linke organizzato a Potsdam lo scorso 19 giugno in grande stile, con il massimo della visibilità mediatica e soprattutto, per la prima volta, con il vento in poppa dei sondaggi.

Il partito non è stato mai così forte. Infatti il congresso si apre esattamente con la celebrazione dei tesserati, passati da circa 50 mila del 2023 a 126.379: il primato assoluto dalla fondazione. Segno che il rifiuto della guerra e della nuova leva militare, lo smantellamento del welfare e il contrasto “militante” al razzismo hanno pagato politicamente, eccome.

Ma nella monumentale hall in stile Gründerzeit del Metropolis (la sala eventi più importante della Germania capace di contenere fino a cinquemila persone) si svolge il «Parteitag» chiamato in primis a eleggere il nuovo co-leader dopo il ritiro per motivi di salute di Jan Van Aken. 

In pole-position per la sostituzione è sempre stato Luigi Pantisano, cresciuto in Svevia da genitori emigrati dalla Calabria. Praticamente senza rivali. Anche se non senza opposizione; non a caso la sua corsa non si rivela per niente come una passeggiata. 

Mentre per Ines Schwerdtner la rielezione a co-leader è una pura formalità – viene eletta dai delegati con la percentuale bulgara dell’85,7% – Pantisano si ferma ad appena il 53,3% dei voti. Il risultato storico è che diventa «il primo segretario italiano della sinistra tedesca» ( parole sue) tuttavia non riesce davvero a sfondare davvero il muro di resistenza alzato soprattutto dalla corrente di destra del partito. 

Non gli ha perdonato la sua dichiarazione sulla Cdu paragonata ad Afd e tantomeno è convinta della sua visione dei migranti come i «nuovi indigenti, proletari, operai». Sebbene la prima corrisponda a un fatto conclamato: la narrazione di Merz sull’immigrazione collima con il racconto dei fascio-populisti, come prova la sua dichiarazione sulla «Stadtbild della Germania rovinata dalla vista degli stranieri». Mentre la seconda – prima ancora della rilettura in chiave marxista – è un incontrovertibile dato statistico.

Ma la critica all’attacco contro i democristiani di Pantisano non è del tutto infondata. Sotto il profilo della Realpolitik nella Germania dell’Est, per impedire ad Afd di governare, la Linke dovrà giocoforza stipulare una sorta di patto di desistenza con la Cdu; nel senso che non si dovrà opporre all’eventuale formazione di governi di minoranza monocolore democristiani. Il prossimo 6 settembre si aprono le urne per il rinnovo del Parlamento in Sassonia Anhalt; due settimane dopo si voterà in  Meclemburgo-Pomerania. In questi due Land i partiti democratici potranno solo fare cartello nel nome del «Brandmauer antifascista», sempre che l’ultradestra non arrivi a conquistare la maggioranza assoluta, tutt’altro che un’ipotesi fantascientifica: nei sondaggi Afd viaggia, rispettivamente al 36% e del 42% del consenso.

Politicamente, un bel rospo da ingoiare ma corrisponde alla richiesta dei delegati dei Land orientali che contro Afd devono combattere in prima linea. Insomma, il paragone di Pantisano è concettualmente impeccabile ma scomposto. Forse anche per la sua inesperienza sui passi necessari a non sollevare un polverone politico sia all’esterno che interno al partito, a meno di non averne previsto le conseguenze, a partire dalla feroce campagna mediatica scatenata contro l’italo-tedesco dai media vicini al centrodestra.

Al contrario, la contestazione del peso eccessivo nella Linke della nuova anima straniera è uno scontro generazionale. Nel record di iscritti al partito spiccano proprio i militanti con background migrante. Come Pantisano, come gli abitanti dei cosiddetti «quartieri turchi», come  i profughi delle varie diaspore mediorientali approdate in Germania ai tempi della «Wilkommenpolitik» di Angela Merkel, riavvicinatisi alla sinistra dopo la svolta sulla politica estera.

Perché Genocidio palestinese non è più un termine tabù, dopo lo sdoganamento di Schwerdtner; mentre già da prima del congresso di Potsdam la Linke aveva abbandonato le oscure linee-guida per la lotta all’Antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Inhra) che equiparano la contestazione dell’ideologia sionista a una minaccia esistenziale per tutti gli ebrei) e sposato la più illuminata Dichiarazione di Gerusalemme. 

Svolta copernicana tanto più se si tiene conto della complessità del dietro-front sul binario-unico che in Germania non ammette scarti di lato rispetto alla linea pro-Tel Aviv seguita da Cdu, Spd, Verdi e a cui non si oppone la filo-likudista Afd. La Linke oggi è l’unico partito del Bundestag a non adottare i dettami dell’Inhra, sebbene l’allontanamento dal paradigma dell’«equidistanza» fra Israele e Palestina arriva dopo il Bsw, il primo a denunciare fin da subito i crimini di guerra di Netanyahu.

Un cambiamento maldigerito anzitutto dagli «anziani del partito» come Bodo Ramelow, ex governatore della Turingia, Gregor Gysi, ex leader e fondatore della Linke, e l’ex vicepresidente del Parlamento, Petra Pau, da sempre strenui difensori del modello-Israele. Così come l’ala giovanile soprannominata «Anti-Deutsch»: l’agguerrita minoranza ultra-sionista che denuncia la «deriva islamica» della sinistra contestando qualunque forma di solidarietà ai palestinesi.

Stridono con la massa di coetanei nel partito, fra cui figurano anche non pochi deputati del Bundestag - provenienti dalle aree ad alta densità di residenti musulmani, come il distretto di Neukölln a Berlino da cui sono partite le proteste contro la coventrizzazione di Gaza duramente represse dalla polizia. Ma la vecchia-guardia collide pure con gli universitari di sinistra minacciati di essere «esmatricolati» dagli atenei dopo avere gridato «Free-Palestine»: slogan per cui in Germania si rischia l’arresto quando gli agenti di Polizia lo bollano a loro discrezione come «linguaggio della propaganda di Hamas».

Ma indietro non si torna. Specie se si rispolverano allo stesso tempo anche gli altri capitoli del manuale del socialismo. Pantisano riapre la «Lotta di Classe» e Schwerdtner ritorna sugli «insegnamenti di Rosa Luxemburg». In più il nuovo segretario fa ammenda del passato: «Negli ultimi anni non eravamo davanti ai cancelli delle fabbriche in crisi. Torniamo a fianco dei lavoratori e proponiamo loro la soluzione della sinistra per risolvere i loro problemi. Anche se ciò ci costerà gli insulti degli operai che ci chiederanno. Dove siamo stati fino a oggi».

Fra i punti invece esclamativi del congresso c’è la questione etico-morale: dal guadagno dei parlamentari ritenuto eccessivo fino al numero massimo di mandati al Bundestag da fissare per statuto. Sono le richieste portate avanti in Italia dal Movimento 5 Stelle ma per la politica tedesca il moto anti-sistema è una novità assoluta, se si esclude l’eversione nera di Afd. 


Il revival nero di Erfurt

Nello stesso giorno – il 3 giugno – e nella stessa città – Erfurt – in cui i nazisti cent’anni fa tennero il loro primo congresso successivo la messa al bando, che segnò l’inizio della presa del potere di Hitler. La macchina del tempo di Afd si apre con il peggiore dei segnali per gli antifascisti, perché la corrispondenza non può essere una casualità. 

Non lo sono nemmeno (ben) otto bandiere tedesche che adornano il palco del «Parteitag» nella capitale della Turingia, fra le roccaforti elettorali del partito di Alice Weidel nonché il feudo di «Der Flügel»: l’ala interna ad Afd attigua al sottobosco delle organizzazioni politiche dichiaratamente neonaziste.

«Siamo il nuovo partito del popolo», scandisce Weidel rivendicando il trionfo nei sondaggi. Prima di venire nominata a furor di popolo come capa praticamente assoluta. I delegati del congresso rinchiusi nel padiglione numero 1 della Fiera di Erfurt le tributano l’81,3% dei voti. Dieci punti in più del co-segretario Tino Chrupalla, stracciato nella sfida interna per definire chi dovrà reggere la barra di comando del partito. La primadonna dell’Ovest (che vive in un comune tedesco del Lago di Costanza ma vanta anche la residenza svizzera nel Canton Svitto) ha stracciato «l’uomo dell’Est» che ambiva ad affiancarla nella sostanza politica e non solo nelle photo-opportunity. 

Ma l’Alice delle meraviglie nere punta in alto, direttamente al cancelliere Merz, reo di vivere ormai « in una realtà tutta sua».

A sentire Weidel il leader Cdu «è una specie di Vivaldi che ogni quattro stagioni annuncia riforme ma poi porta avanti soltanto l’austerity e non fa niente per fermare l’immigrazione». Allo scocco di quest’ultima in Fiera parte la standing-ovation della platea; i «non-tedeschi» rimangono il nemico numero di Afd.

Weidel procede poi con il consueto leitmotiv: «Chiuderemo le frontiere della Germania. Criminali e immigrati clandestini qui non avranno più posto». Utilizza il tempo futuro del modo indicativo e non più l’ipotetico «se governassimo noi».

Fuori, intanto, nelle vie di Erfurt, 50.000 antifascisti protestano «contro l’adunata dei nuovi nazi»: cittadini, Ong ed esponenti politici a cominciare dal borgomastro Cdu della città che sta a fianco ai manifestanti arrivati da tutto il paese. Ma il più preoccupato per il revival neofascista è Jens Wagner, presidente del Memoriale di Buchenwald: «Il riferimento di Afd alle idee etniche autoritario-nazionaliste degli anni Venti del Novecento diventa sempre più chiaro».

Nessuna fatalità. Un po’ come il destino toccato a Berlino non certo per colpa della sorte. Due mesi prima del voto per il rinnovo del Landtag locale (previsto lo stesso giorno del Meclemburgo Pomerania) nella Città-Stato è piombata la pessima notizia che anche la capitale della Germania sta cadendo di fronte all’avanzata di Afd. Non più confinata nelle periferie popolari modellate dai casermoni sovietici, l’alternativa di Weidel ha raggiunto il cuore dei quartieri borghesi, come rilevano gli orientamenti di voto raccolti lo scorso  24 luglio. 

Oggi a Berlino Afd gode del 19% del consenso davanti a Linke e Cdu affiancate al 18%. Succede nella città culturalmente più progressista e politicamente più antifascista del paese. Dove il confronto fra rosso e nero è già divenuto un vitale scontro diretto.

di Sebastiano Canetta, corrispondente da Berlino