Ci risiamo. Diverse centinaia di persone esponenti dell’estrema destra europea si sono ritrovate a fine maggio a Figueira da Foz, una piccola cittadina sulla costa occidentale del Portogallo, per la seconda edizione del Remigration Summit.
Per evitare proteste simili a quelle dell’anno scorso a Gallarate, il luogo dell’incontro, una tenuta signorile leggermente nell’entroterra a Quinta da Salmanha, è stato comunicato a chi vi avrebbe partecipato solamente il giorno prima. A parte alcune testate di destra, a tutte le altre è stato esplicitamente negato l’accesso: la conferenza si è dunque svolta a porte chiuse, tuttalpiù la stampa presente ha potuto seguire un live-stream, interrotto più volte a causa di problemi di connessione. È chiaro che quest’anno l’intenzione era di rimanere nella propria cerchia.
Chi si è occupato di mettere in scena l’evento, in particolare per quanto riguarda i contenuti da condividere online sulle piattaforme? La produzione è stata affidata al venticinquenne Manuel Corchia1, leader della Junge Tat e una delle figure più attive del movimento neo-nazista della Svizzera tedesca. Non si tratta del primo ingaggio in tal senso: a febbraio Corchia s’occupa della comunicazione per una tavola rotonda organizzata dalla fondazione del gruppo europarlamentare Patrioti d’Europa2 a Strasburgo. Piccola nota a margine: il mandato a Corchia viene finanziato con fondi pubblici attraverso i contributi delle e degli eurodeputati. Qualche giorno più tardi Corchia è a Vienna, durante la stagione dei balli. Insieme ai volti più rappresentativi della galassia sovranista europea partecipa al ballo degli accademici, organizzato da un’associazione vicina al FPÖ, formazione d’estrema destra austriaca.
Il caso Corchia non è isolato bensì un sintomo: dimostra che reti identitarie e neofasciste intrattengono rapporti finanziari ed operativi diretti con partiti d’estrema destra, attivi sia nel Parlamento europeo che a livello locale. Non si tratta di due mondi separati, bensì d’un ecosistema integrato che lavora per normalizzare contenuti estremi ed applicare un’agenda politica ben precisa. La conferenza in Portogallo, così come l’antecedente in Italia, è un vero e proprio laboratorio transnazionale dove s’elaborano linguaggi, strategie e contenuti che successivamente filtrano nel panorama politico istituzionale.
Ma queste reti non si limitano ad incontri informali tra pochi ‘eletti’ al margine del sistema politico europeo, bensì influenzano concretamente la politica su più livelli e direttamente alle urne. In diversi Paesi sono sempre più presenti a livello governativo, segnali preoccupanti in tal senso provengono da nazioni chiave quali Francia e Germania.
Nonostante una condanna in prima istanza per appropriazione indebita di fondi pubblici3 e un appello alla Cassazione pendente, Marine Le Pen sarà ancora una volta candidata alle presidenziali del 2027. Uno schema già visto a suo tempo con Berlusconi e più recentemente dimostrato da Trump.
A settembre, alle elezioni regionali in due Stati federati tedeschi, l’Afd è in ascesa nei sondaggi ed è tuttora il partito più popolare. Si tratta della prima cartina da tornasole sulla concreta possibilità che tali movimenti ottengano funzioni governative in Germania.
Un decennio fa si parlava d’effetto Bruxelles, fenomeno per il quale le normative liberali dell’UE diventavano standard globali di fatto, influenzando legislazioni e regole ben oltre i propri confini. Oggi assistiamo ad un nuovo effetto Bruxelles rovesciato: le forze sovraniste si fanno strada nella politica e nei parlamenti per introdurre leggi a propria immagine e somiglianza, con il rischio che questo modello si esporti con successo anche altrove.
Un caso concreto su tutti? Il patto sull’asilo e sulla migrazione dell’Unione Europea, recentemente entrato in vigore. Una delle riforme più incisive del diritto d’asilo europeo dall’istituzione dell’Unione: la riforma del sistema comune europeo d’asilo (CEAS). Sin dal 2015 esisteva un ampio consenso politico sulla necessità di un intervento, in particolare a causa dei movimenti di fuga e migrazione di quegli anni che hanno messo a dura prova il sistema di Dublino. Dopo anni di negoziati, Consiglio e Parlamento dell’UE hanno infine approvato dieci atti giuridici interconnessi.
Il cuore del nuovo sistema sono le procedure d’asilo di frontiera accelerate: tutte le persone che arrivano in Europa possono ora essere trattenute in centri di detenzione fino a 2,5 anni, mentre le loro richieste vengono esaminate mentre sono in detenzione. Per farlo, il nuovo patto utilizza esplicitamente una linea di ragionamento contorta, che autorizza gli stati membri a trattare le persone fisicamente presenti sul territorio nazionale come se fossero ufficialmente ancora al fuori dall’Europa. L’idea di base è detenere fin dall’ingresso valutando la richiesta d’asilo mentre sono in detenzione. Tutte le persone respinte, verranno così ‘velocemente’ deportate.
Solamente le persone richiedenti asilo di una nazionalità con un tasso di riconoscimento ≥80% accederanno alla procedura ordinaria; tutte le altre subiranno una valutazione accelerata di una settimana mentre si trovano in detenzione.
Tale espediente trasforma di fatto la detenzione amministrativa in uno strumento punitivo indistinguibile dalla sanzione criminale, con conseguenze dirette: accesso drasticamente ridotto alla consulenza legale, al supporto indipendente e alle informazioni sul paese d’arrivo.
A completare questo quadro repressivo interviene il nuovo regolamento UE sui rimpatri, approvato a giugno dal Parlamento. Il testo rafforza la dimensione esterna della politica migratoria comunitaria, incoraggiando esplicitamente l’uso di strumenti politici più ampi, con accordi sul commercio e sulla politica dei visti come leve per migliorare la cooperazione dei paesi terzi sui rimpatri. Si espande inoltre il ruolo dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex), particolarmente nel sostenere le operazioni di rimpatrio, lo scambio di informazioni e l’implementazione di un sistema di sorveglianza digitale.
L’espansione delle destinazioni di rimpatrio (cosiddetti return hub) a paesi terzi, senza alcun legame genuino con l’individuo, accoppiata alla designazione arbitraria di paesi “sicuri”, esternalizza effettivamente sia la detenzione che la valutazione dell’asilo. Risultato: si eludono le garanzie procedurali che la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la Carta dell’UE erano progettate per garantire.
L’approvazione di questa nuova legislazione è stata accompagnata in seno al Parlamento europeo da scrosci d’applausi, mentre diversi europarlamentari hanno scandito lo slogan apertamente razzista “rimandateli indietro”. Come non ricordare la celebre frase “È così che muore la libertà… sotto scroscianti applausi” pronunciata da Padmé Amidala nel film Star Wars III - La vendetta dei Sith?
Per anni, i leader politici europei hanno usato le persone migranti, rifugiate e richiedenti asilo come capro espiatorio per distogliere l’attenzione dai propri fallimenti nel gestire le conseguenze dei tagli ai servizi pubblici, della crisi abitativa e del crescente costo della vita. Ciò rivela chiaramente che razzismo e xenofobia che sono stati sistematicamente presenti nel sottobosco politico, ora agiscono impunemente alla luce del sole.
E la Svizzera? Come stato associato sia di Schengen che Dublino, ha adottato parti della riforma. Esse includono in modo limitato nuovi inasprimenti, dato che diverse delle misure previste sono già consolidate da anni. La Confederazione dispone già oggi di uno strumentario espanso e particolarmente repressivo nel confronto europeo per il controllo, l’incarcerazione e l’espulsione di persone senza permesso di soggiorno.
Le attuali riforme non rappresentano dunque un cambiamento di direzione fondamentale, ma inaspriscono uno sviluppo politico migratorio che caratterizza la politica europea di asilo e migrazione da anni: l’esternalizzazione del controllo.
Le politiche migratorie, progettate dall’estrema destra e supportate dal centro-destra, tentano di unire l’Europa dietro una visione di violenza di massa contro le persone nere e razzializzate preoccupandosi solamente di murare i buchi della Fortezza Europa. L’intera legislazione è stata scritta sotto l’influenza di anni di cedimenti a queste formazioni: oltre tre decenni di politiche hanno limitato l’accesso a tutte le altre forme legali di immigrazione. Il patto sulla migrazione e sull’asilo è semplicemente un modo per riprendere violentemente il monopolio sul movimento umano a spese delle classi lavoratrici e dell’internazionalismo.
Il risultato non sarà che le persone in fuga da povertà, guerra e crisi, che ricongiungono famiglie o perseguono i loro sogni, smettano di guardare ai paesi europei come luogo per trovare maggiore sicurezza e realizzazione. Le conseguenze sono detenzioni di massa, sofferenza su larga scala e mantenimento di una forza lavoro invisibilizzata e sfruttata.
Ai confini d’Europa recinzioni e muri diventano sempre più lunghi e alti, la libertà di movimento delle persone in fuga è massicciamente limitata, e violenza, miseria e morte sono diventate quotidianità. La migrazione viene così concepita sempre più in termini di “pericolo” e “sicurezza”, che rendono politicamente collegabili come “risposta” le misure coercitive. Come non pensare in questi giorni alle immagini che ci raggiungono dall’enclave spagnola di Ceuta?
In Svizzera il discorso si traduce in un rituale prevedibile: dieci volte in 56 anni, quindi ogni cinque anni e mezzo, il paese ha votato su temi legati alla migrazione e all’asilo. La questione riemerge, ma in nuove vesti: i titoli cambiano, ma il messaggio rimane lo stesso. L’iniziativa 10 milioni dell’UDC era solo un riscaldamento in vista dell’Iniziativa per la protezione delle frontiere, che arriverà a breve sui banchi del Parlamento. L’estrema destra continuerà secondo il motto divide et impera, finché non riusciremo a sviluppare insieme una posizione coerente, solidale e credibile su questi temi. La domanda decisiva non è quindi se la Svizzera possa assumere o no le procedure d’asilo europee, bensì se allineare il proprio sistema alle pratiche più restrittive e di chiusura oppure se finalmente le opporrà un’alternativa degna delle tante parole spese sui diritti umani.
La prossima volta che torneremo a votare su questo tema è necessario passare da una posizione puramente difensiva ad una proposta attiva di alternative che mettano al centro i diritti umani e la dignità delle persone in movimento contrapponendola alla logica di sicurezza e controllo che domina l’attuale dibattito.
1 Corchia è stato condannato nel 2021 per discriminazione razziale, danneggiamento di proprietà e violazione della legge sulle armi. Secondo il decreto di condanna Corchia propaga l’ideologia nazista mentre la WoZ ha segnalato che possedeva un AK-47 senza alcuna autorizzazione.
2 Con 85 europarlamentari è la terza più grande frazione in seno al Parlamento europeo ed è al momento presieduta da Jordan Bardella del Rassemblement national. Ne fanno parte diversi partiti europei d’estrema destra, sovranisti ed euroscettici.
3 Il Rassemblement national ha sistematicamente utilizzato per anni fondi destinati alle e ai collaboratori parlamentari europei a Strasburgo per finanziare invece posti di lavoro in seno alle strutture del partito a Parigi. Si parla di una somma fraudolenta che ha superato i 2 Mio. di euro.

