Le prime saranno appena cinque. Un numero irrilevante se confrontato con le oltre cento macchine litografiche consegnate ogni anno da ASML, la ditta olandese leader dei semiconduttori. Eppure, è uno dei passaggi più osservati dell’industria tecnologica globale. Per la prima volta una società cinese sostenuta dallo Stato ha avviato la produzione di scanner DUV (ultravioletto profondo) a immersione destinati ai suoi colossi dei chip. Le prestazioni restano inferiori a quelle delle macchine olandesi e serviranno anni prima che possano rappresentare una vera alternativa. Ma ogni sistema installato consentirà di accumulare esperienza industriale, migliorare i processi produttivi e rafforzare una filiera costruita proprio per ridurre la dipendenza tecnologica dall’Occidente.

È un dettaglio che racconta meglio di molti proclami la direzione imboccata da Pechino. Per anni la competizione sull’intelligenza artificiale è stata interpretata come una corsa ai modelli linguistici e ai chip più avanzati. La Cina sembra invece perseguire un obiettivo più ambizioso: costruire un ecosistema in cui chip, capacità di calcolo, software, manifattura, regolazione e cooperazione internazionale diventino parti della stessa strategia. L’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, non è soltanto una tecnologia. È una politica industriale.

È anche in questa chiave che va letto quanto emerso dalla World Artificial Intelligence Conference (WAIC) di Shanghai, a luglio. Nel suo intervento inaugurale, Xi Jinping ha definito l’intelligenza artificiale un “bene pubblico globale” e annunciato la nascita della World Artificial Intelligence Cooperation Organization (WAICO), con l’adesione di 29 Paesi (tra cui Russia, Indonesia, Pakistan) e l’obiettivo di promuovere cooperazione, formazione e standard condivisi, soprattutto con il Sud Globale.

Il discorso di Xi rappresenta la formalizzazione politica di una strategia ormai radicata. In una recente intervista di Simone Pieranni, lo storico Wang Hui ha spiegato che la modernizzazione cinese non possa essere interpretata come un semplice processo di convergenza verso l’Occidente, ma come la costruzione di un percorso autonomo. L’intelligenza artificiale sembra diventare il banco di prova di questa impostazione. Mentre negli Stati Uniti il dibattito ruota soprattutto attorno ai modelli di frontiera e alla leadership delle Big Tech, Pechino continua a ragionare in termini di sistema produttivo, capacità industriale e pianificazione strategica. Dai chip di memoria ai modelli open-weight, dai processori alle macchine litografiche, la Cina sta cercando di ridurre le proprie vulnerabilità tecnologiche costruendo una filiera sempre più integrata. La questione, quindi, non è soltanto se riuscirà a sviluppare un modello migliore di quelli americani. È se riuscirà a ridefinire il contesto economico e industriale entro cui l’intelligenza artificiale verrà sviluppata, adottata e diffusa.

Alcuni episodi aiutano a leggere questo cambiamento. Quando ChangXin Memory Technologies (CXMT) è sbarcata alla Borsa di Shanghai, l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’impennata del titolo. Ma il dato finanziario racconta solo una parte della storia. CXMT produce memorie DRAM, componenti meno appariscenti delle unità di elaborazione grafica (GPU) di Nvidia ma indispensabili per alimentare i sistemi di intelligenza artificiale. La crescita dell’azienda riflette soprattutto una politica industriale costruita nel tempo: investimenti pubblici, ricerca, amministrazioni locali e imprese hanno trasformato Hefei in uno dei principali poli cinesi dei semiconduttori. Non è il successo di una singola azienda. È il consolidamento di un ecosistema.

Lo stesso schema emerge osservando il software. L’inizio del 2025 era stato segnato dall’ascesa di DeepSeek, che aveva mostrato come fosse possibile competere con i grandi laboratori statunitensi puntando sull’efficienza più che sulla disponibilità praticamente illimitata di capacità di calcolo. Già, oggi, il panorama appare già più articolato. Moonshot AI è diventata uno dei protagonisti della nuova stagione dell’intelligenza artificiale cinese grazie a Kimi K3, modello open-weight capace di competere nei principali benchmark internazionali. La scelta di distribuirlo con pesi aperti non rappresenta soltanto una decisione tecnica. Consente a imprese, università e sviluppatori di adattarlo e integrarlo più facilmente nelle proprie applicazioni, favorendone la diffusione all’interno dell’ecosistema cinese e, potenzialmente, anche oltre i suoi confini. Il punto, ancora una volta, non è stabilire quale modello sia il migliore. È osservare il contesto in cui quei modelli vengono sviluppati.

Huawei continua a investire nei processori Ascend, nelle piattaforme cloud e negli strumenti software destinati all’intelligenza artificiale. BYD, parallelamente, sviluppa chip proprietari per i sistemi di guida intelligente. Unitree punta a rendere la robotica sempre più accessibile al mercato di massa. Settori diversi che rispondono alla stessa logica: integrare l’intelligenza artificiale nella manifattura, nei trasporti e nell’economia reale.

È la filosofia del programma “AI Plus”, che mira a diffondere l’intelligenza artificiale nell’industria, nella logistica, nella sanità e nei servizi pubblici. In questa prospettiva il chatbot è soltanto la parte più visibile di una trasformazione molto più ampia. La vera partita riguarda la produttività e la capacità di incorporare l’IA nei processi industriali.

Anche per questo le restrizioni occidentali sui semiconduttori hanno prodotto un effetto diverso da quello inizialmente previsto. Hanno rallentato la Cina su alcuni segmenti della frontiera tecnologica, ma hanno anche accelerato gli investimenti nella costruzione di una filiera nazionale. Oggi il problema di Pechino non è soltanto sviluppare un chip competitivo con quelli di Nvidia. È costruire un sistema in grado di funzionare anche in condizioni di crescente frammentazione tecnologica.

Il nodo più difficile resta quello dei semiconduttori. Le restrizioni statunitensi continuano a impedire alla Cina l’accesso ai chip e alle macchine litografiche più avanzati. Più che attendere un allentamento delle restrizioni, Pechino ha risposto accelerando gli investimenti nella capacità produttiva domestica. È la logica che sta dietro anche allo sviluppo delle nuove macchine litografiche nazionali: non colmare subito il divario, ma rafforzare progressivamente l’intera filiera.

È una dinamica che l’economista Huang Yasheng ha spesso individuato come una delle caratteristiche dello sviluppo industriale cinese: il vantaggio competitivo non nasce necessariamente dalla leadership tecnologica in un singolo segmento, ma dalla capacità di costruire ecosistemi in cui imprese, amministrazioni locali, ricerca e capitale si rafforzano reciprocamente. L’obiettivo non è eccellere ovunque fin dall’inizio, ma ridurre progressivamente ogni vulnerabilità strategica.

Lo stesso approccio emerge osservando le infrastrutture di calcolo. Se i dati rappresentano la materia prima dell’intelligenza artificiale, la capacità di elaborarli diventa un’infrastruttura strategica al pari delle reti elettriche o dei sistemi di trasporto. Pechino continua a investire nella costruzione di grandi centri di calcolo, piattaforme cloud e reti destinate a distribuire potenza computazionale su scala nazionale. La disponibilità di capacità di calcolo viene trattata sempre più come un’infrastruttura pubblica, non soltanto come un’attività di mercato.

Al WAIC questa visione ha trovato una sintesi nel progetto delle cosiddette “Six Networks”, che punta a integrare reti di calcolo, dati, modelli, applicazioni, sicurezza e cooperazione internazionale. L’obiettivo è evitare che hardware, software e servizi si sviluppino separatamente, costruendo invece un ecosistema coordinato in cui ogni componente rafforzi gli altri.

La regolazione segue la stessa logica. Negli ultimi mesi le autorità cinesi hanno avviato consultazioni sui modelli di frontiera, pubblicato nuove regole contro il cyberbullismo realizzato con contenuti generati dall’intelligenza artificiale e definito criteri specifici per i sistemi capaci di simulare personalità umane. Osservate dall’Occidente, queste iniziative vengono spesso interpretate esclusivamente come un’estensione del controllo statale. Per Pechino fanno invece parte della costruzione dell’ecosistema: creare regole sufficientemente stabili da favorire la diffusione dell’intelligenza artificiale nell’economia senza rinunciare alla supervisione politica.

È sul piano internazionale, però, che il disegno appare più ambizioso. La nascita della WAICO mira a fare dell’intelligenza artificiale uno strumento della politica estera cinese. Se la Belt and Road Initiative ha esportato porti, ferrovie e infrastrutture fisiche, ora Pechino punta su infrastrutture digitali, capacità di calcolo, programmi di formazione e standard tecnologici.

Certo, Washington continua a mantenere un vantaggio difficilmente contestabile nella ricerca di frontiera, nelle GPU più avanzate, nella capacità di attrarre talenti e nella presenza di aziende come OpenAI, Anthropic, Google DeepMind e Nvidia. La domanda, però, è se la competizione possa ancora essere misurata soltanto lungo quella direttrice. La Cina considera l’intelligenza artificiale come un’infrastruttura destinata a trasformare industria, finanza, logistica, sanità, pubblica amministrazione e, sempre più, relazioni internazionali. La competizione, di conseguenza, non riguarda soltanto l’innovazione tecnologica, ma la capacità di costruire il sistema economico, regolatorio e industriale entro cui quella tecnologia viene sviluppata e utilizzata.

Se la modernizzazione cinese coincide con la costruzione di un percorso autonomo, come ricorda Wang Hui, allora anche l’intelligenza artificiale diventa qualcosa di più di una tecnologia. Diventa il terreno su cui sperimentare una diversa idea di sviluppo, in cui pianificazione industriale, mercato, infrastrutture e Stato operano come elementi di una stessa strategia.

di Lorenzo Lamperti, corrispondente da Taipei