Il libro dello storico israeliano Omer Bartov, i capitoli “Difesa” e “Genocidio” del libro della professoressa di filosofia politica Valentina Pazé e il fascicolo di maggio 2026, con molti autori, della rivista Limes aiutano a capire la vicenda di Gaza, della Cisgiordania e del Libano meridionale e la deriva morale d’Israele. I tre libri guidano nell’orribile groviglio di infamie, menzogne, violenze, malafede, massacri fino al genocidio palestinese, che dal 1948 tormentano e insanguinano la Palestina. Forniscono elementi di conoscenza e riflessioni essenziali, ignorando però, tutti, la vera causa della tragedia: le condizioni in cui fu creato lo Stato d’Israele nel 1948.
Padrino fu il ministro degli esteri inglese Arthur J. Balfour, che il 2 novembre 1917 dichiarò che l’Inghilterra condivideva il movimento che intendeva insediare gli ebrei in Palestina, cioè il sionismo (da Sion, montagna di Gerusalemme), a condizione che i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche residenti in Palestina non fossero pregiudicati. Invece lo saranno, e spudoratamente. Il “sionismo, movimento strampalato” commentò subito la dichiarazione Balfour il saggista ebreo ungherese Arthur Köstler, divenuto poi famoso per il romanzo “Buio a mezzogiorno” sugli orrori dello stalinismo. La dichiarazione Balfour è per lui “uno dei documenti politici più inverosimili di tutti i tempi: una nazione prometteva solennemente ad una seconda nazione il paese di una terza.” La dichiarazione Balfour fu sottoscritta dalla Lega delle Nazioni, per garantire agli ebrei una dimora sicura. La Pazé, citando un libro di Enzo Traverso del 2016, sottolinea che Israele apre le porte a tutti gli ebrei del mondo chiudendole ai palestinesi, oppressi, schiavizzati e cacciati dalle terre in cui vivono da secoli.
La tragedia della Shoa viene consapevolmente strumentalizzata dai governi israeliani e da parte della diaspora ebraica come legittimazione di uno Stato riservato agli ebrei. La Pazé sottolinea la protervia di Israele, in cui vivevano e vivono milioni di palestinesi, di chiamarsi Stato ebraico. Riporta l’opinione di Asa Kasher, professore di filosofia all’università di Tel Aviv, secondo il quale l’esercito israeliano, “il più morale del mondo”, ha come “imperativo di garantire massima protezione alle vite dei cittadini-combattenti israeliani e minima alla vita dei non combattenti palestinesi”, che sono stati e vengono uccisi a migliaia.
Il 10 marzo 1948, due mesi prima della proclamazione dello Stato d’Israele, il futuro capo del governo David Ben Gurion e alcuni militari misero a punto il piano Dalet, il cui obiettivo era, ed è, di estirpare da Israele il maggior numero di palestinesi nel più breve tempo possibile: ucciderli o cacciarli via. Oggi quel piano comprende anche la Cisgiordania, occupata nel 1967. Durante e dopo la guerra del 1948 531 villaggi palestinesi furono rasi al suolo, 120mila palestinesi furono uccisi e 800mila ammassati in campi profughi nei paesi limitrofi, dove la maggior parte di loro e dei loro discendenti ancora si trovano. Le loro case furono bruciate sotto i loro occhi per togliere ogni illusione di ritorno, nonostante la risoluzione ONU 194 garantisse rimpatrio e indennizzo. Nessuno è tornato. Nakba è il nome arabo di quell’infamia.
Lo scrittore israeliano Smilansky Yizhar (1916-2006) era soldato nelle truppe israeliane e descrive nel racconto pubblicato nel 1949 “La rabbia del vento” (in italiano nel 2005) l’angoscia di aver dovuto partecipare ad un simile orrendo misfatto. Ben pochi però, e fra questi non c’era Bartov, si resero conto che la nascita dello stato ebraico sarebbe avvenuta al prezzo della catastrofe di un altro popolo, che nessuna responsabilità e colpa aveva delle tremende sventure degli ebrei. E quel popolo non poteva non reagire. Ben Gurion sottoscrisse gli atti della fondazione d’Israele, con la salvaguardia dei diritti della popolazione palestinese, dopo aver elaborato il piano Dalet, che ne programmava l’eliminazione dalla Palestina. Miserabile malafede.

