Nonostante le aperture al mercato, Trump stringe ancora l'assedio a Cuba
«Sto osservando Cuba, molte cose stanno per succedere, forse nei due prossimi mesi». Con il solito linguaggio brutalmente imperiale e allusivo, il presidente Donald Trump, a metà luglio, è tornato a minacciare Cuba.
Non ha detto nulla di nuovo, perché chiunque si interessi di Cuba sa che il 18 e 19 giugno il Pcc e il Parlamento dell’isola hanno varato un pacchetto di 176 riforme che rappresenta il maggior sforzo per affrontare la crisi che attanaglia l’isola. Almeno nel suo disegno, l’insieme di riforme prevede l’abbandono del modello di direzione centralizzata, per introdurre il mercato e il capitale.
Dunque un cambiamento epocale, ma che nelle intenzioni della leadership cubana dovrà avvenire sotto il controllo politico del governo (e del Pcc) e mantenendo come priorità la sovranità e indipendenza dell’isola. Il presidente cubano Díaz-Canel ha poi voluto sottolineare che tale sforzo riformatore non era dovuto alle minacce e sanzioni di Washington, ma che si trattava di decisioni autonome, già ventilate da anni dalla dirigenza politica del Paese. Dunque che si tratta di “modernizzare” la Rivoluzione cubana, mediante un progetto ideato e guidato dal Pcc, non di abbandonarla.
Nelle prossime settimane dovranno poi essere decise le leggi attuative per tali riforme – le prime sono già state varate e riguardano le riforme del sistema imprenditoriale statale e la disciplina delle cooperative agricole. È dunque chiaro che i prossimi mesi saranno cruciali per l’applicazione delle riforme e per verificare se potranno affrontare le cause e gli effetti della multicrisi che da anni affligge Cuba (Pil diminuito del 15% in cinque anni, black out generalizzati, inflazione stabile a due cifre, perdita di controllo sulla moneta cubana, aumento della povertà, emigrazione massiccia di giovani).
Trump cerca invece di ribaltare le tesi cubane. Fa intendere che le riforme decise sono «solo fumo negli occhi» e che «molte cose cambieranno nei prossimi due mesi» in Cuba a causa delle pressioni del suo governo. Inoltre, se i cambiamenti non andranno nella direzione da lui voluta, il tycoon prenderà misure risolutive. Dopo tali dichiarazioni una serie di esperti statunitensi hanno “rivelato” che già esistono i piani per l’impiego della 101°divisione aviotrasportata dell’Esercito Usa per un possibile intervento militare in Cuba.
Le premesse “legali” per un’aggressione militare già sono poste: l’ordine presidenziale esecutivo del 29 gennaio che dichiara Cuba «una minaccia insolita e straordinaria» per la sicurezza degli Usa, dichiarazione ripetuta dal segretario di Stato Marco Rubio nel maggio di quest’anno; la messa sotto accusa dell’ex presidente Raúl Castro; le reiterate affermazioni (mai dimostrate) di presenza di basi cinesi e russe nell’isola, fino alle ultime accuse di “ospitare” droni iraniani con i quali Cuba può attaccare sia la base Usa di Guantanamo, sia il Sud della Florida.
Secondo tali analisti, Trump sarebbe indeciso tra le tesi contrastanti suggeritegli dai due più importanti consiglieri: il vicepresidente J.D. Vance, favorevole a proseguire le conversazioni con dirigenti cubani sotto la pressione di pesanti sanzioni e quella del segretario di Stato Marco Rubio, che vede come unica soluzione il cambio di governo all’Avana, anche con misure militari. Il 16 luglio Rubio ha presieduto un vertice internazionale straordinario incentrato sulla «Rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra» nella quale ha ribadito che «la testa del serpente» terrorista antifascita era l’Avana (al vertice – oggetto di pesanti critiche internazionali – hanno partecipato rappresentanti di 60 Paesi; l’Italia era rappresentata dal sottosegretario agli Interni, Emanuele Prisco).
Ancora una volta si dimostra che la questione di Cuba viene vissuta dal vertice statunitense come un problema di politica interna. In questo caso la probabile disputa tra Vance e Rubio, come candidati repubblicani alle prossime presidenziali Usa.
Stretto tra le due posizioni, il presidente Trump non ha però molto tempo per decidere. Il prossimo 7 settembre vi sarà a Dallas una sorta di convention del Partito repubblicano in vista delle elezioni di MidTerm (a novembre) nelle quali viene dato per probabile una vittoria dei democratici.
Le dichiarazioni del tycoon riportate all’inizio dell’articolo fanno pensare che Trump sia orientato a proseguire nelle pressioni economiche e nello strangolamento energetico dell’isola come mezzo per «impossessarsi di Cuba», obiettivo questo annunciato a piena voce già dalla fine dell’anno scorso. La prospettiva di giungere alla convention del 7 settembre con tre conflitti militari in corso (Ucraina, Medio oriente e Cuba) non è certo gradita al tycoon, tantomeno ai suoi elettori repubblicani.
Anche per il vertice politico cubano i prossimi mesi saranno cruciali. Lo scopo principale delle riforme varate è di rimettere in moto l’economia di Cuba, anche a costo di introdurre misure guardate con sospetto da una parte della dirigenza del Pcc. «Con I piatti vuoti non esiste sovranità» ha affermato il president Díaz-Canel. Dunque se Cuba vuol far fronte alle minacce di take over (acquisizione) proclamate da Trump e conservare la propria sovranità e indipendenza dovrà riempire in qualche modo i piatti dei suoi cittadini.
È chiaro a tutti ormai che le mire neocoloniali di Trump e della “sua” dottrina Donroe non sono di portare a Sud del Rio Bravo «democrazia e libertà» (essenza della dottrina – imperiale – Monroe dell’inizio del XIX secolo). La politica di Trump nel Sud dell’Emisfero occidentale è quella di mettere sotto controllo degli Usa i beni strategici del subcontinente (acqua, petrolio, litio e minerali preziosi e rari). Questo obiettivo – in gran parte raggiunto con l’aggressione al Venezuela lo scorso 3 gennaio – viene indicato come lo scopo del trattato “Scudo delle Americhe” imposto il 7 marzo scorso dal tycoon alla gran maggioranza dei presidenti centro e sudamericani.
Per attuare tale piano, Trump deve però «impossessarsi di Cuba», l’unico Paese che con la sua esistenza e politica dimostra che «un altro mondo è possibile». Il blocco energetico a Cuba decretato da Trump (e condannato dall’Assemblea generale dell’ Onu) ha l’obiettivo di indurre la popolazione- esausta per gli apagones e la mancanza di beni di prima necessità- a ribellarsi. Le riunioni di Díaz-Canel con i Consigli di Difesa dei municipi dell’Avana (fino al 17 luglio) dimostrano come la possibilità di rivolte popolari sia presa sul serio dal vertice politico di Cuba. Ma il presidente, come detto sopra, sa che tali minacce non possono essere evitate con misure repressive, bensì facendo funzionare il pacchetto di riforme (che prevedono anche un – seppur vago – Fondo di protezione per gli strati più vulnerabili della popolazione cubana).
Ed è in questo quadro che i prossimi mesi vedranno «succedere molte cose» in Cuba. Dove si gioca la sopravvivenza della Rivoluzione e dell’indipendenza dell’isola o la sua «acquisizione» da parte di Trump.

