Volodymyr Zelensky è riuscito a far passare in secondo piano i recenti successi militari dalla distanza con un rimpasto di governo che ha indignato la società ucraina. Da un mese si protesta nelle più grandi città del Paese, si organizzano marce, sit-in e dibattiti per chiedere il reintegro dell’ex ministro della Difesa, Mihkaylo Fedorov. A calmare le piazze non è bastato il licenziamento del presunto avversario di Fedorov, l’ex Comandante in capo delle forze armate Oleksandr Syrskyi, considerato da molti come un simbolo del vecchio sistema oligarchico post-sovietico e detestato da interi reparti in prima linea per la sua tendenza a disporre dei soldati come di carne da macello. Ormai si è delineato uno scontro che va al di là della singola carica politica e rimanda alla visione dell’Ucraina del futuro. Nella quale i militari stanno già ipotecando una posizione determinante, al di là del loro impegno nella guerra in corso.

Tutto era iniziato come diverse volte dal 24 febbraio 2022: si fanno strada anonime voci di qualche defenestrazione illustre imminente, la stampa inizia a scommettere sui nomi dei successori, poi l’ufficio del presidente pubblica il comunicato – formale, algido – con i ringraziamenti di rito e subito i nuovi funzionari iniziano a farsi sentire. Era successo al celebre Dmytro Kuleba, ministro degli Esteri della prima ora, poi professore e opinionista molto considerato in Europa occidentale, al Comandante in capo delle forze armate Valerii Zaluzhni, spedito a Londra in esilio dorato come ambasciatore e a molti altri meno noti. Tranne qualche rara frase a mezza bocca, finora erano stati più i silenzi che i litigi a parlare delle tensioni tra Zelensky e i licenziati. L’unico caso eclatante di dissenso si era verificato alla fine della scorsa estate, quando con un colpo di mano il presidente aveva provato a liquidare Ufficio e Procura nazionale anti-corruzione (Nabu e Sapo). Le piazze si erano riempite in fretta, l’Unione Europea si era subito allarmata mettendo in discussione i prestiti per Kiev e il suo percorso di adesione comunitaria. Zelensky era stato costretto a ritirare il decreto, liquidando la questione come una leggerezza e un errore di valutazione. Ma da parte dei critici, non del suo governo che – sostengono i politici del suo partito Servitore del popolo – non aveva alcuna intenzione di mettere il bavaglio agli organi di vigilanza. Di lì a poco è scoppiato lo scandalo «Re Mida», l’inchiesta sulla corruzione che ha letteralmente terremotato la politica ucraina, portando addirittura al licenziamento di Andriy Yermak, colui che per anni aveva fatto da filtro tra il presidente e il resto dell’Ucraina. Zelensky aveva provato a difenderlo, ma era davvero troppo anche per un leader dotato di pieni poteri dalla legge marziale. Costruirsi case di lusso con i fondi sottratti alle difese delle infrastrutture energetiche mentre la popolazione civile muore di freddo a causa dei bombardamenti russi era un affronto troppo sfacciato. A ciò si aggiunga che Yermak era già odiato, da tempo e da diversi segmenti della società ucraina (inclusi i militari), e l’indagine su di lui stava orientando il biasimo sempre più direttamente verso Zelensky. In ognuna di queste manovre politiche non bisogna mai sottovalutare il peso dell’Occidente, che finanzia e rifornisce di armi Kiev e nel caso degli Usa ha un’influenza diretta sulle scelte che si fanno a Kiev.

Su Fedorov però la questione si è sviluppata in modo differente. Il giovane ministro che ha puntato tutto sui droni, che ha esplicitato più volte la necessità di salvaguardare la vita dei suoi soldati organizzando una «guerra asimmetrica» contro la Russia, decisamente superiore per numero di effettivi e disponibilità di armamenti. Durante i suoi sei mesi da ministro  – troppo pochi per una vera rivoluzione, ma in Ucraina il mandato di Fedorov è già leggenda – la guerra ha cambiato di segno. O meglio, sul campo la situazione non è mutata, con i russi che avanzano molto lentamente nel Donetsk e stringono la morsa intorno a Kramatorsk, ma si è aggiunto un nuovo fronte: quello degli attacchi ucraini dalla distanza. Raffinerie, infrastrutture energetiche, oleodotti, petroliere e porti sono diventati l’obiettivo quotidiano dei dronisti ucraini. I quali hanno registrato successi senza precedenti nelle loro operazioni. Tanto da spingere Donald Trump a dichiarare, durante il vertice della Nato di Ankara, che «forse questi attacchi aiuteranno a convincere Vladimir Putin a fermare la guerra».

La crisi dei carburanti in Russia ha confermato il successo della nuova strategia ucraina. Divieto di esportazione per il diesel, code ai distributori in diverse regioni e benzina razionata, scene da isteria collettiva e decine di video di cittadini increduli che si chiedono cosa diavolo stia succedendo. Il secondo obiettivo dichiarato di Fedorov – «portare la guerra a casa dei russi per costringerli a trattare» – ha iniziato a funzionare, almeno nella prima parte del proposito.

Inoltre Fedorov si è messo in testa di cambiare il sistema degli appalti e quello del reclutamento dei soldati. Due problemi enormi per Kiev perché nel primo caso si perdono milioni che dovrebbero aiutare a resistere al fronte, nel secondo non si riesce ad avere rimpiazzi. Anche ai vertici della Difesa sanno che chi non si è arruolato finora non ha la minima intenzione di farlo, ma per quanto la guerra sia diventata tecnologica servono uomini per le operazioni più disparate, sia in prima linea sia nelle retrovie. A questo punto, si dice, sarebbero esplose le contraddizioni con Syrskyi. Il quale, alla fine, ha posto Zelensky di fronte a un aut aut: «o lui o me» e il presidente ha scelto lui. Ma «il macellaio», come molti soldati lo chiamano dopo la difesa disastrosa e fallimentare di Bakhmut, non ha resistito tanto più dell’ex ministro. Le piazze hanno preteso la sua testa e Zelensky gliel’ha offerta in dono. Conclusione: per eliminare una figura troppo carismatica (e quindi pericolosa per la leadership) e troppo indipendente si sono persi nel giro di pochi giorni due volti chiave della difesa ucraina.

Zelensky ha sbagliato i conti in modo eclatante, come forse non gli era mai accaduto prima. Tanto che oggi Fedorov è diventato una star e si può permettere di rilasciare interviste in cui dice che non accetterà nessun altro posto se non il suo vecchio ministero. E aggiunge che non l’hanno cacciato per uno scontro con Syrskyi, ma perché lui voleva riformare un sistema corrotto e inefficiente che «in ultima analisi grava sui nostri uomini al fronte». È bastato questo per fare di lui un eroe. Ma il dato peculiare è che Fedorov è diventato un simbolo anche per una parte non marginale dei militari al fronte. Nei suoi propositi di ammodernamento alcuni alti ufficiali vedono l’esercito del futuro, quello che grazie ai droni riesce a fermare il gigante Golia senza decimare la propria popolazione. E ipotizzano già le connessioni di domani con la Silicon Valley su droni e intelligenza artificiale. Uno come Syrskyi è troppo ingombrante, accentra il potere, non ne cede neanche una briciola se non come dono grazioso ed è pronto a riprenderselo in ogni momento. Con una gestione più «razionale» c’è più spazio per i nuovi. Fedorov rappresenta proprio questo: il nuovo che avanza, cacciandolo Zelensky si è messo dalla parte del vecchio mondo.

D’altro canto a Palazzo Mariinskij c’è un’incombenza da risolvere: evitare che il prossimo inverno – il quinto di guerra – sia tremendo come i precedenti. La paura che i raid combinati (droni più missili) russi creeranno ancora più danni degli anni passati è più che giustificata. Basti pensare che nell’ultimo mese, su circa 100 missili balistici russi, Kiev è riuscita a intercettarne meno del 5%. E con il passare del tempo andrà sempre peggio perché le scorte continuano a esaurirsi. Nasce da questa necessità l’insistenza di Zelensky sui missili Patriot. Dall’inizio della guerra in Iran gli Usa si sono rifiutati di fornirne di nuovi, anche se al G7 di Evian e poi ad Ankara Trump si era detto favorevole a concedere la licenza per la produzione diretta agli ucraini. Salvo poi rimangiarsi la parola data. «Non abbiamo alcun accordo con l’Ucraina» ha dichiarato il tycoon poco dopo il vertice con Zelensky a Washington in cui si era parlato di nuovo di Patriot. Sembra che il leader ucraino abbia chiesto di concedere almeno l’uso dei sistemi satellitari Starlink (proprietà di Elon Musk) per operazioni di attacco, ma Trump ha preso tempo. L’idea alla base è colpire i lanciamissili russi prima che questi possano essere impiegati per bombardare l’Ucraina. Tuttavia, Washington teme che una volta fornita l’autorizzazione non ci sarà più modo di controllare l’alleato. Il famoso «rischio escalation» che nelle parole della Casa Bianca a volte sembra un bene e altre volte lo scenario peggiore.

In ogni caso gli ucraini colpiscono già in territorio russo, oltre agli obiettivi già citati nell’ultimo mese si sono aggiunti i magazzini di Wildberries, la cosiddetta Amazon russa. A volte nello stesso giorno ne sono stati colpiti anche tre in regioni molto distanti tra loro. Tanto da spingere il colosso dell’e-commerce a smettere di vendere dispositivi per l’esercito e a ritardare o cancellare migliaia di spedizioni. L’esportazione della guerra continua nonostante l’assenza di Fedorov.

Nel frattempo Trump ha mostrato molta più benevolenza per Zelensky, arrivando a definirlo «un vincente» e a elogiare pubblicamente le sue doti di condottiero. Tuttavia, e Kiev lo sa, senza una soluzione in Iran sarà impossibile tornare a parlare seriamente di negoziati in Ucraina. Forse per questo i servizi segreti hanno provato a inserirsi nello scontro con Teheran colpendo due mercantili iraniani nel Mar Caspio. Stando al Financial Times i pasdaran stavano per rispondere, ma poi la diplomazia – ovvero la valutazione di rischi e benefici e dei rapporti di forza – ha prevalso. Si è trattato di una fiammata, ma sufficiente a spaventare mezzo mondo per il timore che i due conflitti si fondessero e non è detto che i rischi siano stati del tutto eliminati.

Sabato Angieri, corrispondente da Kiev