Chi guarda a New York con gli occhi della cronaca vede un sindaco musulmano di 34 anni, Zohran Mamdani, alle prese con una task force sulla casa e con Washington che ad ondate minaccia di sospendere i fondi federali se la città non abbandona le sue pretese di proteggere i cittadini immigrati invece di iniziare a collaborare con le forze dell’Ice, come se un’agenzia federale potesse decidere quali città meritano di ricevere ciò per cui pagano le tasse. Chi guarda alla stessa città con gli occhi della storia vede l’ultimo tratto di un movimento che si è messo in moto a Seattle nel novembre del 1999, durante le proteste contro il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e che da allora non si è più fermato, spostandosi con pazienza sempre più a sinistra. Ventisette anni dopo, quel filo tiene insieme il sindaco di New York, la sindaca di Seattle, una decina di deputati al Congresso e oltre 120.000 tesserati a un’organizzazione che si chiama, senza più vergognarsene, socialista.
Questa è un’unità di misura utile, per capire quanto sia cambiato il lessico della politica americana, che è passato dal “socialista” lanciato contro Barack Obama come il più ignominioso degli insulti durante la sua campagna presidenziale del 2008, in modo da bollarlo come estraneo ai valori nazionali, ad essere un’etichetta che si rivendica, un titolo che i candidati mettono nei propri materiali di campagna. Non è più un marchio infamante, ma una posizione politica in ascesa, con numeri, eletti e un calendario elettorale tutto suo. Dopo tanti cicli elettorali in cui i candidati socialisti o comunque progressisti hanno sconfitto quelli dell’establishment democratico prima, e i rivali repubblicani poi, si può dire che in molti casi si vince non più malgrado i candidati si definiscano socialisti, ma proprio per questa ragione.
Il caso più visibile resta quello di Zohran Mamdani, sindaco di New York dal primo gennaio, primo musulmano e persona più giovane a guidare la città da generazioni. Il suo mandato, negli otto mesi trascorsi, ha mescolato misure identitarie forti, come l’ufficio comunale a tutela degli inquilini o la task force sull’edilizia popolare, a scelte più caute verso l’establishment cittadino, come la nomina a primo vicesindaco di Dean Fuleihan, veterano dell’amministrazione di Bill de Blasio, o quella, arrivata dopo sette mesi di attesa, di un ex partner della società di consulenza McKinsey alla guida dell’ente per lo sviluppo economico. Oggi è un governo che prova a tenere insieme il linguaggio del movimento che lo ha eletto e la macchina, largamente ostile, dell’amministrazione municipale più grande degli Stati Uniti, mentre l’amministrazione Trump trattiene tuttora 87 milioni di dollari di fondi federali antiterrorismo destinati al ribelle Stato di New York.
Mamdani non è un caso isolato
Mamdani, però, non è un caso isolato. Dal primo gennaio a Seattle governa Katie Wilson, 44 anni, ex organizzatrice sindacale ed ex dirigente della Transit Riders Union (l’associazione che si batte per il trasporto pubblico e i diritti degli inquilini), eletta lo scorso novembre con appena duemila voti di scarto sul sindaco centrista uscente Bruce Harrell. Wilson si definisce lei stessa “democratic socialist”, socialista democratica, ed è arrivata al Municipio sulla stessa onda di rincaro degli affitti e insofferenza verso l’establishment locale che ha portato Mamdani al Municipio di New York. Le due vittorie, quella di New York e quella di Seattle, sono arrivate sulle due coste opposte del continente, spingendo fuori dalla partita i candidati considerati più affidabili dal partito.
Al Congresso, la squadra che si riconosce in questa area politica è cresciuta a ogni tornata elettorale. Alexandria Ocasio-Cortez è la voce che il pubblico riconosce di più della cosiddetta Squad, ma alle primarie di giugno tre candidati apertamente sostenuti da Mamdani, Claire Valdez, Darializa Avila Chevalier e l’ex controllore comunale Brad Lander, hanno vinto le primarie democratiche a New York contro avversari appoggiati dalla governatrice Kathy Hochul e dal leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries. Proprio in quei giorni, l’ex presidente del Comitato nazionale democratico Jamie Harrison ha dichiarato pubblicamente che chi “odia il Partito Democratico” non dovrebbe candidarsi con il suo simbolo né usarne le risorse, un modo elegante per dire che il pluralismo va bene finché non si candida qualcuno che potrebbe vincere. In Michigan, Abdul El-Sayed ha conquistato la nomination democratica al Senato: non ha mai preso la tessera dell’organizzazione socialista, ma la sua vittoria è stata letta ovunque come parte dello stesso fenomeno, viste le sue posizioni su casa, diritti e affordability, cioè le richieste per rendere più sostenibile il costo della vita. Accanto a loro c’è quella larga parte del Partito Democratico che si presenta come centrista ma che è oggi ben più progressista di quanto fosse un decennio fa: non si sono spostati soltanto i candidati ai margini, ciò che si è spostato per rincorrere il voto della propria base è il partito stesso.
A dimostrare questo cambiamento interno del partito ci sono le ultime piattaforme programmatiche. Nel 2016 il comitato che ha scritto il programma di Hillary Clinton includeva delegati nominati direttamente da Bernie Sanders, come Warren Gunnels, il suo direttore politico. Lo stesso Sanders, annunciando il proprio sostegno alla Clinton, lo ha definito “il programma più progressista nella storia del Partito Democratico”. Nel 2020 le cosiddette Biden-Sanders Unity Task Forces, sei gruppi di lavoro composti in parti uguali da persone scelte dai due campi, hanno messo nero su bianco le raccomandazioni che sono diventate il programma di Joe Biden, spingendolo su clima, sanità e giustizia penale più a sinistra di quanto avesse mai promesso in campagna elettorale. Il programma che il partito ha approvato nel 2024, e che è rimasto sostanzialmente lo stesso testo quando la candidatura è passata da Biden a Kamala Harris, porta ancora dentro di sé quell’eredità. Tre cicli elettorali di fila, il programma del partito che si presenta alla Casa Bianca è stato scritto anche con la collaborazione di un senatore che si definisce, da sempre e per primo, socialista democratico.
Record di adesioni al Partito Socialista
I dati sull’organizzazione che quel linguaggio ha reso popolare raccontano la stessa curva. La Democratic Socialists of America (DSA, la sigla con cui negli Stati Uniti si indica l’organizzazione socialista democratica più grande del paese) nel 2015 contava circa 6.000 iscritti, l’anno prima che Sanders lanciasse la sua prima campagna presidenziale. Grazie a quella candidatura, nel 2016 il numero era già salito a circa 80.000 tesserati. Ora il DSA ha annunciato di aver superato i 120.000 tesserati, rivendicando il titolo di più grande organizzazione socialista nella storia degli Stati Uniti, davanti persino al Partito Socialista d’America dei tempi di Eugene Debs con i suoi 113.000 tesserati nel 1912.
Il ‘900 americano ha forgiato ed esportato il concetto stesso di capitalismo. Un secolo dopo è come se a seguito di quel secolo, le nuove generazioni che di questo capitalismo hanno subito soltanto i suoi effetti deleteri, si concedessero l’alternativa di esplorare altre forme di governo. Questi ragazzi che non sono cresciuti imparando a temere il pericolo rosso, si ritrovano a vent’anni sommersi di debiti scolastici, senza assicurazione sanitaria, e con molte meno prospettive dei loro genitori, e cercano alternative.
Anche gli eletti che si riconoscono in quella sigla sono cresciuti di pari passo negli ultimi dieci anni: secondo le stime più recenti oggi occupano circa 250 cariche pubbliche in tutto il paese, tra consigli comunali, assemblee statali e amministrazioni locali, inclusi otto sindaci.
C’è, infine, un ultimo tassello che a chi vive negli Stati Uniti sembra meno casuale di quanto racconti la cronaca politica giorno per giorno. Il 28 agosto scorso, per il 63esimo anniversario del discorso “I Have a Dream” pronunciato da Martin Luther King davanti al Lincoln Memorial, il reverendo Al Sharpton, storico leader dei diritti civili della comunità afroamericana e fondatore della National Action Network, ha organizzato una nuova marcia su Washington intitolata “Defend the Vote”, difendere il voto.
Nuova alleanza con gli afroamericani
Sul palco, accanto a lui e alla famiglia King, sono saliti Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Non è un dettaglio di poco conto: il tallone d’Achille della sinistra socialista americana, fin dalle due campagne presidenziali di Sanders, è sempre stato il voto afroamericano, tradizionalmente più centrista e più legato all’establishment del Partito Democratico rispetto all’elettorato bianco e giovane che ha sostenuto Sanders prima e Mamdani poi. Vederli marciare fianco a fianco con Sharpton, che quel voto lo rappresenta da decenni, somiglia più a un’alleanza strategica che a una semplice cortesia istituzionale.
Non è un caso che tutto questo avvenga proprio mentre il Partito Democratico ridisegna il proprio calendario elettorale per il 2028. A differenza dei repubblicani, che manterranno l’ordine tradizionale con l’Iowa e il New Hampshire in apertura, la Democratic National Committee ha deciso che le primarie del 2028 partiranno dalla Carolina del Sud, il 22 gennaio, seguita a stretto giro dal Nevada, il primo febbraio. È una scelta che risponde a una critica di lunga data: gli stati che aprono tradizionalmente le primarie sono quasi interamente bianchi, e sono proprio le prime due o tre vittorie a trascinare poi gli stati successivi, decidendo di fatto chi arriva favorito alle contese principali. Dare alla Carolina del Sud, dove il voto afroamericano pesa la metà dell’elettorato democratico, il compito di aprire le danze significa dare a quella comunità un potere di veto che finora non aveva mai avuto in apertura di stagione. Il Nevada, secondo stato in calendario, è storicamente il terreno più favorevole a Sanders, quello dove il suo elettorato e quello socialista pesano di più. Sarebbe la prova che negli ultimi ventisette anni quella spinta non si è consolidata solo dove era già forte, ma ha iniziato a vincere anche dove prima perdeva.

