La terra di Palestina e la decolonizzazione
come orizzonte storico ed etico

Nel suo libro del 2025, Israel on the Brink and the Eight Revolutions that Could Lead to Decolonization and Coexistence (tradotto in italiano come La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi editore), lo storico israeliano Ilan Pappé continua le sue indagini e riflessioni sul conflitto israelo-palestinese. La lente utilizzata è quella del sionismo come progetto e sistema coloniale.
Pappé adotta un approccio radicale. Usando la metafora dell’edificio con le fondamenta danneggiate, parla di Israele come di un progetto coloniale di insediamento, uno Stato costruito sull’esclusione del nativo e sull’appropriazione del territorio. Le principali crepe individuate da Pappè — che mettono in luce una situazione di profonde tensioni — sono rappresentate dal rafforzamento di uno “Stato di Giudea” (in cui la cittadinanza deriva dall’identità religiosa anziché dal principio civile), dalla segregazione territoriale, dalla disuguaglianza dei diritti, dalla polarizzazione culturale e, come fattore esterno di indebolimento del sionismo, anche dal sostegno movimentista occidentale al popolo palestinese. Le guerre che si sono succedute dal 1948 a oggi non sono dunque eventi casuali, imprevisti o scollegati, ma fanno parte di un processo, di una dinamica strutturale già insita nella nascita dello Stato.
In sintonia con Eyal Weizman, lo storico sottolinea come la stessa organizzazione dello spazio contribuisca a questa esclusione e modifichi la memoria collettiva. Il pensiero corre a come il paesaggio israeliano, ricostruito sulle macerie palestinesi, sia stato spesso interpretato come simbolo di modernità e progresso, anche in ambienti europei tradizionalmente sensibili ai temi della giustizia sociale. Un altro elemento essenziale della sua riflessione è l’uso della paura come collante identitario: una dinamica di cui anche noi in Europa conosciamo sempre più gli effetti. Uso della forza, della paura, di forme di discriminazione e di segregazione, ma anche le diverse sfaccettature della resistenza palestinese, sono gli elementi di analisi che emergono, a partire dai quali Pappé costruisce la sua proposta di un nuovo ordine — uno Stato unico con pari diritti per tutti — come via di uscita dalla “crisi del sionismo”.
Nella seconda parte, Pappé traccia un programma per il futuro della “Palestina storica” basato su otto “mini-rivoluzioni”, che riguardano sia i palestinesi sia i diversi gruppi di israeliani, compresi gli ebrei arabi, e mirano a una trasformazione radicale dell’assetto istituzionale, culturale e dei diritti civili, tra cui spicca il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi. È una ridefinizione identitaria potente, che si diparte dal necessario riconoscimento della Storia come base per una nuova ricostruzione. Per riflettere a questo nuovo assetto, Pappé richiama modelli di transizione e giustizia riparativa – ispirati al Sudafrica post-apartheid o al Ruanda – come spunti possibili, senza affermare che siano direttamente applicabili. Accanto ai territori occupati, anche gli spazi politici e istituzionali devono essere decolonizzati, e l’autore invita a intervenire sulle coscienze, sui pregiudizi e sulle categorie di esclusione interiorizzate. Un cambiamento di paradigma che richiede anche un impegno chiaro da parte dell’Occidente. In questo senso, la Palestina assume tutto il ruolo chiave che gioca da decenni nell’immaginario di un mondo differente.
Pappé travalica qui l’approccio storico tradizionale: non si limita a osservare il passato, ma indica anche possibili linee guida etiche e politiche per il futuro. È veramente fattibile ciò che propone? Si domandano i più. Forse però la domanda che si potrebbe porre è: quanto possiamo ancora limitarci a una politica realista, o iperrealista, che si è dimostrata sterile e inefficace? E quanto invece dobbiamo fare della necessità morale e di un approccio più visionario il motore delle nostre riflessioni e azioni?
La terza parte porta questa prospettiva ancora oltre. Lo storico si proietta nella Palestina del 2048 trasformata in un laboratorio di cittadinanza post-nazionale. Questa parte trascende dichiaratamente il rigore storiografico per assumere una componente avveniristica e narrativa.
In quest’opera provocatoria e stimolante, non priva di rischi — si pensi ad esempio alla mescolanza tra storia e progetto politico — Pappé ci conduce a immaginare il futuro, partendo dal passato, per affrontare il presente. Questo modo di procedere invita a ribadire che anche la ricerca storica, se dichiara apertamente quali ruoli assume (lo storico, l’analista, il cittadino) e se resta fondata su un lavoro scientifico serio, può permettersi di intervenire nel dibattito pubblico senza timori, offrendo nuove idee e prospettive utili per comprendere e affrontare le questioni contemporanee.

