Questo libro è il più arricchente che io abbia letto su una possibile rivoluzione pacifica per porre rimedio alle ingiustizie e disuguaglianze che affliggono il nostro mondo. Mahmood Mamdani, professore di antropologia e scienze politiche, studia come si siano sviluppate le violenze estreme e i genocidi considerati come la conseguenza di un modello politico globale nato dal colonialismo europeo. Egli considera il colonialismo come matrice del mondo politico moderno. La violenza contemporanea – quella dei genocidi, dei conflitti etnici, l’apartheid e il colonialismo di popolamento – non possono essere visti come la mera successione di episodi locali, ma sono la conseguenza di un modello politico globale nato dal colonialismo europeo. La sua idea centrale è che il colonialismo non ha solamente dominato dei territori ma ha riorganizzato le società in categorie politiche rigide. Ha trasformato delle identità sociali fluide in identità politiche fisse producendo delle popolazioni definite giuridicamente come settlers (coloni) e natives (indigeni). Queste categorie diventano poi la base di conflitti permanenti.

I due concetti più innovativi di Mamdani sono quello di “minoranze permanenti” e quello di “rifondazione inclusiva della cittadinanza”. Le violenze estreme come le espulsioni, le purificazioni etniche e i genocidi sorgono nel momento in cui lo Stato si chiede che cosa fare con una popolazione definitivamente considerata “non nazionale”. Secondo lui lo Stato coloniale ha governato attribuendo dei diritti differenti secondo le identità. Certe popolazioni diventano strutturalmente straniere nello Stato anche dopo l’indipendenza. Egli dimostra che il colonialismo di popolamento è costitutivo della modernità politica e che lo Stato-nazione moderno si fonda spesso su una logica di omogeneizzazione demografica. Sostiene che la violenza politica moderna è dovuta alla trasformazione coloniale delle differenze umane in identità politiche rigide all’origine delle “minoranze permanenti”. Gli esempi storici che analizza sono l’Africa coloniale, la Germania nazista, l’Africa del Sud dell’apartheid, Israele e Palestina e le Americhe coloniali. La violenza estrema – come le espulsioni, la purificazione etnica e i genocidi – appare quando lo Stato si pone il problema di che cosa fare con una popolazione definitivamente considerata “non nazionale”.

Egli critica l’idea che il colonialismo sia una anomalia estrinseca all’Europa. Al contrario egli afferma che il colonialismo di popolamento (settler colonialism) è costitutivo della modernità politica. Lo Stato-nazione moderno poggia spesso su una logica di omogeneizzazione demografica. Perciò le violenze del XX° secolo non sono dei fenomeni accidentali ma sono le estensioni interne delle logiche coloniali.

Mamdani propone una lettura comparativa audace: secondo lui il genocidio nazista non è una rottura assoluta ma una radicalizzazione di tecniche coloniali già sperimentate altrove. L’Europa avrebbe “reimportato” le pratiche coloniali. Egli paragona in particolare la politica nazista verso gli ebrei, le politiche coloniali verso le popolazioni indigene e il sistema dell’apartheid. Il suo obbiettivo non è di uguagliare moralmente i casi ma di mostrare una comune struttura politica.

Secondo Mamdani, la risoluzione dei conflitti ereditati dalle strutture politiche non risiede nell’esclusione o nel castigo inflitto a singoli individui – come per i criminali nazisti giudicati dal Tribunale di Norimberga - ma nella reintegrazione politica, nella ridefinizione della cittadinanza e in una coesistenza post-conflittuale. Egli immagina la sostituzione della cittadinanza fondata sull’origine con una cittadinanza politica inclusiva come quella ancora parzialmente realizzata dell’Africa del Sud. Egli difende la tesi di una trasformazione dello Stato nei quali nessuno viene definito come colono o indigeno fondandosi sui fatti storici mondiali, sulle teorie postcoloniali, sulla sociologia politica e sull’analisi comparata dei genocidi.

Il pensiero che questo nuovo modello di politica mondiale venga proposto e sviluppato da uno studioso che è il padre di Zoran Mamdani, il nuovo sindaco di New York, mi riempie di speranza per un futuro migliore.