Hauke Ritz è un filosofo tedesco, specializzato in studi di geopolitica, specialmente per quanto riguarda il conflitto Est-Ovest. Ha insegnato all’Università di Giessen, ma anche all’Università Statale di Mosca.

È importante sottolineare come il titolo originale è parecchio diverso da quello italiano, infatti era: Vom Niedergang des Westens zur Neuerfindung Europas. Questo perché il libro è altrettanto dedicato al tema sottolineato dal titolo in italiano come alla totale crisi dell’Unione Europea, che l’autore fa risalire al 1990 e alle possibilità di una rinascita di un’Europa unita come stato federale.

La seconda parte, descritta con molto slancio ma forse un po’ troppo idealisticamente, non la trattiamo in questa recensione, soprattutto per questione di spazio. Anche la brillante prefazione di Luciano Canfora, che già da sola merita l’acquisto di questo libro, si concentra fondamentalmente sul perché l’Occidente continui a odiare la Russia, anzi sembra odiarla sempre di più. Secondo Ritz la ragione principale per cui l’Occidente odia la Russia è da mettere in relazione alla Rivoluzione bolscevica.

Qualcuno dirà, ma è stato più di cento anni fa. È però vero che le vere rivoluzioni, anche quando vengono poi più tardi sconfitte, hanno dei lunghi strascichi: si pensi all’influenza lasciata dalla Rivoluzione francese, che ancora oggi si manifesta nella propensione molto forte alle manifestazioni e alle rivolte in quel paese. La Rivoluzione bolscevica ha innescato in modo irresistibile la decolonizzazione, ciò che ha ferito per sempre le aspirazioni e gli interessi delle potenze imperialistiche.

L’altro effetto del 1917 fu la realizzazione nei paesi occidentali (soprattutto dopo la fine della 2a Guerra Mondiale e la paura che arrivasse “Baffone”) dello stato sociale, effetto spesso non gradito al capitalismo occidentale, che dopo appena una trentina d’anni cominciò ad abolirlo, partendo dalle politiche neoliberiste di Thatcher e Reagan. Una caratteristica del libro è di dare molta importanza agli aspetti filosofici e culturali, al limite anche religiosi e forse un po’ troppo poco alle basi economiche dei rivolgimenti sociali: in questo senso non può sicuramente essere accusato d’essere di scuola neomarxiana.

Secondo Ritz, l’URSS ha perso la Guerra Fredda soprattutto per ragioni culturali, i suoi abitanti si sarebbero innamorati del Soft Power occidentale (dai blue jeans ai Beatles) senza dimenticare l’assordante campagna pubblicitaria antisovietica dei media occidentali. La parte più interessante del libro è sicuramente quella nella quale l’autore, con dovizia di documenti, discute come mai il mondo occidentale, e soprattutto l’Europa, abbiano perso l’occasione dopo la caduta del Muro di Berlino d’inglobare la Russia in un pacifico progetto di grande Eurasia che andasse da Lisbona a Vladivostock.

In particolare, Ritz denuncia la totale assenza in quel periodo storico della diplomazia europea, che ben presto abbandonò totalmente il campo ai blocchi di potere di Washington, che asservì a questo scopo la NATO, che (da allora sino all’attuale presidenza di Trump) divenne il braccio secolare della politica imperialista USA. E ciò nonostante le proposte inizialmente fatte da Gorbaciov, poi riprese dall’ubriacone Eltsin e addirittura da Putin nella sua prima presidenza. Dopo alcuni tentennamenti difatti gli Stati Uniti si decisero per un mondo unipolare guidato da loro, rigettando ogni suddivisione del potere globale.

Diventa quindi anche comprensibile la feroce terapia del capitalismo senza freno imposta alla Russia che, come dice ancora Ritz, comportò delle conseguenze demografiche “paragonabili solo a quelle della 2a Guerra Mondiale e alle sue devastazioni nell’URSS”. L’autore insiste molto sul fatto che Clinton, dopo aver abbandonato come Nixon ogni parità tra le monete e il legame tra il dollaro con l’oro, per continuare a mantenere il dominio mondiale assoluto della sua moneta, come era stato decretato a Bretton Woods, ne collegò in gran parte il valore agli interessi petroliferi. Da qui anche le diverse guerre imperialistiche in paesi fondamentali per il controllo del mercato petrolifero (Iraq, Libia, ecc.). E oggi si potrebbe aggiungere anche l’aggressione criminale all’Iran.

Un ruolo centrale in questa discussione assume il libro di Brzezinski del 1997 intitolato “La grande scacchiera. Il mondo e la politica dell’era della supremazia americana.” Da questa volontà di controllare l’Eurasia, ritenuta il centro del mondo, deriva anche la situazione geopolitica che ha provocato la ribellione di Putin contro le imposizioni americane (esemplificato dal suo famoso discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007) e in fondo poi anche la guerra in Ucraina.

Molto nelle disquisizioni di Ritz è convincente, anche perché basato su valutazioni molto oggettive di una gran mole di documenti. Talora però le sue semplificazioni turbano un attimo, come quando considera le varie “rivoluzioni colorate” ed anche le “primavere arabe” come semplici appendici di interventi decisivi della CIA. Anche la parte (troppo) lunga dedicata al fatto che secondo lui la filosofia occidentale avrebbe ora abbandonato Hegel per tornare a Nietzsche sembra un po’ tirata per i capelli. Nonostante ciò, il libro è però sicuramente utile e consigliabile a chiunque voglia farsi un’idea sugli ultimi trent’anni di geopolitica.