Francesca Albanese è stata funzionaria dell’ONU in Palestina dal 2010 al 2012, poi ha ricevuto il mandato di relatrice speciale sulla Palestina. Nel libro, le vicende di dieci persone, ebrei, palestinesi, europei, israeliani, raccontano l’orribile calvario del popolo palestinese. Lo storico ebreo Alon Confino, in uno dei capitoli più impressionanti, descrive le sue sofferenze di ebreo israeliano che sente propria la causa dei palestinesi. Solo la liberazione dall’oppressione sionista libererà gli israeliani, ora prigionieri di un regime criminale. Lo psichiatra ebreo di Budapest Gabor Maté è certo che chi non vede come la sua religione, l’ebraismo, sia strumentalizzato dall’etnonazionalismo sionista che considera i palestinesi subumani, non sia in grado di pensare. Terribile la storia di una bambina di 6 anni, uccisa con trecento proiettili. I bambini morti a Gaza sono circa 18mila. La brutalità cui sono sottoposti è, dice l’Albanese, “incredibile”. Ogni anno centinaia di bambini e ragazzi sono arbitrariamente arrestati, mutilati, uccisi. In Palestina essi sono “meno umani di altri”. E il mondo dorme “il suo sonno di pietra.” 

Il nostro piccolo mondo sta finendo” ha scritto con disperato realismo una giovane palestinese il 12 settembre 2025. Il giorno prima Netanyahu, capo del governo d’Israele, firmando il piano di costruzione di tremila case in Cisgiordania aveva proclamato: “Mai uno Stato palestinese”. L’appoggio incondizionato degli Stati Uniti e l’inerzia del resto del mondo consentono agli sionisti di realizzare ciò cui aspirano da sempre: la scomparsa dei palestinesi dalla Palestina. È in corso il genocidio dei palestinesi, come lo chiama col “cuore spezzato” lo scrittore israeliano David Grossman, col quale concorda la storica ebrea Anna Foa. Tutto il mondo, è stato e sta a guardare, deplorare, giustificare, ma spesso – anzi, quasi sempre – ignora. I sionisti israeliani godevano e godono d’impunità assoluta e respingono senza pudore ogni critica come antisemitismo. “È quando il mondo dorme che si generano i mostri” scrive l’Albanese e “Di mostri ne abbiamo parecchi. Prima di tutto, la nostra indifferenza”. Anna Foa si chiede: “Che ne è stato dei sogni di quel sionismo universalistico e pacifista che immaginava una terra comune per due popoli? È qualcosa andata storta, o le radici di oggi erano già presenti in quel mondo perduto, in quel sogno svanito?

La tragedia di oggi ha radici lontane.
Lo studioso ebreo berlinese di mistica ebraica Gershom Scholem, in uno scritto del 1977, descrive un soggiorno in Palestina negli anni ’20 del secolo scorso: pagine e pagine, molte interessanti, su natura e ambiente, archivi, biblioteche e librerie in cui trovava scritti sulla mistica ebraica, ma nemmeno una parola sui palestinesi. Per lui non esistevano. L’Albanese conferma che “La quasi totale mancanza di comprensione per i diritti dei palestinesi li rende spesso invisibili, nella vita e nella morte; costretti a una subalternità inevitabile rispetto alle logiche e alle pretese di Israele, uno Stato che, giorno dopo giorno, inghiotte sempre più terra di un altro popolo.” Tornano in mente le ammonizioni del 1945 della filosofa ebrea tedesca, emigrata negli Stati Uniti, Hanna Arendt: se le accese controversie fra arabi ed ebrei portassero ad una guerra “Gli ebrei vittoriosi sarebbero circondati completamente da popoli arabi ostili. Israele sarebbe circoscritta da confini sempre minacciati, totalmente assorbita dall’autodifesa che impedirebbe ogni altro interesse e ogni attività.” La Arendt aveva collaborato con l’organizzazione sionista che a Parigi, negli anni ’30, aiutava ebrei tedeschi a trasferirsi in Palestina. Non cessava di ammonire che in Palestina si doveva cercare una leale e pacifica coesistenza con i palestinesi. Nel 1948, col piano Dalet, Ben Gurion, futuro capo del governo a Tel Aviv, ne aveva pianificato l’eliminazione.

Lo scrittore ebreo ungherese Arthur Köstler in un romanzo racconta che nell’Inghilterra degli anni trenta del secolo scorso, sul dramma palestinese della doppia popolazione e dell’irrealtà, poi drammaticamente confermata, della spartizione territoriale, correva la barzelletta che la miglior soluzione sarebbe stata di concedere la Palestina d’estate agli arabi e d’inverno agli ebrei. Macabra ironia di quanto fosse confuso il problema delle nazionalità ebraica e palestinese in conflitto. Ma c’era chi, già al sorgere del sionismo (da Sion, monte di Gerusalemme), movimento teso ad insediare ebrei in Palestina, alla fine del XIX secolo, aveva propositi ben definiti. Il sionismo era ed è un’idea del coonialismo d’insediamento, che mira, più che a sfruttare, a sostituire abitanti locali con comunità esogene. Lo slogan sionista era Una terra senza popolo per un popolo senza terra: gli ebrei erano senza terra da due millenni, la Palestina era abitata da molte generazioni da un popolo che conviveva pacificamente con altri popoli e con ebrei, senza conflitti. Ciononostante l’infame dichiarazione Balfour del 1917 attribuiva la Palestina agli ebrei. La clausola che “i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche residenti in Palestina non fossero pregiudicati” fu ignorata dagli ebrei. Nel 1918 in Palestina abitavano 66mila ebrei e 573mila non ebrei, quasi tutti arabi. Nel diario il fondatore del sionismo, Theodor Herzl, scriveva che “Dovremo cercare di cacciare la squattrinata popolazione oltre il confine procurando a questa gente lavoro nei paesi di transito, negando loro qualsiasi impiego nel nostro paese.

L’VIII congresso sionista del 1907 proclamò l’obiettivo della “creazione di un contesto ebraico e di un’economia ebraica chiusa, in cui produttori, consumatori e intermediari siano tutti ebrei.” Il consenso dei sionisti alla clausola della dichiarazione Balfour circa i non ebrei della Palestina era un’ipocrita menzogna. Ripetuta senza pudore nella dichiarazione d’indipendenza dello Stato di Israele nel 1948: “Lo Stato d’Israele... assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso... e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite.” Una promessa mai tradotta in legge e in pratica. Nel 1950 Hannah Arendt ammoniva che la “fuga” dei palestinesi “preparata dai piani sionisti per il trasferimento su larga scala della popolazione, durante la guerra [del 1948], e seguita dal rifiuto israeliano di riammettere i profughi nella loro terra d’origine, ha fatto alla fine diventar vera l’antica accusa araba contro il sionismo: gli ebrei miravano semplicemente a cacciare gli arabi dalle loro case.” Nel corso del 1948, prima e durante la guerra con i paesi arabi confinanti, 450 villaggi palestinesi furono rasi al suolo, 120mila palestinesi furono uccisi e 770mila, che dovevano assistere all’incendio delle loro case per non coltivare l’illusione del ritorno, furono portati fuori confine. Per i palestinesi fu alNakba, la catastrofe. 

Israele non ha Costituzione. La legge fondamentale del 2018, “Israele Stato Nazione del popolo ebraico” introduce l’apartheid per i palestinesi. Ebrei di tutto il mondo, anche se mai stati in Palestina, sono cittadini d’Israele in quanto ebrei. I palestinesi, in Palestina da secoli, non lo sono più. Sospettati di terrorismo possono essere incarcerati senza prove certe, senza limiti di tempo e senza giudizio. Francesca Albanese riporta vicende orribili. Israele è uno Stato razzista e antidemocratico. La memoria dell’Olocausto e la cattiva coscienza del mondo garantisce l’impunità ad Israele, anche per i delitti più orribili. 

Per il rabbino Meir Kahane, emigrato da Brooklyn in Israele nel 1980 la Palestina non è solo patria del popolo ebraico, ma proprietà di Dio, che l’ha destinata agli ebrei. I palestinesi erano “nemici”. “Noi siamo tornati, e voi adesso andatevene tutti, usurpatori”. Uno dei suoi discepoli, Itamar Ben-Gvir, è oggi il ministro israeliano per la sicurezza e controlla la polizia israeliana. Proclama che i palestinesi devono essere cacciati dal paese. Ad un palestinese in carcere garantì che “vi elimineremo”. Israele sottomette Palestina, Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est dal 1967 ignorando 59 ammonimenti dell’ONU.

Nessuno sa dove possano sopravvivere i palestinesi cacciati dallo loro terra. Nel 1967 in Cisgiordania c’erano 700 ebrei, ora sono 800mila e si costruiscono altre 3500 case per coloni. I palestinesi dovranno andarsene. Come finirà questa storia? Albanese, dopo aver descritto l’inferno, rimane ottimista che una soluzione sarà possibile. Considerando qual che avviene a Gaza e in Cisgiordania, senza reazione del mondo che dorme, è lecito il pessimismo. “Il genocidio del popolo palestinese cominciato a Gaza si sta compiendo sotto gli occhi del mondo” scrive Francesca Albanese. Il 16 settembre ciò è stato confermato da una commissione internazionale delle Nazioni Unite. Fa male a doverlo dire, ma quel che accade a Gaza, in Cisgiordania e in Palestina non sarà cancellato dalla storia di Israele, come l’Olocausto rimarrà nella storia della Germania.