
Jean-Luc Mélenchon è stato per molti anni un membro di spicco del Partito socialista francese. A partire dall’inizio di questo secolo ha via via reso più dura la sua critica alla “vecchia socialdemocrazia”, finché nel 2008 ha rotto con i socialisti e ha fondato La France insoumise, che oggi qualitativamente e quantitativamente è la punta di diamante della sinistra francese, tanto che è stato Mélenchon a condurre il Nuovo fronte popolare a vincere le elezioni legislative francesi nel 2024, anche se poi Macron se ne è bellamente fregato, alleandosi con la destra anche più estrema per potersi mantenere al potere.
Mélenchon è stato candidato alle elezioni presidenziali del 2012, 2017 e nel 2022, quando ha sfiorato in quest’ultima occasione il ballottaggio (battuto per pochissimo da Macron), che l’avrebbe probabilmente portato alla Presidenza della Francia. Questo libro era apparso già nel 2023 con il titolo originale “Faites mieux ! Vers la Révolution citoyenne”, che a me sembra migliore del titolo della traduzione italiana.
Quest’ultimo dà quasi l’impressione che si tratti più o meno di un semplice pamphlet rivoluzionario, nel quale Mélenchon, con la sua ben nota verve populista, cercherebbe di scatenare le masse alla presa del potere. Invece non è per niente così. Si tratta difatti di un’opera, spesso parecchio approfondita (le citazioni di studi scientifici si sprecano!), che oltre a ripercorrere le grandi tappe della storia dell’umanità, discute approfonditamente tutti i temi principali con i quali siamo attualmente confrontati, come società globale, ma anche come individui.
Si va così da quella che egli definisce la noosfera globale ed in particolare la monopolizzazione del sapere ad una descrizione particolareggiata dei principali problemi ecologici, compresi i vari tipi di inquinamento (acustico, luminoso, dell’aria e dell’acqua, degli alimenti, etc. etc.). La crisi ecologica, ormai vicina al momento a partire dal quale diventerà incontrollabile, si interseca perfettamente con i disastri del tardo capitalismo, in particolare con l’esplosione delle disuguaglianze sociali e la concentrazione del potere nelle mani di pochi e strapotenti supermiliardari.
Di fronte a questa nuova situazione esplosiva, la vecchia socialdemocrazia, sempre ancora impregnata dei residui dei dogmi produttivistici, appare a Mélenchon come un movimento ormai superato dalla storia, che per evitare la barbarie, ora richiede delle soluzioni radicali, rivoluzionarie.
L’innesco di queste rivoluzioni, che egli definisce come “cittadine”, è simile a una forza incontrollabile della natura: già Marx derideva chi pensava che le rivoluzioni siano il risultato di una cospirazione. Spesso partono da episodi quasi insignificanti, più di una volta sono gli stessi protagonisti a esserne storditi.
Mélenchon discute in profondità tre elementi che stanno creando la base per queste “eruzioni”.
Il primo è costituito dal fatto che ormai la maggioranza della popolazione vive in città, dove le contraddizioni sociali si stanno acuendo: basterebbe pensare al problema dell’alloggio.
Il secondo elemento è dato dall’esplosione e dalla concentrazione del potere finanziario ed economico in poche mani: è la famosa formula della lotta del 99% contro l’1% di chi domina il mondo. Un’analisi questa che in buona parte si sostituisce a quella tradizionale della lotta di classe, creando la base delle lotte “populistiche”, che Mélenchon definisce appunto cittadine e di cui ne analizza un gran numero nei quattro angoli del mondo.
Il terzo elemento lo definisce come “la creolizzazione”: con questo termine intende quel fenomeno soprattutto culturale che porta a una simbiosi di comportamenti e di norme a livello globale, un’evoluzione che contraddice fondamentalmente ogni tipo di razzismo. Su un punto Mélenchon è molto chiaro: queste future rivoluzioni dovranno essere totalmente democratiche, se no non ci saranno o falliranno. Non ci può più essere quindi il partito guida che prepara la rivoluzione, ma bisognerà confondersi con la volontà delle masse, anche se queste inizialmente non saranno sempre “pure e dure”. E qui discute in profondità il movimento dei gilets jaunes, che lui, contrariamente alla sinistra tradizionale, aveva sostenuto sin dall’inizio. In diversi capitoli descrive poi le varie forme possibili di organizzazione del consenso popolare. Questa parte mi ha fatto ricordare che Mélenchon l’avevo conosciuto a Porto Alegre, a una delle manifestazioni antiglobalizzazione: in una conferenza magistrale di un’ora (parlando sempre a braccio!) aveva discusso su come interpretare in modo gramsciano i famosi “preventivi consensuali alla partecipazione popolare”, che erano appunto stati introdotti nella città brasiliana.
Non meraviglia quindi il fatto che il libro di Mélenchon, pubblicato in spagnolo qualche mese fa, abbia avuto un successo enorme soprattutto in Sudamerica, dove gran parte della sinistra radicale sta tuttora discutendo sulle forme che dovrà prendere il “socialismo del XXI secolo”. Forse nella sua opera Mélenchon ha messo un po’ troppa carne al fuoco. Siccome però egli “scrive come parla”, ciò facilita la comprensione anche a chi magari certi problemi non li mastica troppo bene.
Un libro quindi da leggere, sicuramente per chi vuole contribuire all’avanzata della sinistra radicale. Di ciò ne abbiamo enorme bisogno.

