
Mi è capitato diverse volte leggendo scrittori afroamericani, ma soprattutto scorrendo articoli o discorsi di politici afroamericani, soprattutto appartenenti ai Black Panthers o al movimento di Martin Luther King, di imbattermi in riferimenti al “dottor Du Bois”, considerato un po’ il capostipite dei moderni movimenti, talora riformisti, talora rivoluzionari afroamericani, verso il quale si percepiva sempre una speciale venerazione. Non ero però mai riuscito a farmi un’idea chiara di chi fosse stato, anche perché poco è stato pubblicato su di lui in Europa. Mi sono quindi lanciato con impegno a leggere questo corposo libro, nelle cui prime 100 pagine Sandro Mezzadra ben colloca l’opera e l’azione politica di Du Bois nel contesto della storia afroamericana del XX secolo. Seguono poi quasi una ventina di suoi articoli, in parte scientifici, ma soprattutto di agitazione politica, che coprono un lunghissimo periodo di tempo, tant’è vero che l’ultimo di quelli riportati fu pronunciato a Pechino, quando Du Bois era ormai 91enne, nel 1959.
William Edward Burghardt Du Bois (1868-1963) è stato uno dei più grandi intellettuali statunitensi del Novecento. Di formazione storico e sociologo, è stato il primo afroamericano a conseguire un PhD a Harvard nel 1895. Ha in seguito insegnato in una serie di università (Ohio, Pennsylvania, Atlanta) dove nonostante gli fossero riconosciute le grandi qualità scientifiche, spesso fu costretto ad abbandonare la cattedra a causa delle sue posizioni politiche, che con il passare degli anni si fecero sempre più radicali.
Du Bois fu non solo un teorico politico, ma anche un brillante romanziere e soprattutto un militante politico, tra i fondatori delle più importanti organizzazioni americane per i diritti civili e padre del movimento panafricano, di cui è considerato il fondatore ideologico. Du Bois nacque tre anni dopo la fine della Guerra civile e si spense ad Accra, nel Ghana, il 27 agosto 1963. Il giorno dopo si svolse la storica marcia su Washington del movimento per i diritti civili. Roy Wilkins, segretario della NAACP, che Du Bois aveva contribuito a fondare nel 1909, prese la parola subito all’inizio della manifestazione per comunicare alle decine di migliaia di persone che avevano invaso Washington in quella storica giornata che “il dottor Du Bois è morto” e aggiunse che indipendentemente del fatto che ultimamente aveva scelto una strada più radicale, “è indiscutibile che all’alba del XX secolo è stata la sua voce a convocarvi qui quest’oggi”.
Questo libro offre un’ampia raccolta degli scritti politici di Du Bois, che documentano bene lo sviluppo del suo pensiero lungo il suo lungo arco di vita. Egli è stato sicuramente una personalità complessa: anche politicamente la sua traiettoria non è sempre stata lineare, in quanto ha spesso alternato momenti, in cui combatteva per una linea “riformista”, ad altri dove le sue posizioni erano molto più radicali, tant’è vero che negli ultimi anni della sua vita si iscrisse al Partito comunista statunitense. Già prima era stato maltrattato e assolto solo in extremis durante uno dei più odiosi processi maccartisti, episodio che l’aveva poi convinto ad abbandonare gli Stati Uniti per l’esilio ad Accra. È importante sottolineare che le posizioni politiche di Du Bois erano quasi sempre basate su suoi studi sociologici molto dettagliati, sia su ambienti lavorativi ad alta concentrazione di personale afroamericano che su tutta una serie di quartieri di città statunitensi, dove predominava l’elemento di colore.
Dico questo perché Du Bois si è sempre rifiutato di usare il termine “afroamericani” (salvo forse negli ultimi anni della sua vita), ma parlava sempre di Negros, termine oggi abolito, ma che lui usava per far capire la situazione disperata in cui vivevano i suoi fratelli e le sue sorelle. La sua fase riformista più importante l’ebbe durante il periodo rooseveltiano: all’inizio era molto scettico sulle intenzioni riformiste del presidente, in seguito si lasciò però entusiasmare e divenne addirittura un suo consigliere durante un certo lasso di tempo. Com’era stato il caso però già dopo la Prima Guerra Mondiale, anche dopo il 1945 fu estremamente deluso dal fatto che “nonostante tutte le promesse fatte, la situazione della popolazione di colore non era migliorata per niente, anzi con il maccartismo il razzismo sembrava imperare più di sempre”. Fu questa ultima delusione che lo convinse ad aderire al Partito comunista, verso il quale aveva mantenuto una certa diffidenza, nonostante che dopo un viaggio di due mesi nel 1936 in Unione Sovietica si era espresso in termini molto elogiativi su quanto aveva visto.
Tenuto conto soprattutto che con l’avvento di Trump, l’elemento suprematista bianco e razzista si è di nuovo fortemente rafforzato nel governo e nelle strutture pubbliche e private statunitensi, le riflessioni di Du Bois rimangono ancora estremamente attuali oggi. Per chi vuole ben comprendere la questione afroamericana (che potrebbe forse essere uno dei momenti scatenanti di una possibile nuova guerra civile a quelle latitudini) la lettura di questo libro è altamente raccomandata. Soprattutto ora che Trump sta sfruttando l’assassinio di Kirk per accentuare ancora di più la svolta autoritaria.

