I bulldozer militari israeliani da ieri attraversano nuovamente il campo profughi di Tulkarem, o ciò che ne rimane. In verità non avevano mai lasciato il campo da quando, nel gennaio dello scorso anno, è cominciata l’operazione «Muro di Ferro» che ha causato lo sfollamento di circa 40mila palestinesi di Tulkarem, Jenin e Faraa. Un’offensiva contro i campi profughi nel nord della Cisgiordania, che le forze israeliane considerano i rifugi dei combattenti palestinesi. Per qualche mese «Muro di Ferro» è sembrata rallentare, poi ha ripreso il suo ritmo distruttivo. I mezzi pesanti, scortati da jeep e truppe, ieri hanno percorso le strade che un anno fa avevano aperto abbattendo case e palazzi all’interno e intorno al campo di Tulkarem, in particolare quelle che collegano il sobborgo di Dhannaba. Dall’alto, i droni hanno tenuto sotto controllo l’intera area, pronti a intervenire. La stessa sorte presto potrebbe toccare a Nur Shams, l’altro campo di Tulkarem.

Lo sfollamento è la misura più dura adottata contro i civili palestinesi. Tante famiglie sono state costrette ad abbandonare le proprie case nelle vicinanze del campo e a piazza Hanoun, dopo l’annuncio che l’esercito israeliano avrebbe avrebbe «colpito» in quella zona. L’avvertimento ha generato il panico. Intere famiglie sono scappate e hanno raggiunto parenti e rifugi temporanei, in attesa della fine dell’operazione militare. Ma il rischio di non poter più tornare alle loro abitazioni è alto. Quelle abbandonate un anno fa ora sono completamente demolite, altre hanno subito gravi danni. Inoltre, il campo profughi è usato dai militari per addestramenti quotidiani.

«Siamo stati informati che l’esercito israeliano intende bombardare all’interno del campo per distruggere degli ordigni esplosivi. Dicono che non colpiranno le case, ma noi non ci facciamo illusioni », ha detto a un giornale locale Fadi Marouh, del comitato popolare di Tulkarem. «L’esercito », ha aggiunto, «ha pubblicato una mappa che mostra le aree di evacuazione, tra cui circa 40 edifici con decine di appartamenti nel quartiere di Al-Murabbaa e nella zona di Abu Safiya». Le aree prese di mira includono anche la scuola Al-Muwahhid e la sala Ajyal, che ospita famiglie sfollate un anno fa. Marouh ha spiegato che «per i nuovi sfollati è ancora più difficile. Non ci sono rifugi per accoglierli. Sono quasi 3.200 le famiglie che nell’ultimo anno hanno perso la casa e sono distribuite tra villaggi, sobborghi e nella città di Tulkarem. Quelle che hanno preso una casa in affitto non hanno più soldi e dovranno spostarsi altrove».

Dove potranno andare non si sa. L’Autorità nazionale palestinese non ha più fondi per i sussidi, o almeno così sostiene, e gli aiuti umanitari a Tulkarem sono diminuiti per il peggioramento delle condizioni economiche e di vita in tutta la Cisgiordania. Israele distrugge i centri palestinesi e, allo stesso tempo, costruisce per i coloni.

Il governo Netanyahu ieri ha approvato lo stanziamento di oltre un miliardo di shekel (circa 290 milioni di euro) per la costruzione, nei prossimi due anni, di strade di collegamento tra gli insediamenti coloniali in Cisgiordania. I ministri Bezalel Smotrich (Finanze) e Miri Regev (Trasporti) hanno detto di considerare questo progetto una «mossa strategica importante » a sostegno della colonizzazione e per collegare gli insediamenti alle reti stradali più «accessibili e sicure », in modo da «sviluppare, ampliare e rafforzare il controllo sul territorio». Ai palestinesi, invece, non è garantita sicurezza neppure nelle loro città principali, dove le truppe israeliane entrano ed escono come e quando vogliono. Domenica, il 26enne Naif Samara si trovava nei pressi dell’ospedale di Nablus, dove la moglie incinta era attesa per un controllo medico. In quel momento diverse pattuglie israeliane hanno fatto irruzione nella città dal posto di blocco di Deir Sharaf per compiere raid nei negozi del campo profughi di Al-Ain. Alle prime proteste, i soldati hanno aperto il fuoco: Samara è stato colpito da un proiettile ed è morto nello stesso ospedale in cui si trovava la moglie.

A Gaza, la tregua scattata lo scorso ottobre non è mai stata rispettata e ora si teme la ripresa di una vasta offensiva israeliana. Il governo Netanyahu ripete che, se Hamas non disarmerà, farà intervenire l’esercito e non permetterà la ricostruzione della Striscia. I negoziato al Cairo per un compromesso non danno risultati. I raid aerei e l’artiglieria in sette mesi hanno ucciso almeno 834 persone, secondo i dati del ministero della Sanità palestinese. L’ultimo ieri sera a Zeitoun (Gaza City). Qualche ora prima un giovane era stato ucciso da un drone nei pressi del campo profughi di Bureij.

Pubblicato da il Manifesto il 05.05.26