La vicenda del quattordicenne detenuto al carcere giudiziario della Farera e le polemiche che ne sono seguite, coinvolgendo anche il consigliere di Stato Zali, hanno riacceso il dibattito sulla giustizia minorile ticinese.
Da più parti si è subito indicato nel futuro Centro educativo chiuso per minorenni (CECM) «La Clessidra» la risposta alle criticità emerse. Eppure, leggendo la documentazione ufficiale del progetto, questa convinzione appare tutt'altro che scontata. Il progetto sviluppato dalla Fondazione Vanoni prevede una struttura con una capacità massima di dieci giovani: fino a otto posti destinati all'osservazione intensiva e, alternativamente, uno o due posti per l'esecuzione di pene brevi oppure di misure disciplinari.
È su questa impostazione che il Gran Consiglio ha espresso il proprio consenso. Ne consegue una prima considerazione: sulla base della documentazione approvata, il CECM non risulta concepito come struttura destinata principalmente alla detenzione preventiva dei minorenni. La sua funzione è innanzitutto educativa e di osservazione, mentre la componente penale appare limitata e residuale.
È quindi legittimo chiedersi perché il futuro centro venga spesso presentato come la soluzione ai problemi emersi alla Farera. Si tratta infatti di due realtà profondamente diverse, con finalità differenti e disciplinate da presupposti giuridici distinti. La detenzione preventiva serve a garantire il corretto svolgimento del procedimento penale; l'esecuzione della pena interviene invece soltanto dopo una decisione dell'autorità giudiziaria. Confondere questi due ambiti rischia di creare aspettative che il progetto, così come concepito, non sembra destinato a soddisfare.
Merita attenzione anche un altro elemento. Il Messaggio governativo n. 7086 del 15 aprile 2015 è già stato modificato con il Messaggio 7086A del giugno 2017. Ciò dimostra che il progetto ha conosciuto un'evoluzione durante il suo iter politico. È quindi lecito chiedersi se ulteriori adattamenti possano intervenire anche nella fase di realizzazione, in particolare riguardo all'organizzazione della componente penale.
Anche le dichiarazioni rilasciate nelle ultime settimane sembrano alimentare la confusione. Da un lato il CECM viene descritto come un centro educativo e terapeutico gestito da un'équipe multidisciplinare; dall'altro gli si attribuisce la capacità di rispondere anche alle esigenze dell'esecuzione di misure detentive. Sono funzioni diverse, che richiedono competenze, procedure e organizzazioni specifiche.
Ci riserviamo di approfondire questi aspetti in un prossimo contributo. Per ora basta una constatazione: sulla base della documentazione disponibile, il centro di Castione non appare destinato a risolvere le criticità emerse alla Farera. Rimane infine una questione più ampia. Se il carcere giudiziario della Farera rappresenta oggi l'unica risposta per alcune situazioni di detenzione preventiva minorile, è inevitabile interrogarsi sulla sua adeguatezza rispetto ai principi della giustizia minorile e alla tutela dei diritti dei giovani coinvolti. La giustizia minorile merita un confronto rigoroso, fondato sui documenti più che sull'emotività del momento.
Prima di attribuire al futuro CECM funzioni che non emergono dal progetto approvato, sarebbe opportuno chiarire quale modello di presa a carico il Cantone intenda realmente adottare e se esso sia in grado di rispondere alle esigenze presenti e future della giustizia minorile ticinese.
Bruno Brughera, membro del Coordinamento
contro il centro educativo chiuso per minorenni


