È l’emblema della resistenza e lo usano ormai solo gli anziani. È il libretto giallo delle ricevute della Posta svizzera, un piccolo taccuino di formato tascabile. Può registrare 300 ricevute e diventa un archivio della contabilità di casa. Facilissimo e utilissimo da consultare. Semplice da conservare, anche a distanza di decine di anni. Elenchi di spese che danno il senso del rincaro e permettono di scoprire, con nostalgia, che venti anni fa il premio di cassa malati era meno di un terzo di oggi. Nel 2019 se ne vendevano 164’760 pezzi, nel 2010 il doppio, 341’297. Oggi saranno molti di meno, ma non ci sono dati disponibili.
Ora il libretto delle ricevute, nato nel 1910, è superato dall’E- banking, il pagamento online. La pressione sui cittadini per rinunciare alle bollette cartacee e passare al digitale è fortissima. Le aziende, l’amministrazione statale, le banche, le assicurazioni impongono la relazione online e addebitano a chi vuole fare i pagamenti all’ufficio postale tasse e spese extra. Per ogni versamento due o tre franchi di penalità. Anche la Posta svizzera fa la sua parte, perché il numero degli uffici postali continua a diminuire e in alcune zone diventa complicato raggiungere una filiale.
Il libretto giallo è una delle vittime della digitalizzazione imperante, che in tutti gli ambiti obbliga a utilizzare il computer o il telefonino. Una volta il biglietto del treno era un cartoncino minuscolo, 5 cm per 2, andata e ritorno con libertà di scegliere il treno preferito. Oggi per un biglietto si deve dare nome, cognome, anno di nascita, orario del treno.
Chi non si adegua al “dispotismo tecnologico” è spacciato, ammonisce lo storico e filologo Luciano Canfora: “Le nuove marginalità sono anche gli anziani che per le più disparate ragioni non si sono adeguati e in banca, in una stazione ferroviaria o in qualunque altro contatto con il mondo esterno, non essendo attrezzati, sono di fatto estromessi. Se non è dittatura questa, non so che cosa si intenda con il termine ‘dittatura’”.
L’oligarchia tecnologica ci inculca la necessità di fare tutto in fretta e in modo più semplice, ma è una chimera. Preparare i versamenti online richiede un computer, tempo e concentrazione per copiare cifre e indirizzi. Andare all’ufficio postale è un atto di relazione che fa bene alla salute. In banca sarà sempre più difficile ritirare banconote: gli sportelli sono stati aboliti, ci si deve affidare alla macchina e per fortuna che il popolo svizzero ha ancorato recentemente nella Costituzione la sopravvivenza del denaro contante.
La scrittrice statunitense Rebecca Solnit ha indagato “cosa ci toglie la tecnologia e come riprendercelo”. “Siamo assillati da un’ideologia che ci spinge a massimizzare ciò che possediamo e a minimizzare ciò che facciamo. Lo usa da sempre il capitalismo, e ora anche la tecnologia. Un’ideologia che finisce per toglierci relazioni, legami e, alla lunga, anche una parte di noi stessi.” Solnit mette in guardia nei confronti della “tirannia del quantificabile”, dove ciò che facciamo è valutato in funzione della “convenienza, efficienza, produttività, redditività”. “Il risultato è un aumento dell’isolamento e dell’alienazione. Oggi molte cose sono diventate più complicate da fare di persona. È vero, ci sono vantaggi evidenti, ma gli effetti negativi non sono certo di meno. Gli spazi pubblici e la vita collettiva si sono impoveriti, e con loro anche quei luoghi in cui un tempo andavamo a comprare ciò che ci serviva”.
Non andare all’ufficio postale, all’edicola, in banca, al negozio è una perdita di rapporti sociali e di occasioni di comunicazione e di conoscenze. “Abbracciare la tirannia del quantificabile – afferma Rebecca Solnit – significa ignorare il valore sottile di questi gesti quotidiani nel mondo reale e il modo in cui creano e alimentano reti di relazioni”.
Siamo solo all’inizio. L’intelligenza artificiale esaspererà questi aspetti e queste tirannie. Dice bene Bruno Giussani nel suo saggio “La mente sotto assedio”. Lancia un invito alla resistenza: allentare la morsa digitale, riconoscere la manipolazione e disamericanizzarsi: “Qui sta il vero nodo di questa tecnologia e del nostro rapporto con essa: offre servizi reali, pratici, utili e ci rende efficaci. Ma al prezzo della cessione dei nostri dati personali, dell’estinzione della sfera privata e di una crescente dipendenza”.
“Trasformare l’analogico in digitale potrebbe sembrare un atto senza grandi conseguenze. Ma è così che nasce la struttura di sorveglianza: perché ogni volta che trasformiamo l’analogico in digitale rendiamo tracciabile e ricercabile qualcosa che non lo era. E a cosa serve tracciare qualcosa (o qualcuno) se non a sorvegliarlo”, sostiene Carissa Véliz, dell’Università di Oxford, citata da Giussani.
Non si può frenare il progresso tecnologico, ma bisogna regolamentarlo e cercare di resistere. Più attenzione da parte dei cittadini, dei parlamenti, della politica, delle scuole.
Contrastare e difendersi può voler dire, per esempio, tassare i grandi gruppi padroni del digitale. Una web tax insieme all’imposta minima OCSE (non ancora implementata completamente) possono fornire capitali per difendere la democrazia, perché di questo si tratta. Non c’è tempo da perdere!
Per i 110 anni del libretto giallo La Posta svizzera ha scritto una “lettera d’amore” al libretto delle ricevute che concludeva dicendo: “Avere il libretto delle ricevute significa che ho un’alternativa alla presenza online e che posso funzionare anche senza cellulare e computer”. Sempre più difficile e possibile ormai per pochi resistenti.


