C’è una cosa che accomuna la Lega e l’UDC: l’ossessione per i simboli. Le bandiere, le radici, l’identità. Quel sangue che, come la stella alpina, meglio se è nobile (edel) e bianco (weiss). Peccato, però, che quando si tratti di maneggiarli, questi simboli, qualcosa vada goffamente storto.

Qualche giorno fa, la Lega ha pubblicato un manifesto contro i contributi alla stampa approvati dal Gran Consiglio. Vi compare quella che dovrebbe essere la sagoma del Ticino, generata da chissà quale programma di intelligenza artificiale. Risultato: una mappa dalla forma tozza, che ricorda più il Belgio che la V allungata del nostro Cantone. Il caso ricorda quello dell’UDC vodese che, qualche mese fa, ha usato un’immagine generata dall’IA per una campagna: la bandiera cantonale appariva così rettangolare anziché quadrata, con la striscia verde al posto di quella bianca e con un “et” mancante tra “liberté” e “patrie”.

Le aziende tecnologiche straniere sanno poco dei vessilli e delle peculiarità geografiche svizzere. Ma, a quanto pare, nemmeno chi avrebbe dovuto verificare. In politica bisogna andare sempre più di fretta: postare, filmarsi, propagandare a flusso continuo, senza stop. E così si delega alla tecnologia straniera. Anche l’identità, così cara ai nazionalisti. Ai quali consigliamo attenzione, con i simboli.

A Lugano, per lanciare il Sì al “No ad una Svizzera da dieci milioni”, i tenori ticinesi dell’UDC indossavano una maglietta con la scritta “1291, liberi e svizzeri”. Peccato che all’epoca, noi ticinesi, eravamo assoggettati a signori feudali lombardi, e l’alleanza del Grütli era un fatto ignoto. Il Ticino avrebbe aspettato fino al 1512 per essere conquistato dai confederati – come baliaggio – e fino al 1798 per una qualche indipendenza. Festeggiare quel compleanno è come festeggiarne uno sbagliato. Anche perché, come indicano gli storici, la stessa data del primo agosto 1291 è un mito creato a tavolino.

Come non pensare allora, a proposito di mitologia à la carte, all’alabarda medievale che ormai compare ad ogni evento dell’UDC. È stata introdotta artificialmente nel 2024 dal presidente nazionale Marcel Dettling per contestare la firma degli accordi bilaterali III. Presentata come simbolo delle battaglie di Morgarten e Sempach contro gli Asburgo, l’alabarda porta con se però un retaggio scomodo: è stata spesso usata come insegna da diversi movimenti di estrema destra. Non a caso esiste in Svizzera romanda un media di destra dura, cattolica e nazionalista che si chiama proprio La Hallebarde. L’UDC ha sempre detto di ignorare tutto ciò e noi, naturalmente, ci crediamo.

E che dire della camicia Edelweiss, simbolo del mondo agricolo anch’esso preso in ostaggio dal primo partito svizzero. Vederla indossata dalla consigliera nazionale Céline Amaudruz – rampolla di una famiglia di milionari ginevrini, gestrice patrimoniale – appare un po’ posticcio. Così come sarebbe vederla addosso a Marco Chiesa, co-titolare di una fiduciaria. Un simbolo rurale appropriato da chi non ha mai munto una mucca: l’estetica folk della terra, senza il fango e la schiena spaccata.

E poi, sempre a proposito di simboli, non potevano mancare le aquile. Piero Marchesi ha scritto su Facebook che nell’hockey ci sono “uomini fieri che lottano per la maglia, per la bandiera, per la Svizzera”. Nel calcio, invece, c’è “chi indossa la maglia rossocrociata ma appena può mostra simboli di altri Paesi”. Lorenzo Quadri ha rincarato: i calciatori che fanno il gesto dell’aquila “non rappresentano la Svizzera”. Il riferimento è al gesto dell’aquila bicipite, simbolo dell’Albania, (ri)fatto dal capitano rossocrociato Granit Xhaka, quasi 150 partite con la croce bianca sul petto e simbolo di una nazionale forte e multiculturale. Una nazionale che, proprio per questo, non s’ha da tifare: “chissenefrega se perde o se vince”. Per Quadri e Marchesi, l’aquila albanese basta a togliere la patente di svizzero a uno dei più forti calciatori elvetici di sempre. Fosse stata un’altra aquila forse non sarebbe stato un problema.

Federico Franchini, Naufraghi, 23.06.26