Il CdS rispose alle interrogazioni sul fermo di una manifestante a un presidio contro Cassis a Camignolo lo scorso anno, contrariamente alla prassi di non esprimersi a procedure penali in corso. Nella risposta diede la colpa alla manifestante, assolvendo la polizia. Alcuni media ripresero la versione governativa, discreditando la signora. Oggi il pg ha emesso due decreti d’accusa contro gli agenti per abuso di autorità e vie di fatto a seguito della querela della signora.

Nel maggio dello scorso anno, cinquemila persone scesero per strada a Bellinzona contro la guerra a Gaza lanciando un appello al Consiglio federale “affinché, con gesti visibili e concreti, agisca immediatamente per cercare di fermare i gravissimi crimini contro l’umanità”. È forse stato il momento più intenso del dissenso popolare all’inattività del governo svizzero, per il genocidio in corso a Gaza. Una parte importante della popolazione svizzera si sentiva offesa e tradita dal suo governo, in particolare dalla responsabilità che gli incombeva quale stato depositario delle Convenzioni dei diritti dell’uomo, brutalmente violati in Palestina. Particolarmente criticata risultò l’imbarazzante equidistanza espressa sul conflitto dal capo del Dipartimento esteri Ignazio Cassis, politico che, prima di diventare consigliere federale, era stato vicepresidente dell’intergruppo parlamentare Svizzera-Israele.

A ottobre, a Camignolo, un gruppo di persone contesterà Cassis ad un evento organizzato dal suo partito, il PLR ticinese. La polizia era presente in forze e in tenuta antisommossa, temendo il ripetersi delle contestazioni di Bellinzona in cui Cassis fu costretto a scappare dal Teatro Sociale. A Camignolo invece il gruppo di contestatari era numericamente ridotto e non succederà nulla di rilevante quella sera, salvo il fermo di una persona, ammanettata dopo un intervento piuttosto ruvido della polizia ripreso dalle telecamere della RSI.

Due interrogazioni (Mps e PVl) chiederanno poi al governo di posizionarsi sull’utilizzo della forza della polizia. Il CdS rispose dichiarando che l’area di accesso ai manifestanti “era riconoscibile ed era stata rispettata per tutta la serata da tutti i manifestanti, ad eccezione della persona in questione, che si è comunque introdotta in tale area, rifiutandosi di lasciarla”.

Il Corriere del Ticino riprese la notizia, titolando l’articolo “La maestra che non ascolta”, richiamando la versione dei fatti contenuta nella risposta governativa che imputava la colpa alla manifestante. Il neodirettore Gianni Righinetti scrisse nell’editoriale: «È facile gridare allo scandalo quando la Polizia si rende protagonista di un fermo «muscoloso» nei confronti di un’attivista con un linguaggio non proprio da educanda con le forze dell’ordine in occasione di una serata con Ignazio Cassis in casa del PLR in Ticino».

Perché il governo ha risposto all’interrogazione dando una versione dei fatti quando c’era una querela della manifestante contro la polizia per abuso della forza? È il succo di una successiva interrogazione di Fabrizio Sirica di quest’anno all’indirizzo del governo. È noto che il governo di norma non risponda agli atti parlamentari trincerandosi dietro la procedura penale in corso. Basti citare i casi Zali e Gobbi, dove nell’ultimo caso evitò di rispondere per un paio d’anni. Prassi diventata diversa nel caso della manifestante indignata dalla passività di Cassis su quanto stesse avvenendo a Gaza. La manifestante, difesa dall’avvocato Costantino Castelli, aveva denunciato i poliziotti per abuso di autorità. E la Magistratura ha confermato la bontà della sua querela. Il pg Pagani ha emesso oggi un decreto di accusa contro due poliziotti, il graduato della cantonale al comando delle operazioni e un agente della comunale protagonista del fermo. Le accuse sono di abuso di autorità e vie di fatto. I legali dei poliziotti faranno ricorso e quindi si andrà a processo. Raggiunto da area, l’avvocato Castelli si rallegra per la conferma della magistratura della correttezza della denuncia della sua assistita, aggiungendo che «è una parziale risposta alla campagna denigratoria contro la mia cliente. Non so se la finalità fosse delegittimare i manifestanti contro la guerra a Gaza o per difendere l’operato della polizia in generale».

Nella risposta a Sirica, il CdS ha ammesso di non essere stato a conoscenza della denuncia e che le risposte alle “precedenti interrogazioni erano state elaborate dalle indicazioni fornite dalla polizia cantonale”. Corpo che doveva perlomeno essere a conoscenza dell’apertura di un procedimento penale contro i suoi agenti, oggi sfociato poi in un decreto d’accusa. Il richiamo all’articolo del Corriere lo aveva inserito Sirica nel suo atto parlamentare, parlando di “danno reputazionale arrecato a una cittadina e funzionaria pubblica, la cui immagine è stata pubblicamente associata – anche attraverso la ripresa mediatica della versione governativa – all’idea di un comportamento scorretto o non collaborativo”. Il deputato socialista chiedeva poi, nel caso la giustizia accertasse dei fatti diversi da come raccontati dal governo, se quest’ultimo avrebbe rettificato al Gran Consiglio e si sarebbe scusato con la signora. “Qualora l’ipotesi formulata nella domanda si dovesse realizzare, il Consiglio di Stato si riserva la facoltà di esprimersi nuovamente” fu la risposta governativa.

Dato che la magistratura ha stabilito che l’agire della polizia è stato abusivo, si vedrà se il governo porgerà le scuse alla signora, al potere legislativo e all’opinione pubblica per aver raccontato fatti non veri, infamando la reputazione di una persona a procedura penale ancora in corso. La credibilità delle istituzioni passa anche da qui.

Francesco Bonsaver, Area, 30.10.26