L'oncologo e politico militante a tutto tondo in un'autobiografia sincera che ne riporcorre la vita rispondendo anche alle perplessità trasversali da lui suscitate.

 

Il genere dell’autobiografia sembra ultimamente godere di una certa fortuna (meritata nella fattispecie) presso gli editori della Svizzera italiana. Dopo quelle di Marco Solari, Dick Marty e del chirurgo di guerra Flavio Del Ponte, ecco che anche un illustre medico (e politico) come Franco Cavalli scende in campo e si racconta.

Personalità diverse tra loro per formazione, temperamento, percorso professionale, ma vicine – anche se aderenti a partiti diversi – in una serie di convinzioni e visioni ideali che li hanno resi non sempre graditissimi neppure tra le rispettive fila d’appartenenza. Proprio aderire fino in fondo diventa peraltro un esercizio sempre più difficile per chiunque consideri l’attività pubblica un esercizio di intelligenza e indipendenza, più che un fideistico seguire il gregge.

In particolare Marty e Cavalli si stimavano reciprocamente, e proprio Franco Cavalli ha seguito sino all’ultimo il doloroso percorso clinico dell’ex Consigliere di Stato e agli Stati radicale, spentosi il 28 dicembre 2023. Era stato lo stesso Dick Marty a spingere Cavalli a scrivere questa autobiografia, mentre l’oncologo un po’ tentennava, anche perché già nel 1989 e nel 2013 erano usciti, a cura di Giulia Fretta, altrettanti libri-intervista che ne tratteggiavano la figura.

Tante vite in una (di cui Cavalli ha parlato in un’intervista di Naufraghi/e) sintetizza i diversi àmbiti in cui ha operato (e continua, a quasi 83 anni) a operare: da un lato la ricerca medica e oncologica e nell’insegnamento universitario, ai quali ha affiancato la battaglia per riuscire a realizzare, nel Canton Ticino, un Istituto di ricerca e di cura per i malati come lo IOSI; dall’altro la politica, nel campo largo della Sinistra (dal PS al PSA, poi di nuovo al PS e al Forum Alternativo), che lo ha portato, dal Consiglio comunale di Verscio, Locarno e Muralto, al seggio in Gran Consiglio; poi, tra il 1995 e il 2007, al Nazionale, dove è stato capogruppo del Partito Socialista.

Con grande sincerità, Cavalli (al quale anch’io devo recente gratitudine) annota a un certo punto: “Essendo diventato ben presto il “dottore del cancro” in Ticino, era per me logico cercare di sfruttare questa popolarità anche in termini politici”.

Da giovane, sognava di diventare giornalista: il cammino è stato un altro, ma ha comunque scritto “migliaia di articoli e contributi di vario tipo” (Libera Stampa, Area, Quaderni del Forum Alternativo) e oltre 600 articoli scientifici sulle maggiori riviste medico-oncologiche del mondo. La sua attività pubblicistica riflette dunque pienamente i due campi principali in cui si è distinto. Da un lato, l’”animale politico” – come spesso si definisce nel libro – dall’altro il medico e il ricercatore. Anzi, non da un lato questo, dall’altro quello ma, insieme, questo e quello, legati da una serie di valori insindacabili. Nell’introduzione, Cavalli precisa di avere cercato “di applicare una metodologia scientifica alla mia attività politica e d’altra parte di fondare la mia attività medica e scientifica sulle mie convinzioni politiche – e direi anche morali”.

Dedicato alla sua seconda moglie, Yvonne, “ispiratrice di tanti progetti”, l’autobiografia parte da lontano e ricostruisce la storia familiare dei Cavalli, originari della Toscana, il primo dei quali giunge nelle Terre di Pedemonte tra il Quattro- e il Cinquecento. Già nel secondo capitolo, ecco uno dei nodi che chi non apprezza talune scelte politiche del protagonista solleva ripetutamente. Cavalli, di origini modeste, non potrebbe frequentare il ginnasio e poi il liceo se non al Collegio Papio di Ascona, scuola privata (allora gestita dai Padri benedettini di Einsiedeln) che accoglieva gratuitamente i ragazzi domiciliati, come lui, ad Ascona. E allora perché, schierandosi sempre contro il finanziamento pubblico delle scuole private, Cavalli non avrebbe fatto che dimostrare ingratitudine o, per dirla in termini più coloriti, sputare nel piatto in cui ha mangiato? Perché, par di capire, un conto è riconoscere – come lui fa – che senza quella possibilità tutta la sua vita e il suo percorso professionale sarebbero stati ben altri; un altro accettare quello che lui ricorda come “un regime scolastico estremamente repressivo: chi si comportava male o non studiava poteva ricevere, almeno al ginnasio, punizioni fisiche dolorose. E oltre ai soffocanti esercizi spirituali, ci veniva inculcata una… diseducazione sessuale: tutto quanto aveva a che fare con il sesso era opera del diavolo”. Fu, insomma, quell’esperienza, durata 8 anni, tra le mura del Collegio asconese a indirizzare precocemente Cavalli dapprima verso l’agnosticismo e poi verso il marxismo.

In 29 capitoli di agevole lettura, il prof. Cavalli ricostruisce la sua vita scientifica e la sua militanza politica ripercorrendo tappe, momenti di svolta, incontri con personalità politiche, pazienti comuni e pazienti VIP, viaggi in tutto il mondo che toccano realtà diversissime tra loro, progetti di aiuto allo sviluppo dapprima a Cuba, poi in Nicaragua, El Salvador e Venezuela. Senza tralasciare, soprattutto sul finale, considerazioni più private, quasi intime, legate alla sua famiglia, in cui l’autore si mette a nudo. Il penultimo capitolo è dedicato al figlio Nicola, perso a pochi giorni dal quattordicesimo compleanno, il 6 agosto 1990. Coincidenza tragica di date, tra pubblico e privato: quello stesso giorno, 45 anni prima, gli USA sganciarono l’atomica su Hiroshima.

Oltre 200mila morti lasciò sul campo la bomba americana; una vittima quella causata dalla Maggia 45 anni dopo. Tragedia dell’umanità e tragedia privata: le due dimensioni – quella collettiva e quella individuale – apparentemente così sproporzionate tra loro. Entrambe però ci sfiorano, ci colpiscono (talvolta in pieno), ci interpellano, non smettono di interrogarci.

Nel libro, le esperienze personali vissute portano molto spesso Cavalli a considerazioni politiche: per esempio, parlando dei 4 figli da lui adottati, non senza difficoltà, accanto ai 4 biologici avuti dalla prima moglie, scrive testualmente: “Nel 2024 in Gran Consiglio si è dibattuto a proposito della richiesta, ostacolata soprattutto da destra, per motivi a me incomprensibili – di parificare il congedo maternità di madri biologiche e adottive. E trovo scandalosa la proposta di fine gennaio 2025 del Consiglio federale che, a seguito di abusi avvenuti in alcuni Paesi, vorrebbe impedire ogni adozione internazionale”. 

Il primo tenente pacifista che vuole abolire l’Esercito e sfila in divisa durante le manifestazioni pacifiste antiamericane durante la guerra del Vietnam e non lesina certificati medici durante i corsi di ripetizione, oggi ribadisce la secondo lui inutilità dell’Esercito. “Chi dovrebbe mai attaccarci? Forse la Russia, Paese in grave crisi demografica ed economica? Da un punto di vista puramente militare il nostro esercito potrebbe avere un senso solo se integrato nella NATO, cosa che la maggioranza degli Svizzeri, che rimane legata al principio della neutralità, giustamente non vuole (…). La NATO sta diventando sempre più una struttura guerrafondaia al servizio degli interessi imperialistici di Washington, ai quali si è accodata anche l’UE, ormai messa in riga dagli Stati Uniti a seguito della crisi Ucraina”.

E conclude, allargando il ragionamento: “I miliardi buttati al vento per il nostro esercito dovrebbero invece essere utilizzati in modo ben più utile: per investire nella produzione pubblica di farmaci essenziali, finanziare massicciamente la ricerca, migliorare il servizio pubblico e l’AVS, e sussidiare in modo quasi totale i premi di cassa malati (al tema Diritto alla salute e casse malati è interamente dedicato il cap. 16; all’industria farmaceutica e ai prezzi dei farmaci il cap. 10). Anche perché, per un paese senza materie prime come il nostro, solo la ricerca può garantire il benessere delle future generazioni”.

A rendere attualissima questa autobiografia sono – tra i molti – i capitoli dedicati all’Unione Sovietica (cap. 13, in cui Cavalli distingue nettamente la Rivoluzione del 1917 e i suoi ideali dalla successiva “involuzione staliniana, con tutte le sue componenti criminali”) agli Stati Uniti (cap. 22, intitolato Sono antiamericano? La risposta è “Sicuramente no. Ma altrettanto decisamente riconosco di essere fortemente antimperialista”), all’Ucraina (cap. 23), a Gaza (cap. 24). E il cap. 17, dedicato a Cuba, con cui tutti identificano l’impegno pubblico e sociale di Cavalli. Accanto a Ho Chi Minh, la figura in cui forse maggiormente si riconosceva la generazione che visse il ’68 era quella del Che (anch’egli medico di professione): in una trentina di viaggi, Cavalli ha visto l’isola caraibica mutar volto. C’era un prima (prima del 1991, con il crollo dell’URSS) in cui Cuba era una sorta di “Paese del bengodi”) e c’è stato un dopo, durante il quale l’Occidente speculava “su quando il socialismo vi sarebbe imploso. Invece ciò non avvenne: questo si deve, sul piano morale, al carisma di Fidel Castro, unito alla tenacia e all’orgoglio sviluppati da due generazioni di cubani lottando contro il blocco economico e i tanti attentati finanziati da Washington (…). Sul piano economico, invece, Cuba riprese fiato grazie alla decisione di aprirsi senza restrizioni al turismo, prima di allora parecchio limitato. Ma la società ne pagò le conseguenze, tra prostituzione, AIDS e una svolta negativa che ha fatto sì che oggi chi lavora nel turismo a Cuba guadagna molto più di un maestro o di un medico”.

Tutte le citazioni che ho proposto confermano l’architettura del libro di Franco Cavalli: esperienze e incontri direttamente vissuti lo portano non solo a condividerle con il lettore, ma a fare, appena se ne presenta l’occasione, il passo in più; a trarne cioè delle indicazioni e degli insegnamenti che, nella sua visione del mondo, egli applicherebbe per trasformare il “sistema” attuale in qualcosa di più giusto, equilibrato, comunitario e realmente globale, in cui le regole del gioco vengano radicalmente rivedute.

Molti gli amici, i pazienti e i colleghi o ex colleghi politici che gli chiedono se, anche oggi, egli stia ancora cercando di mettere insieme una sinistra socialista. Lui, l’animale politico, risponde così: “Effettivamente il fil rouge che attraversa i miei più di sessant’anni di impegno politico è la volontà di partecipare, spesso in prima persona, al tentativo di costruire un movimento socialista combattivo che, rifuggendo da ogni simpatia stalinista o autoritaria, concentri la sua prassi politica attorno alla lotta di classe e all’anticapitalismo: quindi, un socialismo che, in senso marxiano, dovrebbe rappresentare la prossima tappa nell’evoluzione dell’umanità dopo la schiavitù, il feudalismo e il capitalismo”.

Tratto da Naufraghi/e del 11.06.25