Voci diffuse ad arte: droni russi puntati sulla base Usa di Guantanamo e Raúl Castro a processo


Spenti i riflettori sulla visita del tutto straordinaria del capo della Cia all’Avana, si sono subito accese le luci su due “fughe” di notizie: che l’esercito cubano avrebbe 300 droni russi da usare contro la base Usa di Guantanamo (agenzia Axios) e che il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti si preparebbe a processare l’ex presidente (94 anni) di Cuba, Raúl Castro (N.Y. Times).

I “mandanti” di tali fughe sono noti, i parlamentari Gop che rappresentano quel che rimane della potente mafia anticastrista di Miami che faceva capo alla Fondazione cubanoamericana del terrorista Mas Canosa: la “pasionaria” Maria Elvira Salazar, Mario DiazBalart, Carlos Guimenez e la new entry, Nicole Malleotakis.

Anche lo scopo di tali fughe è noto: impedire (supposte) trattative tra l’Amministrazione Trump e Cuba che prevedano una soluzione “alla venezuelana” della sessantennale crisi: con un’economia dell’isola dipendente dagli Usa ma un governo (almeno per ora) “continuista” che assicuri la stabilità (secondo alcuni fonti sarebbe la proposta fatta dal direttore della Cia, Ratcliffe a nome di Trump e con la consegna chiara per Cuba: prendere o lasciare).

Esiste la possibilità di tale soluzione per Cuba? Del tema se ne parla da mesi, da quando, dopo l’aggressione a Caracas del 3 gennaio e il rapimento del presidente Maduro, il segretario di Stato Rubio ha chiesto/preteso la testa del presidente cubano Miguel Díaz-Canel, “uomo di Raúl” e della «continuità con la Rivoluzione».

Fino a oggi però Raúl (e forse i suoi più o meno diretti portavoce, come il nipote Raúl Guillermo) si sono rifiutati di trattare un cambio di modello di governo e dunque di mettere sul piatto la testa del presidente (anche se da tempo circolano voci che Díaz-Canel e famiglia avrebbero assicurata la residenza in Spagna: la “radio bemba” a Cuba e in Florida non smette mai di funzionare).

Su chi dovrebbe fare la parte cubana di Delcy Rodríguez  la presidente ad interim venezuelana che si sdilinquisce di fronte a Trump  esistono varie speculazioni sulle quali è inutile insistere. Di qui dunque nascerebbero gli attacchi diretti a Raúl Castro, ritenuto da Marco Rubio (e dai falchi repubblicani cubano-americani) il vero asse politico dell’isola.

Le «accuse» contro di lui e per un suo - del tutto improbabile - processo nascono in questo quadro di veleni anticastristi e sono iniziate 30 anni fa. Le ricordo bene perché nel febbraio 1996 ero all’Avana quando i mig cubani abbatterono due Cessna dell’organizzazione Hermanos al Rescate - legata alla Fondazione cubano americana causando la morte di 4 piloti.

L’eco e le polemiche allora furono forti. Secondo la Contra della Florida gli aerei erano in missione di “rescate”, cioè di assistenza a eventuali cubani in fuga dall’isola su qualche “balsa”, imbarcazione di fortuna.

Erano anni quelli in cui l’isola stava tentando di uscire dal Periodo especial, l’acuta crisi economica seguita alla fine dell’Urss nel dicembre 1991. E non pochi cubani tentavano l’avventura per mare fino in Florida, protetti dalla legge cosiddetta del “piede a secco”: qualunque cubano che mettesse piede in territorio statunitense aveva la via aperta verso la “carta verde” ( chi invece era intercettato in mare, con i “piedi bagnati”, era rimandato indietro a Cuba). Naturalmente, secondo le medesime fonti i Cessna abbattuti volavano in cieli internazionali. Raúl Castro, allora ministro delle Forze armate rivoluzionarie.

Diversa la versione cubana. Nelle settimane precedenti aerei degli Hermanos al Rescate avevano sorvolato L’Avana lanciando volantini che incitavano alla rivolta per uscire dalla crisi. Di tali volantinaggi me ne avevano parlato alcuni giornalisti e amici. I due aerei abbattuti sarebbero stati impegnati in una missione simile e intercettati e abbattuti nei cieli cubani. Dopo polemiche infuocate (allora il presidente era Fidel, mentre la sua controparte, Bill Clinton era più prudente) sui dati in possesso dei due fronti, la crisi era finita come era cominciata: un dossier in più in una guerra sessantennale di servizi segreti e provocazioni.

Dunque è un ambito nel quale la Cia, e il suo capo, avrebbero molto da dire e non certo quanto Ratcliffe ha detto ai suoi colleghi di controparte cubani.Da qui, dopo 30 anni dai fatti, i siluri partiti dalla Contra.

Ieri miguel Díaz-Canel in un messaggio su X ha rivendicato al suo Paese «il diritto assoluto» di difendersi in caso di aggressione. E ha ribadito che «Cuba non rappresenta una minaccia, né ha alcuna intenzione aggressive nei confronti di nessun Paese». Il messaggio si riferiva alle notizie diffuse da Axios sui 300 droni di fabbricazione russa o iraniana. Le stesse fonti militari statunitensi che hanno informato Axios hanno precisato di non considerare Cuba «una minaccia imminente», ma che vi è la preoccupazione che «in caso di aggravamento della situazione» l’isola possa essere una piattaforma per operazioni ostili nei confronti del territorio Usa.

In altri termini viene ribadito il messaggio portato dal capo della Cia, Ratcliffe: l’unica alternativa che resta al governo cubano è accettare le «proposte» di Trump. Questa sì, è una chiara minaccia.

Tratto da il Manifesto del 19.05.26