Il più grande nemico di Trump è lo stesso Trump: che paga con un risultato disastroso; la nuova generazione di "DEM" conquista la maggioranza sia alla Camera dei rappresentanti sia al Senato

Più che storico, epocale. Sempre che mantenga le sue promesse. Epocale fu infatti anche l’elezione alla Casa Bianca di Barak Obama, primo afroamericano ai vertici del potere USA, a cui però seguì negli Stati Uniti un cupo periodo di maggiore razzismo, con l’arrivo al potere di Donald Trump e del suo suprematismo bianco. Cautela, dunque.

Ma certo lo “tsunami blu” che ieri ha travolto il tycoon, e con lui il partito repubblicano, nonché l’idea di un’America ormai regno e al tempo stesso prigioniera del potere economico più egoista, sfacciato, semi-dittatoriale, è qualcosa di eccezionalmente indicativo. E positivo. La decennale e sciagurata “cura Trump” è andata finalmente ad infrangersi contro un muro di sana reazione. Reazione salutare anche contro il regno dell’algoritmo, dei techno-miliardari presunti padroni del futuro, e delle nostre vite.

Perché questo non è soltanto un voto americano. Travalica, per il suo significato, e le sue potenzialità, i confini di una nazione a lungo ammaliata dalla protervia di un capo popolo che voleva essere monarca assoluto. Dunque, “Good morning America” e “Welcome back Usa”, invece di MAGA spiritati e seguaci del letale pifferaio. “Ma come possono votare un simile personaggio….” s’è spesso detto al di qua dall’Atlantico, dimenticando che anche di noi avremmo potuto dire lo stesso, visto che giusto un secolo fa votammo leader che ci trascinarono nel baratro di una spaventosa guerra mondiale.

Con le sue politiche, la sua volgarità, la sua protervia, Trump è stato il principale nemico di.. Trump. Solo uno così poteva fare del partito democratico il beneficiario della trionfale riconquista del Congresso, quindi sia di Camera sia di Senato, con cifre inequivocabili. Imponendosi anche in Stati dove i repubblicani dominavano indisturbati da decenni (si pensi solo al Texas di Talarico, nuovo astro nascente dem, dove l’attesa è durata più di otto decenni). Trump non ha affatto portato l’America all’ “età dell’oro”, come ha predicato con scontata sicumera. Ed è stata anche, forse soprattutto l’inflazione la scure delle sue ambizioni.

“It’s the economy, stupid”, semplice slogan con cui del resto Clinton aveva battuto a suo tempo Bush padre. Infatti il solo prezzo della benzina è stato sufficiente per smontare il miracolo trumpiano. Insieme, certo, alle guerre che aveva promesso di non esportare e che invece ha voluto (anche insieme al suo alleato Netanyahu), al dollaro che doveva rimanere privilegio assoluto e gratuito della superpotenza, alla mancata reindustrializzazione di regioni da anni economicamente “desertificate”, a deficit e mega-debiti in parte detenuti e sovvenzionati dal resto del mondo. Elenco e bilancio sconfortante a due anni esatti dalla sua rielezione nel Palazzo del potere. Bilancio iper-negativo, a cui pensava di rimediare con la lotta commerciale agli europei, detestati e “scrocconi”.

Ha preteso che il mondo gli attribuisse il Nobel della Pace: “A me – vaneggiava – che di guerre ne ho concluse ben otto”. Intanto rimane impantanato nello stretto di Hormuz, ed é soprattutto l’economia europea a pagar…dazio. Senza che l’Europa abbia il coraggio dimostrato dal premier canadese Carney, che ha scelto la dignità e non l’obbedienza al tycoon (con generosi milionari svizzeri che portavano doni alla Casa Bianca, come succubi re magi). Per Trump tutto ha un prezzo, tutto si può comprare. Anche i frutti di una mediazione. Ucraina per esempio, nazione aggredita, sotto bombardamento russo, e super-indebitata, a cui lui chiede in cambio della trattativa (fallita) la consegna di “terre rare” e di altri territori da sfruttare; e che poi tradisce vergognosamente accordandosi con Putin.

Intanto nel Paese “illuminato in cima alla collina”, come recita la narrazione yankee, salgono rabbia, risentimento, delusione. Ecco perché è bastato Trump a sconfiggere severamente Trump.

E ad arare il campo politico statunitense di personaggi politici che finalmente scoprono che il “monarca” ha distrutto i servizi pubblici nazionali, il welfare statunitense, il sistema scolastico; che si accanisce contro “gli invasori” immigrati, con tanto di guardia armata (ICE) che spara anche contro i cittadini americani; e indigna il mondo ispanico-americano al punto di privarlo di un sostegno che nelle ultime elezioni per la Casa Bianca fu decisivo per conquistare il secondo mandato presidenziale.

Altro che “anatra zoppa”. Piuttosto “anatra quasi paralizzata” dall’onda blu (il colore dei Dem).

E allora, addirittura preventivamente, Trump annuncia che sarà il presidente “dei veti”. La carica, e il potere presidenziale, lo consente. Può bloccare molte o tutte le iniziative delle due Camere. Ma, se dietro le quinte si racconta di un uomo furibondo con i suoi collaboratori, dopo l’esito del voto lui promette di collaborare con il Congresso. Si vedrà. Molto dipenderà dai Democratici. Gestire una vittoria trionfale non è meno difficile che gestire una sconfitta.

Da questo voto emerge una nuova generazione di Dem. In particolare, crescono nel partito figli di immigrati, di religione anche musulmana, con idee e propositi socialisti. Reazione al presidente più scredidato. Addirittura corrotto. Tutti sanno che il tycoon ha approfittato della presidenza per arricchirsi sfacciatamente. Un miliardo e trecento milioni in più nelle casse di famiglia. Anche solo per questo, non poteva rimanere impunito.

Aldo Sofia, Naufraghi, 04.11.26