Un sudario lungo 60 metri e 60mila morti. Una manifestazione silenziosa, di solidarietà e riflessione su una tragedia ormai passata in secondo piano, ma alla quale la tregua non ha posto termine: nei dieci mesi di cessazione delle ostilità i bombardamenti israeliani hanno continuato a mietere vittime (1’200 morti e 4’000 feriti) e a seminare devastazione. All’orgia di sangue del 7 ottobre 2023, Israele ha replicato infliggendo al nemico palestinese la legge di herem, la biblica distruzione totale che cancella le case e stritola i corpi nel silenzio del mondo. Oggi la popolazione di Gaza è stremata dal collasso sanitario, dalla diffusione di malattie infettive, dal caldo, dalla distruzione delle infrastrutture. Dall’inizio del conflitto, alla controversa estrema cautela delle autorità politiche elvetiche ha fatto riscontro la mobilitazione del personale medicosanitario per denunciare i crimini di guerra e contro l’umanità (Corte Penale Internazionale), che gli stessi storici dell’Olocausto (Iags, Associazione Internazionale degli Studiosi del Genocidio) non esitano più a definire col termine “genocidio”. Quello dei medici ticinesi non è solo un j’accuse, ma un appello urgente – e in buona parte inascoltato – a quella solidarietà che la Svizzera non ha saputo finora onorare.

Lettere, petizioni, prese di posizione pubbliche e iniziative si sono inanellate in questi quasi tre anni, fino a sfociare nello sciopero della fame a staffetta di medici e operatori sanitari davanti a Palazzo federale durante la sessione parlamentare autunnale dello scorso anno. Esporre il sudario con la lista dei morti – purtroppo molto parziale, poiché il numero reale delle vittime, molte delle quali ancora sotto le macerie, è più alto – significa tornare agli avamposti per chiedere, ancora una volta, una politica federale proattiva, che non si schermisca con una presunta neutralità e non si rintani nell’indolenza.

Pietro Majno Hurst, chirurgo del fegato, ex direttore del Dipartimento di chirurgia dell’EOC e professore emerito alla Facoltà di scienze biomediche dell’USI, spiega così il tormento vissuto di fronte alla strage di Gaza: «Ci ho riflettuto e potrei dire che con quanto è successo in Palestina sono entrati in crisi tre valori fondamentali del nostro mestiere. Il primo è che la sofferenza va alleviata, combattuta. Come medici abbiamo passato le nostre vite a lottare contro malattie e traumi, per lo più inevitabili. La sofferenza e la morte a Gaza sono evitabili. Il secondo è che la società e la politica ci chiedono, come categoria, di migliorare noi stessi, il modo di svolgere il nostro mestiere. E poi, in terzo luogo, vi è la ricerca della verità fattuale, principio fondamentale del nostro mestiere. Non si può scegliere una narrazione a seconda dell’interesse o dell’inerzia, perché così si calpesta il diritto fondamentale della scienza».

Al fronte dell’indignazione troviamo anche il Dr. Flavio Del Ponte, per 14 anni chirurgo di guerra, attivo nei peggiori teatri di conflitto – dalla Somalia al Ruanda, passando per Pakistan, Afghanistan e Laos. La sua riflessione nasce da ciò che dell’esperienza professionale rimane profondamente interiorizzato. Nel 2025 pubblica Dissonanze. Storie di un chirurgo di guerra (Armando Dadò edizioni): «Ho scritto in fondo per liberarmi da certi incubi che mi tormentavano, tornavano regolarmente a farmi visita, mi ricordavano un passato terribile che pensavo di aver superato indenne. Ho vissuto una Ptsd, uno stress posttraumatico, come se fosse qualcosa che riguardava gli altri. Ora, non completamente metabolizzato, mi ha riacciuffato».

Il Dr. Del Ponte appare profondamente scosso dall’accanimento «senza precedenti» che vede a Gaza, ma anche dall’atteggiamento passivo delle autorità svizzere e in particolare dall’inazione del consigliere federale Ignazio Cassis, medico di formazione: «La Svizzera si è messa dalla parte dei vincitori e ha praticamente rinnegato i sacrosanti doveri del diritto umanitario. Noi medici ci siamo dati da fare, abbiamo cercato di scuotere le coscienze, di svegliare il governo di Berna, ma siamo stati di fatto derisi in maniera che ci fa veramente male». Il medico rincara la dose: «Il fatto di avere un consigliere federale medico, proveniente dal nostro cantone, ci faceva sperare che avremmo potuto perlomeno portare avanti un discorso umanitario. Ci siamo invece resi conto che Cassis aveva solo un parti pris per il governo di Israele». Il chirurgo di guerra si sente tradito, lui che è stato al servizio della Svizzera e che ha interpretato il suo mandato come un vero “atto di fede”: «Stiamo distruggendo un capitale morale che avevamo costruito e questo mi atterra più di tutto».

Il suo Dissonanze non è passato inosservato nell’ambiente medico ed è tra le principali ragioni che hanno convinto Giovanni Pedrazzini, professore, cardiologo ed ex primario all’Istituto Cardiocentro, a fare il passo che conduce dalla frustrazione all’azione. Sensibile all’aspetto umanitario della sua professione, attivo con la moglie Marialuisa nell’Associazione Dominique Lapierre, il Dr. Pedrazzini ha trovato in quel libro un messaggio importante «che ti fa sentire parte del mondo e non solo di una piccola realtà». «Dalla presentazione del libro a Locarno è nata un’onda di consapevolezza e di solidarietà con le vittime della guerra. A volte il nostro lavoro ci assorbe con i suoi aspetti tecnici, ma vi è sempre, magari sottotraccia, la ricerca del benessere dell’Altro». Per Pedrazzini, oltre all’etica professionale, svolge un ruolo centrale la fede: «Che non esiste senza una dimensione che valorizzi l’uguaglianza e la dignità». Di Cassis dice: «Certo, sono deluso: ha perso l’occasione di ergersi a una dimensione umana e non solo politica, di abbandonare il basso profilo di fronte a un genocidio in nome dell’umanità e per l’umanità».

Franco Cavalli, oncologo di fama mondiale e instancabile militante politico, è netto: «Cassis è stato medico, ma al 90% ha svolto un’attività d’ufficio, ha avuto poco a che fare con la malattia e la sofferenza. Per lui più che la medicina conta il fatto di essere stato vicepresidente del gruppo parlamentare di amicizia Svizzera-Israele». Da qui «il suo silenzio di fronte al genocidio». Il Dr. Cavalli ricorda il suo viaggio a Gaza nel 2008: «Condizioni disumane, senso di soffocamento, mancanza di prospettive, disoccupazione». E dei suoi soggiorni in Israele gli è rimasto impresso «il razzismo antipalestinese di buona parte della società israeliana».

Nel campo progressista troviamo pure l’oncologo Michele Ghielmini, il quale tuttavia precisa che il movimento dei medici e del personale sanitario è stato trasversale: «Abbiamo dapprima coinvolto i nostri amici medici di sinistra, poi però il movimento si è esteso oltre i ticinesi, anche a svizzeri tedeschi e svizzeri francesi, e abbiamo quasi dovuto frenarli». La giovane dottoressa Sara Bagutti è stata tra le prime a rompere gli indugi. Come rimanere inerti di fronte «agli attacchi agli ospedali e ai colleghi, alle loro difficoltà quotidiane», come essere insensibili «quando la popolazione è privata di qualsiasi possibilità di curarsi?». Assieme ai giornalisti, il personale medicosanitario è stato quello che ha pagato il prezzo più alto della guerra a Gaza. Colpire la stampa serve a mettere a tacere l’informazione. Ma colpire medici, infermieri, ospedali, a quale obiettivo risponde? «Colpire dei medici è come lanciare una bomba a grappolo: lo fanno con il double tap, si colpisce quando arrivano i soccorsi, è una pratica genocida. Se colpisci un nefrologo uccidi competenze che hanno richiesto 30 anni per formarsi» spiega il Dr. Majno Hurst.

Franco Cavalli annuisce: «I medici non li rimpiazzi in un giorno: uccidendoli indebolisci la popolazione, la sua capacità di sopravvivenza, spalanchi le porte al genocidio».

Del Ponte non nasconde lo scoramento di fronte alla distruzione degli ospedali e all’altissimo numero di vittime tra il personale sanitario: «Sono intervenuto come medico dopo i genocidi in Cambogia e Ruanda. Nel genocidio di Gaza vedo un accanimento spropositato: il diritto umanitario non solo non è rispettato, ma è utilizzato da Israele come arma di guerra».

Ma come spiegare la mobilitazione a favore delle vittime del genocidio di Gaza e non di altri eccidi, come quello in Sudan?

Majno Hurst, che conta un’ascendenza ebraica (suo padre fu accolto come rifugiato in Svizzera durante la seconda guerra mondiale), risponde: «Gaza è nostro terreno, il Sudan non lo è. Mi spiego: siamo di fatto alleati di Israele, quanto succede lì fa parte del nostro mondo. Abbiamo accordi commerciali o universitari con Tel Aviv, non con il Sudan». E aggiunge: «Come diceva Ruth Dreifuss, ex consigliera federale, “ci sono due Paesi nei confronti dei quali siamo più esigenti: uno è la Svizzera, l’altro è Israele”».

Nonostante la mobilitazione, risultati magri

In tutto, 20 bambini gravemente feriti a Gaza sono stati portati negli ospedali svizzeri. Un risultato chiaramente al di sotto delle aspettative. «Il governo non ha fatto praticamente nulla», tuona Cavalli. «Abbiamo fatto arrivare questi bambini, ma solo grazie alla pressione di ex ministri come Joseph Deiss e Ruth Dreifuss».

«Una sconfitta per la Svizzera e una sconfitta epocale per il diritto umanitario», chiosa con rammarico Flavio Del Ponte.

Frustrazione, ma anche la consapevolezza di aver fatto il possibile, con tenacia e convinzione. «Per il nostro Paese un’occasione mancata per dire che siamo contrari a queste ingiustizie e violenze», conclude Pedrazzini. «Tutti gli indicatori ci dicevano che si trattava di un genocidio. Non c’era tanto da riflettere. Mi sembra che la Svizzera non abbia avuto nessuna visione e, quando non hai una visione, sei un po’ succube delle lobby che ti vogliono condizionare».

Roberto Antonini, laRegione, 08.08.26