Il prezzo del carburante che sale, le previsioni nere degli analisti e le navi altrui che la lista «esclusiva» di Teheran esenta dal blocco di Hormuz sono un mix troppo esplosivo per un leader permaloso come Donald Trump. Incapace di autocritica per un’operazione che un senso non ce l’ha e nemmeno una strategia, con qualcuno deve pur prendersela.

LA SCELTA, IERI, è di nuovo ricaduta sugli alleati della Nato, che gli permettono in un unico bilioso attacco di riesumare la narrativa dell’opportunista che mangia dalla mano tesa americana ma non offre mai. «Senza gli Usa, LA NATO è UNA TIGRE DI CARTA - ha scritto ieri sul suo Truth Social - Ora che la battaglia è militarmente VINTA con pochissimo rischio per loro, si lamentano per i prezzi alti del petrolio ma non vogliono aiutare ad aprire lo Stretto di Hormuz...CODARDI, ce lo RICORDEREMO». In serata la Gran Bretagna si è un po’ piegata, concedendo agli Usa l’uso delle proprie basi per «operazioni difensive» contro il sistema missilistico iraniano utilizzato per «attaccare le navi nello Stretto di Hormuz».

Poco prima, alla Casa bianca, Trump aveva rifatto l’elenco delle vittorie militari che Washington avrebbe archiviato, affondando nella contraddizione del dire che la battaglia è vinta ma la guerra continua: ieri funzionari statunitensi hanno riportato alla Reuters del dispiegamento in atto di migliaia di marine in Asia occidentale. L’obiettivo è Hormuz, il suo peggior incubo. Lo è talmente tanto che, secondo Axios, starebbe ragionando di un’occupazione via terra della strategica isola di Kharg da cui passa il 90% delle risorse energetiche dell’Iran. Teheran è ben consapevole che quella lingua di mare è la più potente arma a sua disposizione e sfida Trump: chiuso alla navigazione da venti giorni, lo stretto riapre solo per gli «amici». Un corridoio riservato, previa autorizzazione del Corpo delle Guardie rivoluzionarie, che avrebbe permesso al momento a nove navi- container di transitare. Tra i paesi autorizzati ci sono Cina, India, Pakistan, Malesia e Iraq.

DA QUELLO STRETTO passa il 20% del traffico globale di greggio, uno snodo la cui centralità fa il paio con la portata della produzione di gas e petrolio dei paesi del Golfo. Dopo i raid israeliani sul giacimento iraniano del South Pars (a Tel Aviv importa poco purché la guerra si estenda nello spazio e nel tempo), è saltata anche quella linea rossa, non prendere di mira l’infrastruttura che tiene su buona parte dell’economia globale. E se in pochi sembrano preoccupati dall’allarme del World Food Programme («Se il conflitto dovesse protrarsi fino a giugno, altri 45 milioni di persone potrebbero trovarsi in condizioni di grave insicurezza alimentare»), l’amministrazione Trump un timore ce l’ha, ed è tutto interno. È riassumibile nel sondaggio condotto da Reuters/Ipsos: il 55% degli statunitensi è «in qualche modo» colpito dall’aumento del prezzo del gas e un altro 21% lo è «moltissimo». Una tendenza che rischia di peggiorare: ieri al Wall Street Journal funzionari sauditi hanno detto di ritenere possibile che il prezzo del greggio possa toccare quota 180 dollari al barile entro fine aprile se Hormuz resta inaccessibile. Il timore di una crisi di lungo periodo è condiviso: ieri Chris Waller, membro del consiglio dei governatori della Federal Reserve degli Stati uniti, ha parlato dell’alta probabilità «non dico di una recessione ma di un improvviso peggioramento dell’economia più grave di quel che pensavamo».

DA PARTE SUA Goldman Sachs prevede un aumento dei prezzi che potrebbe trascinarsi fino al 2027 anche se l’offensiva terminasse entro la prossima estate a causa dei gravi danni subiti dalle infrastrutture del Golfo e di conseguenza di una minore produzione. E non è detto che nello Stretto torni tutto alla normalità. Fonti della sicurezza iraniana, parlando con la Cnn, hanno avvertito: «Hormuz non tornerà a operare alle condizioni pre-guerra».

Tratto da il Manifesto del 21.03.26