In Ticino l’Intelligenza Artificiale, se non governata anche politicamente, rischia di accrescere i problemi di un’economia basata sui bassi salari, e non solo
Il termine “jobpocalypse” – crasi tra job e apocalypse – condensa efficacemente una diffusa narrativa contemporanea sulla presunta fine del lavoro sotto l’impatto dell’intelligenza artificiale. Una narrativa che tende ad attribuire alla tecnologia effetti automatici sull’occupazione, prefigurando scenari di distruzione massiccia di posti di lavoro. Eppure, come suggerisce l’analisi di John Burn-Murdoch sul Financial Times del 27 aprile 2026 a cui si deve il termine, gli effetti delle innovazioni tecnologiche sono raramente immediati e lineari: essi dipendono dal contesto istituzionale, dagli assetti produttivi e dalle scelte politiche entro cui tali tecnologie vengono introdotte.
Da questo punto di vista, il caso ticinese, descritto recentemente da Katharina Fontana sulla Neue Zürcher Zeitung, appare particolarmente significativo. Il problema strutturale del Cantone non deriva infatti – almeno per ora – da una sostituzione tecnologica diffusa, bensì da un modello economico che continua a basarsi, in larga misura, sulla disponibilità di manodopera frontaliera a basso costo e su segmenti produttivi caratterizzati da un ridotto valore aggiunto. Ne emerge un quadro paradossale: un’economia dinamica sotto il profilo dell’attività e dell’integrazione transfrontaliera, ma che non genera salari sufficientemente elevati, prospettive professionali attrattive e buone traiettorie di mobilità sociale. Il risultato è una diffusione del lavoro povero, erosione del potere d’acquisto, precarizzazione e allontanamento di giovani altamente formati.
In questo quadro, l’intelligenza artificiale rischia di rappresentare un acceleratore di dinamiche già in atto. Nei settori a basso valore aggiunto, infatti, l’IA potrebbe non modernizzare realmente il modello produttivo, ma semplicemente renderlo più efficiente nel produrre bassi salari, intensificare i ritmi di lavoro e comprimere i salari. Parallelamente, i comparti più avanzati – biotecnologie, farmaceutica, ricerca, alta formazione – continueranno probabilmente a generare competenze elevate e talenti qualificati che però, in assenza di un ecosistema economico capace di valorizzarli pienamente, tenderanno, almeno in parte, a essere assorbiti altrove. Il rischio è dunque quello di un’accentuazione del dualismo economico e sociale: da una parte eccellenze imprenditoriali e formative altamente integrate nei circuiti globali; dall’altra una vasta area di occupazioni fragili sottoposte a forte pressione salariale e alla minaccia di sostituzione dei posti di lavoro con l’introduzione massiccia di dispositivi di intelligenza artificiale.< Vecchia tattica per una nuova strategia.
Queste dinamiche si intrecciano inoltre con questioni sociali già oggi molto visibili. I recenti interventi di Ivo Durisch (La ricchezza se ne va, 7 maggio 2026) e Luca Maghetti (laRegione, 11 maggio 2026) mostrano bene come il Ticino sia attraversato da una doppia frattura: da un lato la crescente concentrazione della ricchezza e dei rendimenti patrimoniali; dall’altro l’estensione di forme di fragilità economica legate al lavoro, alla salute e all’invalidità. Durisch ha evidenziato come nel Cantone il reddito da capitale continui a crescere molto più rapidamente del reddito da lavoro, con l’aggravante di disuguaglianze di rendimento all’interno della stessa classe di proprietari di capitali (chi ha più sostanza, ha rendimenti superiori rispetto a chi ne ha meno). Maghetti, dal canto suo, richiama il rischio che malattia e invalidità si trasformino sempre più in fattori di impoverimento sociale, mettendo il dito su una tara del nostro sistema di sicurezza sociale: lo statuto professionale acquisito nel mercato del lavoro determina la misura finanziaria della protezione sociale, secondo il principio del welfare meritocratico-occupazionale. Quest’ultimo, teorizzato dal sociologo britannico Richard Titmuss, concepisce lo Stato sociale come un’appendice del mercato del lavoro, per cui le prestazioni sociali dipendono in larga misura dall’attività lavorativa e sono collegate al reddito o alla posizione professionale. Di nuovo una disuguaglianza nella disuguaglianza.
Il punto è che questi fenomeni non sono separati. Un’economia fondata sul contenimento dei salari, sull’erosione della sicurezza sociale e sulla riduzione della redistribuzione attraverso la fiscalità tende inevitabilmente a produrre maggiore fragilità sociale, soprattutto in un contesto caratterizzato dall’aumento di una serie di spese vincolate – casse malati, affitti, energia, trasporti – che gravano in misura crescente sui bilanci delle economie domestiche. In assenza di una trasformazione del modello di sviluppo, l’intelligenza artificiale rischia allora di rafforzare una traiettoria già consolidata: polarizzazione sociale, ulteriore erosione della classe media e dipendenza da segmenti economici a basso valore aggiunto.
La questione centrale diventa perciò politica. Si tratta di chiedersi quale modello istituzionale ed economico sarà in grado di far fronte ai cambiamenti in atto e di orientare tali cambiamenti verso risultati socialmente sostenibili. Ciò implica una politica industriale attiva, investimenti massicci nell’innovazione, nella ricerca, nell’educazione, ma anche interventi redistributivi e di rafforzamento del potere d’acquisto. Invece si tagliano fondi alla ricerca e alla formazione e si tergiversa sull’introduzione di un tetto massimo della quota di reddito da destinare ai premi di cassa malati, privilegiando le deduzioni fiscali che favoriscono le classi di reddito elevate. Di nuovo una disuguaglianza nella disuguaglianza.
Tratto da Naufraghi, 21.05.26


