Le tensioni nei Centri educativi per minori riaprono il dibattito sulla sicurezza degli operatori. Ma dietro gli episodi di aggressività si nascondono problemi più profondi: carenza di risorse, fragilità psichiatriche sempre più diffuse e l’assenza in Ticino di vere strutture terapeutiche per adolescenti.
Negli ultimi mesi il tema della sicurezza nei Centri educativi per minori (CEM) è tornato al centro del dibattito pubblico. L’articolo pubblicato da laRegione l’11 marzo, “Altri dubbi sulla tutela del personale dei CEM”, riporta le preoccupazioni della co-segretaria del VPOD Giulia Petralli e alcune testimonianze di operatori confrontati con episodi di aggressività da parte dei giovani accolti nelle strutture.
Si tratta di situazioni che non vanno minimizzate. Tuttavia, ridurre il problema alla sola questione della sicurezza rischia di portare il dibattito su un terreno fuorviante.
Chi conosce questo ambito sa che lavorare con adolescenti in forte difficoltà comporta inevitabilmente momenti di crisi e di conflitto. Ma partire da singoli episodi – per quanto gravi – senza interrogarsi sulle cause profonde rischia di nascondere il vero problema.
Il rischio è quello di ridurre tutto a un problema di sicurezza.
Quando il tema viene posto in questi termini, la risposta politica tende spesso a essere la stessa: più controllo, più sorveglianza, più misure contenitive. In altre parole, una risposta di tipo repressivo. Lo vediamo anche in altri ambiti della vita pubblica: di fronte a tensioni sociali o a episodi violenti, la soluzione più immediata diventa il rafforzamento dei dispositivi di sicurezza, talvolta con l’idea di introdurre perfino agenti privati.
Ma davvero è questa la strada per affrontare il disagio giovanile?
Fa un certo effetto sentire racconti che insistono su singoli episodi senza andare oltre nel denunciare criticità ben più profonde. E soprattutto senza ricordare che, molto spesso, gli adolescenti coinvolti sono prima di tutto le vittime di situazioni familiari, sociali o psicologiche estremamente difficili.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico sulle problematiche giovanili ha spesso oscillato tra allarme e semplificazione. Basti pensare alla proposta di creare un centro chiuso punitivo dopo la tragica morte di Damiano Tamagni, nella convinzione che misure più severe possano risolvere una parte dei problemi che compongono il complesso arcipelago del disagio giovanile. Il rischio, però, è quello di imboccare una strada che privilegia il controllo e la repressione rispetto alla comprensione e alla presa a carico educativa.
I Centri educativi per minori nascono in Ticino tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta con l’obiettivo di offrire un contesto protetto a ragazzi che vivono situazioni familiari, sociali o scolastiche problematiche. L’idea era creare un ambiente educativo stabile, con progetti individualizzati capaci di favorire crescita, integrazione e benessere.
Oggi, però, sempre più operatori segnalano difficoltà crescenti. Una delle ragioni riguarda la progressiva riduzione delle risorse. Il settore, che dipende dal Dipartimento della sanità e della socialità, è da anni confrontato con pressioni finanziarie che inevitabilmente si riflettono sulla qualità del lavoro educativo.
Senza risorse adeguate è difficile garantire personale sufficiente, formazione specialistica e strutture capaci di rispondere a bisogni sempre più complessi.
E i bisogni sono effettivamente cambiati.
Sempre più spesso i giovani accolti nei CEM presentano fragilità psicologiche o psichiatriche importanti. In questi casi la dimensione protettiva diventa fondamentale: il senso stesso del collocamento è offrire un contesto stabile, capace di interrompere dinamiche familiari disfunzionali e permettere ai ragazzi di ritrovare un minimo di equilibrio.
Ma questo equilibrio è possibile solo se le misure di protezione vengono applicate con coerenza. Succede invece non di rado che un minore venga collocato in un CEM per essere protetto dal proprio contesto familiare, ma continui a rientrare nello stesso ambiente durante i fine settimana, riattivando dinamiche problematiche o abusanti.
In queste condizioni è difficile pretendere stabilità emotiva e comportamentale.
A questo si aggiunge un altro problema strutturale: la carenza in Ticino di comunità terapeutiche specializzate per adolescenti con bisogni psichiatrici complessi. Di conseguenza, situazioni che richiederebbero un intervento clinico specifico finiscono per gravare sui CEM, che però non sono stati pensati né strutturati per questo tipo di presa a carico.
Il risultato è un sistema sotto pressione, in cui operatori e ragazzi si trovano spesso a gestire situazioni che vanno ben oltre il mandato originario dei centri.
In questo contesto torna ciclicamente anche il progetto del centro chiuso “La Clessidra”, spesso presentato come una possibile risposta ai casi più problematici. Ma si tratta davvero di una soluzione educativa?
In realtà, un centro chiuso risponderebbe soprattutto alle esigenze della magistratura dei minorenni, offrendo uno strumento di tipo custodiale per la gestione di situazioni particolarmente difficili. Non rappresenta però una risposta ai bisogni educativi e terapeutici di molti adolescenti che oggi finiscono nei CEM.
Dissento fortemente con le dichiarazione esternate dal direttore della fondazione Vanoni Mario Ferrarini rilasciate a Laser in un doc RSI. Non è possibile recuperare e riequilibrare le difficoltà di un giovane in soli 3 mesi, ma argomenteremo più in dettaglio prossimamente.
Il vero nodo resta un altro: in Ticino continuano a mancare strutture terapeutiche adeguate per giovani con fragilità psichiatriche importanti. Finché queste risorse non verranno sviluppate, il rischio è quello di continuare a rincorrere le emergenze con soluzioni che spostano il problema senza risolverlo.
Perché se il sistema continua a privilegiare risposte custodiali o securitarie al posto di interventi educativi e terapeutici, la domanda che dovremmo porci non è più perché questi ragazzi reagiscono con rabbia o aggressività, ma perché continuiamo a stupirci che lo facciano.
Il disagio giovanile non si cura con le serrature.
Di Bruno Brughera, membro del “Coordinamento contro il centro chiuso”
Pubblicato in Naufraghi, il 31.03.26


