Nel centro dell’Europa, il Ticino è una macchiolina scura che rivela l’alto tasso di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. Per scoprire situazioni analoghe bisogna guardare alla Croazia, alla Romania, alla Grecia, al sud Italia o al sud della Spagna. Il Ticino non appartiene alla Svizzera ricca e nemmeno all’Europa benestante. “Questa piccola isola all’interno dell’Europa Centrale è l’emblema del neoliberalismo dilettantistico. Da quarant’anni la politica ha un unico obiettivo: ridurre il debito pubblico e abbassare le aliquote fiscali”.

È quanto afferma Ronny Bianchi, economista, ricercatore e professore, a conclusione del suo saggio “Brevi elementi di economia per la difesa della democrazia (e della dignità)”.

Il lavoro di Bianchi è un manuale di economia chiaro e comprensibile, sembra che l’autore abbia attinto ai materiali dei suoi studi a Modena e a Parigi, per ricapitolare i fondamentali del pensiero economico, “smascherando le false narrazioni diffuse dal pensiero neoliberalista dominante”.

Lasciamo agli economisti la recensione critica degli aspetti teorici. Qui si vuole prima di tutto consigliarne la lettura e illustrare alcune considerazioni più politiche. Ronny Bianchi sostiene che nel mondo si aggira lo spettro del neofeudalesimo: gli sconfitti devono unirsi per evitare che i sistemi democratici finiscano per implodere. Il responsabile di questo stato di cose, economicamente parlando, ha un nome: neoliberismo! Certo, è la dottrina economica in voga, ma è manovrata da politiche che portano alla deriva le democrazie.

All’inizio degli anni ottanta si diffonde la rivoluzione neoliberista, negli Stati Uniti con Ronald Reagan e nel Regno Unito con Margaret Thatcher, poi via via in quasi tutti i paesi industrializzati. Le idee che trionfano sono supremazia del mercato, indebolimento del ruolo dello Stato e forte riduzione della tassazione. Da lì in poi la fa da padrone il debito pubblico che cresce a dismisura, mentre aumentano i profitti e i salari in termini reali restano al palo.

Il debito pubblico viene utilizzato per indebolire il ruolo dello Stato e, in particolare, lo Stato sociale. Ma parallelamente si fanno pagare meno tasse sui redditi e sui patrimoni, perché il verbo neoliberista predica che bisogna lasciare più risorse alle persone e alle imprese. Ecco la spirale che porta all’aumento delle diseguaglianze.

Le disuguaglianze sociali sono sempre più stridenti negli ultimi anni. L’autore cita dati Oxfam del 2023: “Per ogni 100 dollari di incremento della ricchezza netta negli ultimi 10 anni, 54,40 dollari sono andati all’1% più ricco e solo 0,70 dollari al 50% più povero”. Negli ultimi decenni “la tassazione dei profitti è diminuita mediamente sotto i 20 punti e in alcuni Paesi è minima o nulla”. Anche la tassazione media sul capitale dei Paesi ad alto reddito – scrive Bianchi –  è diminuita di circa 10 punti, ma di quasi 20 punti per le aliquote più elevate. E al contempo, la tassazione del lavoro è addirittura aumentata di quasi 15 punti percentuali”. I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri aumentano: nell’area dell’euro il tasso di povertà è salito dal 16,1% nel 2007 al 17,2% nel 2015. E, aggiungiamo, in Ticino, dati Eurosat, il rischio povertà si situa al 28,3%, quando la media svizzera è del 16,1%.

Lo Stato è indispensabile. Altro ritornello neoliberista è che le imprese non hanno bisogno delle “interferenze” dello Stato. È un’altra delle grandi bugie, perché ormai è noto a tutti che nelle crisi degli ultimi anni, dovute alle speculazioni del sistema neoliberista, lo Stato ha dovuto intervenire per evitare il tracollo di tutta la società. Ronny Bianchi cita Mariana Mazzucato che ha spiegato, in diverse occasioni, che “lo Stato gioca un ruolo di imprenditore-innovatore perché è in grado di assumersi rischi economici che le imprese private non sono in grado di affrontare”.

Esistono alternative? Nella parte finale della sua opera l’economista si interroga, un po’ timidamente, sulle possibili alternative. Tema arduo, certamente non facile, che richiederebbe un altro libro. Qui accenna alla teoria monetaria moderna (Mmt) che combatte il mito del deficit sostenendo che “lo Stato sovrano può stampare moneta in grandi quantità, come è successo durante la pandemia da Covid -19”. Stephanie Kelton ha scritto un bellissimo saggio sulla Mmt “per un’economia al servizio del popolo”. Secondo Kelton, non è il bilancio dello Stato a dover essere in equilibrio, bensì l’economia. “Fintanto che i disavanzi, qualunque essi siano, non spingono in alto l’inflazione non c’è alcun motivo per cui debbano essere etichettati come eccessi di spesa”.

Ronny Bianchi sottolinea che “oggi a dominare è la convinzione che la distribuzione dei redditi debba essere a favore del profitto, invece che dei salari. È un modello che non regge sul lungo periodo, se vogliamo tentare di salvare i sistemi democratici”.

Il tema è posto e, come dice Colin Crouch, “non sorprende che commentatori seri abbiano iniziato a domandarsi se la democrazia e il capitalismo siano ancora compatibili”. E, come sostiene Nancy Fraser, “il risultato è che stiamo attraversando una crisi capitalistica di grandi proporzioni senza una teoria critica che sappia spiegarla o, men che meno, indirizzarci verso una soluzione emancipatrice”.

Tratto da Naufraghi del 16.11.25