La petizione contro l’economia bellica, la mobilitazione del 20 novembre e il referendum del 29 novembre esprimono una scelta politica: destinare risorse e competenze alla giustizia sociale, alla transizione ecologica e alla pace.
Affitti sempre più cari, premi di cassa malati insostenibili e salari che non tengono il passo restringono le prospettive di una generazione che, pur avendo investito anni nello studio e nella propria preparazione, fatica a costruire una vita autonoma. Mentre queste difficoltà si aggravano, la maggioranza borghese continua a invocare il rigore finanziario per contenere la spesa sociale, ma sostiene l’aumento delle risorse destinate al riarmo e concede sgravi fiscali e agevolazioni ai più ricchi. Si tratta di scelte che incidono sulla distribuzione della ricchezza e sul rapporto tra interessi privati e bisogni collettivi, perché ogni rinuncia a entrate fiscali riduce la capacità dello Stato di finanziare i servizi da cui dipende una parte importante della popolazione.
La concentrazione dei patrimoni rende ancora più evidente la necessità di cambiare indirizzo: l’1,6% dei contribuenti più ricchi in Ticino detiene il 50% della ricchezza complessiva. In un contesto segnato da una simile disparità, continuare ad alleggerire il contributo fiscale dei grandi patrimoni significa consolidare un potere economico già enorme, mentre l’austerità scarica sulle lavoratrici, sui lavoratori, sulle studentessi, sugli studenti e sulle loro famiglie il costo delle minori entrate. La scarsità di risorse con cui si giustificano i tagli è dunque anche il risultato di decisioni politiche, delle quali occorre discutere apertamente responsabilità e conseguenze.
La nostra generazione difende una politica fondata sulla giustizia sociale e climatica, sui diritti e sulla solidarietà, nella convinzione che la sicurezza delle persone dipenda anche dalla possibilità di accedere a un alloggio, ricevere cure adeguate e contare su una formazione di qualità e un reddito dignitoso. Chiediamo che i grandi patrimoni contribuiscano maggiormente al finanziamento della collettività e che gli investimenti pubblici rispondano a questi bisogni, anziché alimentare una corsa al riarmo che assorbe risorse e rafforza gli interessi dell’industria bellica.
La petizione «Il Ticino non faccia affari con la guerra» traduce questo orientamento in richieste rivolte al Consiglio di Stato e al Gran Consiglio, a partire dalla trasparenza sui legami tra l’economia cantonale, le commesse militari e gli accordi di compensazione industriale. Per consentire un dibattito democratico informato, le autorità devono raccogliere e pubblicare i dati disponibili, chiedendo alla Confederazione quelli mancanti, affinché sia possibile conoscere la natura delle attività svolte, le risorse pubbliche che le sostengono e il loro impatto ambientale.
Contributi, garanzie e sgravi fiscali concorrono a determinare lo sviluppo del territorio, poiché favoriscono alcune attività e ne orientano gli investimenti. Chiediamo pertanto che il Cantone escluda nuovi sostegni a progetti destinati alla produzione di armi o componenti militari e promuova una riconversione verso produzioni civili utili alla collettività, assumendosi la responsabilità di accompagnare questo processo.
La tutela dell’occupazione deve essere parte integrante di tale impegno: chi oggi lavora nella filiera militare deve poter contribuire alla trasformazione delle attività produttive conservando il proprio salario, le prospettive professionali e l’accesso alla formazione. Le competenze tecniche e industriali presenti nelle aziende costituiscono un patrimonio che può essere impiegato nella transizione ecologica e nello sviluppo di soluzioni ai bisogni sociali, purché vi siano un piano pubblico, investimenti adeguati e la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori alle decisioni che riguardano il loro futuro.
La petizione chiede inoltre al Cantone di presentare un’iniziativa alla Confederazione affinché siano vietati la produzione, l’esportazione, il transito e il finanziamento di materiale bellico. La responsabilità delle nostre scelte economiche si estende infatti alle conseguenze che producono oltre i confini nazionali, dove le armi alimentano conflitti che distruggono vite, infrastrutture e possibilità di emancipazione. I ricavi si concentrano nelle imprese e nelle mani dei loro proprietari, mentre le popolazioni subiscono perdite e devastazioni i cui effetti attraversano intere generazioni.
Queste scelte riguardano anche la scuola e il ruolo della formazione, perché le conoscenze acquisite tra libri e laboratori contribuiranno a determinare quali attività economiche e quali trasformazioni sociali saremo in grado di realizzare. Rivendichiamo quindi spazi e tempo per assemblee e incontri promossi da studentesse e studenti, affinché la militarizzazione, l’industria bellica e la crisi climatica possano essere affrontate attraverso il confronto e la partecipazione. Una scuola che forma alla cittadinanza deve riconoscere alle giovani generazioni la possibilità di interrogarsi sull’impiego del proprio sapere e di prendere parola sulle decisioni che ne condizionano l’avvenire.
Il 20 novembre questa esigenza di partecipazione confluirà nella mobilitazione contro l’austerità e la militarizzazione, le cui rivendicazioni nascono dalle condizioni concrete di chi studia, lavora e cerca di costruirsi un futuro. Accedere alla formazione, sostenere il costo di un alloggio, curarsi e poter scegliere di restare in Ticino sono aspirazioni che richiedono risposte collettive, tanto più quando la precarietà viene vissuta come una difficoltà individuale.
Il 29 novembre saremo poi chiamati a pronunciarci sulla modifica della legge sul materiale bellico, che amplia, alle condizioni previste, le possibilità di esportazione verso Stati partner coinvolti in conflitti, introduce una facoltà di deroga del Consiglio federale in circostanze straordinarie e rende meno sistematica la richiesta del consenso svizzero per le riesportazioni. Sebbene restino validi gli obblighi internazionali, la revisione indebolisce gli strumenti attraverso cui la Svizzera esercita il controllo sul commercio delle proprie armi.
La maggioranza borghese giustifica questo allentamento richiamandosi alla competitività dell’industria degli armamenti e alla sicurezza del Paese, subordinando così garanzie importanti alle esigenze del settore. Riteniamo invece che una politica estera responsabile debba fondarsi sulla promozione della pace, sul rispetto dei diritti umani e su controlli rigorosi, la cui efficacia non può dipendere dalle opportunità commerciali delle aziende.
La petizione, la mobilitazione e il referendum offrono la possibilità di dare continuità a questo impegno, collegando le richieste rivolte alle istituzioni con la partecipazione nelle scuole, nelle piazze e alle urne. Il 20 novembre mobilitiamoci per ottenere investimenti nella formazione, nei servizi pubblici e nella transizione ecologica; il 29 novembre votiamo no alla modifica della legge sul materiale bellico, affinché gli interessi dell’industria degli armamenti non prevalgano sulla responsabilità verso le popolazioni colpite dalle guerre. Vogliamo che il nostro sapere, il nostro lavoro e le risorse della collettività contribuiscano a un futuro di pace, diritti e giustizia sociale.
Yannick Demaria, deputato GISO in Gran Consiglio


