Intervento in Gran Consiglio a nome del gruppo PS/GISO/FA a difesa - invano - dell’iniziativa.


Caro presidente, cara e caro vicepresidenti, caro consigliere di Stato, care colleghe e cari colleghi,
vi rendo subito attent* ad un mio possibile conflitto d’interesse. Mi sono trovato tra chi ai tempi raccoglieva le firme per questa iniziativa che adesso mi accingo a difendere e a raccomandare al vostro voto positivo.
Non vi nascondo che non è stato un lavoro difficile, segno che il problema è sentito sia dal personale curante che dai pazienti e dai loro famigliari. Se la forma dell’iniziativa, a volte magari troppo generica ed in altri punti magari troppo dettagliata e vincolante, può lasciarvi forse un po’ titubant*, non può essere il caso delle sue principali richieste: le condizioni di lavoro del personale curante, alle quali è strettamente legata la sua qualità e i diritti di pazienti e dei loro famigliari.

Premessa indispensabile per delle cure di buona qualità è potervi dedicare il tempo necessario. Vi faccio un esempio: le lesioni da decubito.
Tutto l’equipaggiamento tecnico non serve a niente se non viene impiegato il tempo necessario per gli indispensabili frequenti cambiamenti di posizione del paziente. Sappiamo che è fondamentale per il personale curante, onde poter lavorare come dovrebbe e vorrebbe, aver abbastanza tempo. Questo si traduce nella relazione curante-paziente.
Ideale sarebbe un rapporto (ratio) di 1:4, cioè una persona curante per quattro pazienti, quando in Ticino ci troviamo con una ratio 1:6 oppure addirittura 1:7.
Poter lavorare con una ratio favorevole, viene giudicato dal personale curante più importante dell’ammontare del suo salario, pur molto modesto nel confronto con altri mestieri molto meno esigenti e anche nel contesto internazionale.
Se a questo aggiungiamo turni notturni, festivi e di sostituzione - sempre più frequenti quest’ultimi in un clima di lavoro che causa varie malattie e incidenti - non dobbiamo meravigliarci che tanto/troppo personale curante abbandoni il suo lavoro troppo presto.
Non può essere la soluzione formare semplicemente più personale nuovo e trascurare le cause dell’abbandono precoce del personale formato e con esperienza. Sarebbe come versare dell’acqua in una brocca che perde, senza voler colmarne le fonti di perdita. Tutti questi aspetti ve li ha già elencati anche Giulia Petralli nel nostro rapporto di minoranza della commissione sanità e sicurezza sociale.

Da importanti studi sappiamo inoltre, che con una ratio favorevole a personale curante e pazienti si evitano molto errori di cura, compresi quelli fatali, che oltre a tanta sofferenza causano anche tanti costi supplementari, compresi quelli per gli avvocati ed i risarcimenti. Inoltre si è potuto dimostrare che una struttura sanitaria con un ratio di 1:4 alla lunga genera meno costi complessivi che una con una ratio di 1:6.

Permettere al personale curante di lavorare meglio, vuol dire reclutare più personale - compito non facile - e pagarlo. Più tempo per le cure si traduce in necessità di più soldi. Ma anche qui vale il principio: se vogliamo risparmiare dobbiamo investire. Come lo diceva il Prof. Sommer, economo della sanità dell’università di Basilea, di certo non in odore di bolscevismo: “Darf denn schpaare eppis koschte?” (Risparmiare può/deve costare qualcosa?).

Se vogliamo fermare “la fuga del personale curante”, dobbiamo investire nelle cure. Tutte e tutti un giorno possiamo diventare vecchi* e malat* (questo non ve lo auguro!). Decidiamo adesso come vorremmo essere curat*, diamo alle cure i mezzi necessari - applaudire non basta!
Ricordiamoci pure che una società si giudica di come tratta i suoi membri più deboli - e chi si prende cura di loro, mi piace sempre aggiungere.

Votiamo allora “sì” a quest’iniziativa generica e diamo l’incarico al Consiglio di Stato di concretizzarla secondo i diversi settori d’applicazione nel variegato mondo socio-sanitario e socio-educativo, dando anche l’importanza debita ai diritti di pazienti e dei loro famigliari.

Grazie

Beppe Savary-Borioli