«Israele ha l’obbligo di riconoscere e facilitare i programmi di soccorso forniti dalle Nazioni unite e dai suoi enti, compresa l’Unrwa». Sono le parole con cui il presidente della Corte internazionale di Giustizia (Cig), Yuji Iwasawa, ieri nel primo pomeriggio ha riassunto i contenuti dell’ultima decisione emessa dal più alto tribunale del pianeta. A rivolgersi all’Aja era stata l’Assemblea generale delle Nazioni unite, dopo una serie di interventi politici e legislativi con cui Tel Aviv aveva realizzato un suo vecchio desiderio: sbarazzarsi dell’agenzia che, dalla Nakba in poi, tutela i rifugiati palestinesi e i loro discendenti, fornendo loro servizi sociali e culturali e - soprattutto - tenendo vivo il diritto inalienabile al ritorno nelle loro terre.
L’OCCASIONE per cacciare l’Unrwa dai Territori palestinesi occupati di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est è arrivata il 7 ottobre 2023. Israele ha fin da subito avviato una durissima campagna diffamatoria contro l’agenzia, accusandola di legami con Hamas. A dicembre 2023 prese di mira dodici dipendenti gazawi, affermando di avere prove incontrovertibili della loro partecipazione all’attacco al sud di Israele. Comprò anche spazi sponsorizzati su Google così che il primo risultato della ricerca «Unrwa» conducesse a un sito del governo israeliano con nessuna prova ma tante illazioni. Bastò quello ai governi occidentali, dagli Stati Uniti dell’allora presidente Biden all’Italia e al resto d’Europa, per interrompere immediatamente i finanziamenti a un’agenzia in crisi cronica da anni e in piena emergenza in quelli del genocidio.
Solo mesi dopo alla spicciolata le cancellerie occidentali ripresero i finanziamenti, costretti dalla totale assenza di prove fornite da Tel Aviv e a seguito del primo intervento della Cig nel gennaio 2024 che, riconoscendo l’esistenza di un genocidio plausibile - intimava a Israele di garantire l’ingresso massivo di aiuti umanitari.
Di decisioni ne seguirono altre, tutte chiarissime ma impotenti di fronte all’impunità di Israele che lo scorso anno ha definitivamente messo al bando l’Unrwa dal proprio territorio, impedendogli di lavorare nei Territori occupati, raggiungibili solo se Israele lo consente. La Corte lo ha ribadito ieri: l’Unrwa non ha legami con Hamas; Tel Aviv, in quanto potere occupante illegale, ha l’obbligo di facilitarne le attività e di rimuovere gli ostacoli all’ingresso di aiuti umanitari; la fame imposta a Gaza è un crimine di guerra e contro l’umanità. Una decisione politicamente pesantissima, che inchioda tante capitali, non solo Tel Aviv, tanto più davanti a un valico di Rafah ancora serrato (dal maggio 2024 non passa nemmeno un sacco di farina) e un numero di camion in ingresso dall’entrata in vigore della tregua assolutamente insufficienti ai bisogni di una popolazione stremata e affamata dalla carestia.
LA CIG HA INFINE bocciato il «sostituto» inventato da Washington e Tel Aviv a inizio estate, la Gaza Humanitaria Foundation, meccanismo crudele di «distribuzione» degli aiuti che è servito a camuffare il reale obiettivo, la pulizia etnica del nord e del centro.
Immediate le reazioni delle autorità israeliane che hanno definito la decisione «vergognosa» e accusato la Corte di «coltivare il terreno per il terrorismo». In ogni caso Israele ignorerà anche tale sentenza. Lo ha fatto di nuovo ieri con un voto alla Knesset, giunto proprio mentre il vice presidente statunitense JD Vance incontrava il primo ministro Netanyahu: il parlamento - con 25 voti a favore e 24 contrari (il Likud ha disertato per togliersi dall’impaccio) - ha approvato in lettura preliminare il disegno di legge per l’annessione della Cisgiordania, l’estensione cioè della sovranità israeliana sull’intera West Bank. Una porzione dei territori palestinesi occupati nel 1967 dove Israele - sentenza della Corte internazionale del luglio 2024 - ha imposto un’occupazione illegale, un’annessione di fatto e un sistema di apartheid.
TRA LE FESTE dell’ultradestra, spiccava il voto dei cosiddetti centristi oppositori di Netanyahu: no all’annessione totale ma sì all’annessione di blocchi di colonie.
Intanto a Gaza l’offensiva prosegue sotto altre forme. Ieri le autorità israeliane hanno consegnato trenta corpi di palestinesi morti in custodia. A oggi ne sono rientrati 195, di cui decine presentano i segni di torture, mutilazioni ed esecuzioni. Di nessuno si conosce l’identità, spetta ai familiari sperare di riconoscerne i tratti nei volti sfigurati.
PROSEGUE ANCHE il recupero dei corpi dei dispersi tra le macerie, a mani nude, come avviene ormai da mesi vista la distruzione sistematica da parte di Israele dei mezzi da lavoro e ricerca. Lo raccontava ieri il giornalista Hani Mahmoud: «Molte delle famiglie che tornano a nord usano le mani per cercare i resti dei propri cari nelle macerie delle case. Per molti è la prima volta dopo mesi nei campi sfollati. Tornano in quartieri ridotti a una pila di rovine e polvere».
Tratto da il Manifesto del 23.10.25


