È un golpe colonial. Il giudizio è netto e reiterato in tutto il movimento democratico e progressista a sud del Rio Bravo: l’aggressione militare degli Stati Uniti al Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores è un’aggressione alla sovranità e all’indipendenza dell’intero subcontinente latinoamericano. E al diritto internazionale.

L’attacco voluto dal presidente Trump viola la Carta dell’Onu e i diritti umani e ha lo scopo di cambiare con la forza il governo di uno Stato sovrano per impossessarsi degli enormi beni – petrolio e minerali preziosi e rari – del Venezuela.

«È la stabilità e l’indipendenza di tutta la regione che è in questione. Non è solo un attacco al Venezuela e al suo legittimo governo. È una prova di forza deliberata e costruita attraverso mesi di una narrativa imposta dalla Casa Bianca che dipinge il vertice politico del Venezuela come un gruppo di narcos. Una narrativa volta a impossessarsi delle risorse naturali del paese. Dunque è la sovranità e l’indipendenza di tutta la regione che è in questione».

L’analisi del direttore dell’agenzia Prensa latina, Jorge Lagañoa, è condivisa dal vertice politico di Cuba, con il presidente Miguel Díaz-Canel che ha definito il bombardamento di Caracas e la cattura di Maduro e consorte un’azione di «terrorismo di Stato».

Cuba ritorna in prima linea. L’aggressione al Venezuela, il più stretto alleato – anche ideologico, bolivariano-martiano – dell’Avana, è vista come una minaccia diretta all’indipendenza e alla sovranità dell’isola. Una minaccia che la contra di Miami ha più volte evocato, nonostante la ripetuta proposta del governo cubano di disponibilità a un dialogo con Washington, condizionato solo dal mutuo rispetto come rappresentanti di Stati sovrani.

Proprio all’Avana, nel 2014, il vertice della Celac (Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi, 33 paesi del subcontinente) aveva dichiarato l’America Latina una zona di pace. Per difendere questa linea è stata ieri convocata e ha avuto luogo una manifestazione popolare nella Tribuna antimperialista, un ampio spiazzo nel Malecón dell’Avana di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti (ancora in corso mentre scriviamo), con decine di migliaia di persone e alla presenza del presidente Díaz-Canel, il quale nel suo intervento ha paragonato l’attacco militare al Venezuela all’«aggressione sionista a Gaza, un crimine contro l’umanità».

In ballo vi è la sovranità e l’indipendenza di tutta l’America Latina. Il messaggio rimbalza chiaro da tutti i leader progressisti del subcontinente, da Città del Messico a Santiago del Cile, passando per Brasilia. Dove il presidente Lula da Silva ha il compito – e la personalità – di far da ponte tra l’America del Sud e i Brics, il gruppo che di fatto rappresenta il Sud globale.

La dimensione politica che va creandosi nella regione latinoamericana è proprio questa: una consistente parte del pianeta che si trova di fronte a «un atto che viola tutti i principi dell’Onu e della convivenza internazionale». Sia il presidente colombiano Petro che Lula – ma anche il cileno Boric e la presidente messicana Claudia Sheinbaum – hanno messo in evidenza la minaccia di Trump a un’intera regione, la parte sud di quello che a Washington viene definito l’Emisfero occidentale.

Una regione le cui risorse naturali vengono considerate un asset degli Usa e dunque parte della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come dimostra il fatto che Maduro e Flores debbano – secondo Trump – essere giudicati da una corte di New York.

È una minaccia che era stata presa sul serio anche prima del bombardamento del Venezuela e della cattura-rapimento di Maduro. Una minaccia che era chiara sin dall’approvazione della nuova strategia della sicurezza nazionale degli Usa di Trump. L’analisi semantica – ancor prima che politica – del testo aveva messo in chiaro come Trump intenda i rapporti internazionali: l’Europa significa decadenza, l’America Latina obbedienza, la Cina una sfida.

Per imporre la politica Maga e il necessario corollario, la dottrina Monroe («l’America agli americani», cioè agli Usa della prima metà dell’Ottocento) è necessario mettere ordine nel cortile di casa. Con la forza.

L’evidenza brutale delle bombe sul Venezuela e dell’attacco di truppe speciali e il rapimento di Maduro e consorte dimostrano però la debolezza politica della nuova strategia. L’opposizione venezuelana è minoritaria e debole, la sua leader María Corina Machado non è in grado di assicurare il controllo politico del paese. L’esperienza fallita dell’autoproclamato (dagli Usa) presidente Juan Guaidó della prima presidenza Trump brucia ancora. Per questo Trump annuncia che «dirigeremo noi il Venezuela fino a nuove elezioni». Un incubo per l’intero subcontinente.

Dall’inizio del blocco navale e aereo del Venezuela è in corso un rafforzamento dell’alleanza tra Cuba e Messico. La presidente Claudia Sheinbaum ha reiteratamente proposto il dialogo politico alle – non tanto velate – minacce di Trump di intervenire militarmente in Messico contro i cartelli della droga. Ma l’aggressione militare in Venezuela rende assai debole la linea del dialogo.

Messico e Cuba hanno dunque proposto un’alleanza formale con i Brics, tramite soprattutto Lula, come possibile garanzia contro le mire di Trump. Il quale ha avuto l’appoggio diretto della destra latinoamericana più dura, da parte del presidente argentino Javier Milei («Libertad, carajo») e del presidente dell’Ecuador Daniel Noboa, che di narcos se ne intende, visto che gran parte della cocaina che giunge negli Usa proviene proprio dal suo paese, spesso insieme ai carichi di banane di cui la sua ricchissima famiglia è il massimo esportatore nazionale).

Tratto dal Manifesto del 04.01.26